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I cinquant'anni del "Gigante Gentile"

I cinquant'anni del  "Gigante Gentile"

di Michele Ceparano

05 Giugno 2020, 04:57

I Gentle Giant sono stati un fenomeno musicale ben conosciuto dagli amanti del prog di cui rappresentano una delle band di riferimento al pari dei Van der Graaf Generator e dei King Crimson. Non sono stati, però, al pari di altri forse più blasonati (come accadde però anche ai Genesis degli inizi), profeti in patria. Hanno invece riscosso molto successo in altri Paesi europei, Italia in testa dove sono stati amatissimi. Per la band  di Portsmouth (Inghilterra) il 1970 è stato un anno fondamentale. Cinquant'anni fa, infatti, il “gigante gentile”, simbolo del gruppo che stregò gli amanti del fantasy, oltre che del rock, pubblicava il suo primo album. Titolo: “Gentle giant”. In copertina c'è, infatti,  il gigante che tiene letteralmente in mano i sei componenti della band. Già questo deve preparare l'ascoltatore a un bel viaggio nel fantastico.

Il periodo è, infatti, quello in cui il prog - rock che sconfina nel sinfonico, con testi che spesso sembrano usciti dalle opere di Tolkien - spicca il suo irresistibile, anche se non lunghissimo, volo. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta usciranno, infatti, i lavori più interessanti, firmati, per citare solo alcuni gruppi, dai già citati King Crimson, Van der Graaf Generator, Genesis, Yes, Traffic,  Emerson, Lake and Palmer, Jethro Tull, Pink Floyd e tanti altri.
Ma tra gli alfieri del prog puro ci sono proprio i Gentle Giant che cinquant'anni fa si presentano sulla ribalta del rock con questo album di sette brani. Una bella storia a partire dall'introduttivo “Giant”, impetuoso e imperioso, al di là del testo scarno. Segue la melodica, con tanto di violino, “Funny ways”, uno dei momenti migliori del disco, mentre “Alucard”, che altro non è che Dracula al contrario, è un mix tra rock e atmosfere di stampo misterioso e medievaleggiante. Suggestive anche quelle evocate da “Isn't it quiet and cold?” in cui si esalta la voce di Minnear, o la ballata “Nothing at all”, lunga oltre nove minuti, che spazia dall'acustico all'elettrico con grande sfoggio di percussioni. Un altro brano che esalta la vena di una band storica. La chiusura, con “The queen”, è in stile patriottico. Un “Dio salvi la regina” rock che, però, i sudditi di Sua Maestà non premiarono troppo. Dopo l'album di debutto i Gentle Giant proseguono con alcuni ottimi lavori come “Octopus”, “The power and the glory” o “Free hand”, che contiene la celebre “On reflection”. Per conoscerli meglio,  si può ascoltare anche  “Memories of old days”, interessante collage di pezzi dal vivo, bootlegs e tanto altro.
 

 

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