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Personaggi alla parmigiana: da «Cilién» a «Tognétt Polenta», fino a Temilaluce. Foto-racconto

22 Dicembre 2020, 10:09

Sfogliare  un vecchio libro  dalle pagine  ingiallite  dal tempo che emanano   quell’arcano  profumo  di  robe antiche,  leggere e pensare   alla   Parma sparita suscita  sempre forti emozioni.    Il   libro in oggetto è  «Vecchia Parma cara al cuore» di Giuseppe Balestrazzi   (stampato nel 1971 da Artegrafica  Silva e  distribuito con la Gazzetta di Parma)   contenente  elzeviri  davvero unici  delle macchiette 

che resero   simpatica  ed unica Parma  immortalate   dai  bei disegni  del pittore  Mario Bolzani.  Ai personaggi  più  unici che rari  contenuti nel libro  il cronista ne ha  aggiunto  altri   che ha avuto la ventura  di conoscere di persona.

  

CORNÉN
Si chiamava Cornelio Rossi  ma  nel secondo battesimo,   magari ricevuto   in   un'osteria,  gli fu affibbiato  lo «stranòmm»  «Cornén».  Era nato libero e volle rimanere  libero  e, a   dispetto  della  miseria nera  in cui viveva,  riuscì   anche ad essere un uomo felice.   Un aneddoto.  Un giorno,  Cornelio,  passando  sul ponte di Mezzo,  scorse  un asino  che  trainava un pesante  carico  di legna.  «Cornén» non esitò  a spingere  il  carro e,   quando  il carrettiere   accennò    ad un  ringraziamento,  «Cornén» subito rispose: «J’ ò aiutè l’äzon  miga ti».

ONOREVOLE  DIGESTIONE
Il suo nome non  lo seppe mai nessuno.  Solo  questo strano soprannome che  egli stesso  si era dato poiché  era una frase che ripeteva  in  ogni occasione.  Lo chiamavano anche  «professore»  per via di una palandrana  nera che,  con il logorio del tempo,  era  divenuta  color verderame.  Viveva la sua miseria in modo elegante, nobile  e  dignitoso.  Le sue  postazioni  fisse erano i caffè di piazza Garibaldi e un  muro  di un palazzo di strada Vittorio Emanuele  che  divideva  con la moglie,  una donnina  piccola  dal volto inespressivo.    Di bello  non aveva  che il nome: Pamela.

STOPÀJ
Già il soprannome  la diceva  lunga su  questo personaggio che ha pure ispirato  barzellette  e  leggende a non  finire  proprio  in virtù   di quel suo  costante  stato di ebbrezza  che lo rendeva  unico anche nel fare, con quel vocione roco che  alitava vino da osteria,    battute  che  sono passate alla storia. 

CIAPA CIAPA
Si posizionava in zona  Ghiaia. Vendeva di tutto e riparava di tutto  dai  «canón  ädla stùa»  alle marmitte  delle moto.   Lo chiamavano «al ciapa ciapa».  

PAN, BUTÉR E VÉN BJANCH
Collodi lo avrebbe  chiamato  «l’omino  di  burro».  Invece,  quello al quale  facciamo riferimento,    vestiva  con un camiciotto  turchino, pantaloni neri,  bombetta  ben calzata sulla fronte.  Era soprannominato  «pane burro e  vino bianco».  Lo si  poteva incrociare  nei  borghi e  nelle  strade  del centro  con  un cesto  appeso   al braccio   zeppo di panini  spalmati   di burro    coperti  da  un candido «boràs». Le sue postazioni preferite  erano gli ingressi  delle varie scuole.

AMBANÉL
Fu   una  delle  macchiette più popolari di Parma. Si chiamava   Attilio Benelli soprannominato  «Ambanél».  Persona   piena di sarcasmo,    dalla battuta   pronta  e pungente.  Esordì   come ciabattino ma  poi  abbandonò   questo  mestiere per dedicarsi  ad un  altro a lui più  consono:  pigiatore d’uva.  Si ridusse  in  vecchiaia  a   vivere  di elemosine. Lo si poteva  incontrare  nel suo posto fisso, lo zoccolo del  Battistero,  dove   trascorreva  le sue giornate  fornendo saggi consigli   o  componendo   rime piccanti   avendo  sempre  a fianco  la sua marmitta  dove  teneva la minestra.

SPAGIARÓN
Gigantesco commerciante  di bestiame e mangiatore  da primato. Si  dice  che in un pomeriggio  abbia divorato  un’intera coppa. Seguì regolare cena…

