Gentile direttore, leggevo in questi giorni una riflessione attribuita a Umberto Eco che mi ha colpito per la sua lucidità: non siamo diventati stupidi all’improvviso, ma viviamo in un sistema che finisce per premiare la superficialità e scoraggiare il pensiero critico.
Non si tratta solo di una crisi culturale. È qualcosa di più sottile e pericoloso: un addestramento continuo alla semplificazione, alla reazione immediata, allo scontro. I social, in questo senso, sono lo specchio più evidente del nostro tempo. Non informano: eccitano. Non spiegano: semplificano. Non creano dialogo: mettono gli uni contro gli altri. Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Oggi, invece, sembra quasi che la competenza dia fastidio, che il dubbio sia sospetto, che la riflessione sia considerata noiosa. Tutto deve essere veloce, semplice, immediato. Anche le opinioni. Eppure, proprio per questo, pensare è diventato un gesto quasi sovversivo. Fermarsi, ascoltare, leggere, informarsi, cambiare idea: sono azioni che richiedono tempo, pazienza, responsabilità. In un mondo che spinge verso la reazione istintiva, il pensiero lento diventa una forma di disobbedienza civile. Non serve essere filosofi o intellettuali. Basta recuperare un po’ di rispetto per le parole, per i fatti, per le persone. Basta ricordare che la verità non è mai urlata, ma spesso sussurrata, e che il dubbio non è una debolezza, ma una forma di intelligenza. Forse la vera resistenza, oggi, non è gridare più forte degli altri, ma pensare un po’ di più.