Gentile direttore, invecchiare non è una colpa, ma oggi viene trattato come tale.
Non apertamente, non con crudeltà dichiarata, ma con un silenzio ostinato, con uno sguardo che scivola via, con l’idea che chi rallenta debba farsi da parte. Invecchiare significa perdere progressivamente il diritto all’invisibilità scelta e guadagnare quella imposta. Finché sei utile, produttivo, sorridente, vai bene. Quando il corpo rallenta, quando il passo si fa incerto, quando il volto racconta ciò che è stato, allora diventi qualcosa da correggere, da nascondere, da non mostrare troppo. Eppure il tempo che passa non toglie soltanto. Toglie illusioni, fretta, rumore. Ma lascia una lucidità che non ha bisogno di essere esibita. Lascia la possibilità di guardare il mondo senza rincorrerlo, di stare fermi senza sentirsi falliti, di dire addio senza spettacolo. Il problema non è l’età. Il problema è una società che non sopporta ciò che non promette più nulla. Che confonde il valore con la prestazione e la dignità con l’efficienza. Che non sa stare accanto a chi non produce futuro ma custodisce memoria. Invecchiare è imparare a camminare da soli senza sentirsi sconfitti. È smettere di aspettarsi riconoscimenti. È lasciare andare chi deve andare e non chiedere spiegazioni a chi resta. È guardarsi allo specchio senza indulgenza e senza disprezzo. Forse il vero scandalo non è la vecchiaia, ma il modo in cui la rimuoviamo. Forse il vero atto civile è restituire parola, spazio e dignità al tempo che resta, non per nostalgia, ma per verità. Perché una comunità che non sa guardare l’invecchiare non è giovane: è solo immatura.