CILIÉN
Battuta  sempre  pronta arguta, fulminante.    Altissima personalità  e  bassissima  statura.  Sì,  Icilio Pelizza, per tutti  «Cilién»,  era proprio  un nano. Con  gli inseparabili  e fraterni amici   Alberto Montacchini  e i fratelli Clerici,  fu,  un mito  ed   una leggenda   per il   teatro  dialettale parmigiano.  Famosissimi  gli scherzi    ai quali  partecipò     con Montacchini  e  gli  altri   compagni di merenda.  
Fra i  più  spassosi, un episodio   accaduto  nel corso  di un  carnevale,   con Montacchini   travestito  da balia  che trasportava  in una carrozzina    «Cilién» vestito   da  bebè  completamente  fasciato  proprio  come si   usava   fare una  volta  con i  neonati.  Siccome «Cilién»  era pure molto  goloso,   la    «balia» portò  il «neonato» alla    pasticceria  Bizzi.  Gli amici, ben conoscendo  la  golosità di «Cilién»,   ingozzarono   il   «pupo»  con una  decina di  cannoncini   alla crema   che, però,   contenevano   una  robusta dose  di  purga.  Il povero «Cilién»,  dopo poco,   sentì i brividi  della  morte  e fu abbandonato  in un  borghetto  a  ridosso   della Piazza. Titanico  fu lo sforzo  del povero Icilio  dal divincolarsi  delle   fasce  per correre   in bagno.  Non è detto  che sia arrivato in tempo!
Invece  un altro  scherzo  fu lo stesso «Cilién»  che, per scommessa con gli amici,    fece ad una signora.   Travestito  da marinaretto  e fingendosi   un  bimbetto,  chiese piagnucolando  alla signora se lo avesse  aiutato a fare la pipì.   Presa  da  tenerezza  la signora  acconsentì.   Il   resto   è top secret.

GIUSEPPE CHIARI
Fra gli avventori della  storica osteria  «Cavallo Bianco»  di Strada Nuova c'era anche un personaggio che portava un largo cappello  alla  cow-boy:  si  trattava  del simpaticissimo   Giuseppe  Chiari, classe 1903,  l'ultimo «casonér äd Pärma».  Arrivava con la sua bicicletta nel primo pomeriggio da borgo Nazario  Sauro, dove abitava,  e quando a tarda sera lasciava l'osteria, la strada,  era tutta a  sua disposizione. Infatti, non esisteva più nè la destra nè la sinistra. Cantando a squarciagola, zizzagando in sella alla bici,    se  ne tornava  a casa  testimoniando  inconsapevolmente     l'ultima  Parma  autentica  e gioiosa   che  sarebbe notevolmente    cambiata  negli anni.

CONTE LODOVICO  DA PARMA
Si chiamava  Lodovico Copelli ma  tutti lo conoscevano   come «Conte Lodovico»  di  professione  «capo  clacqueur».  Chi  frequenta   i teatri   sa di  cosa  sono capaci  i «clacqueur» per il successo  o  il fiasco   di un’opera lirica.  Espatriò   a  Genova con la moglie  «contessa»,    bravissima  e coscienziosa  lavandaia.  Nella  città della Lanterna  il «Conte» divenne  «capo  clacqueur»  del  Teatro  Carlo Felice.  Invecchiò nella città ligure.   Con il  passare  degli anni  la sua andatura,  da gagliarda,   si fece lenta e stentata.     Il  suo  viso  nobile,   incorniciato  da due baffoni  neri  all'Umberto I,  divenne  sofferente  e  rugoso.  A chi  lo scherniva  per i suoi  piedi  ormai gonfi il «Conte»  rispose  «al so a gh'ò  dò nózi ch’ a gh’ vén déntor   du comò».

ANGHINÈTT L’EPICUREO
Indubbiamente    fu uno  che si  gustò i bei piaceri  della vita,  specie   quelli  della  tavola,  anche perché   aveva una stazza di 130 chili su due gambette da trampoliere. Quindi,  un tombeur  de femmes  non lo poteva essere stato.    Famosa una serata   da lui  trascorsa  al Regio  durante  la rappresentazione  dell’opera  Sigfrido.  I proprietari  del  palco che  invitarono  Anghinetti,   avevano preparato  un’invitante «pitén’na  ròst  con ciòp äd salam  par guarnisjón».   All’intervallo  dell’opera i  proprietari   del palco notarono  con  sorpresa   che,  sia la pitina  che il salame,   erano spariti.   Si chiesero  dov’erano  finiti.  «Chi déntor»  ribattè Anghinètt   accarezzandosi  il pancione.

TOGNÉTT POLENTA
Di  nome Antonio,   di cognome Ferrari  ma  fu  subito chiamato  «Tognétt Polenta» per il suo amore sviscerato   per la farina  gialla.  Dotato  di un eccezionale  spirito,    trascorse  la sua vita a  schernire   il  prossimo. Una burla memorabile  fu messa a segno ai danni  di Don Nestore   Pelicelli,   illustre  prelato nativo  di Colorno,  prefetto della Steccata,  ispettore   emerito   dei monumenti  di Parma,    autorevole  cultore  di ricerche  storiche nonché    possessore   di   due  magnifici gatti   siamesi   che  custodiva  gelosamente in canonica.  «Tognétt»,  un bel giorno, riuscì   a  catturare  i due  rari esemplari  felini  che   utilizzò  per cucinare   una  succulenta  cacciatora ovviamente  con contorno  di polenta.  Al  banchetto  fu invitato, ospite d’onore,     l’insigne  reverendo don Pelicelli   il quale   esaltò   la bontà  di quelle carni non mancando  di  complimentarsi   con il cuoco…

MONASRO
Frequentatore  del Regio, in  particolare  del loggione,  era famoso perché   la sua presenza   in piccionaia,  durante l’opera,  era  caratterizzata  da un lungo sonno.  Brutto come la  paura,  fu spesso oggetto di scherzi da parte degli amici.  Una sera invitarono   Monasro  in un  locale  equivoco  dove una  vivace  donnina   attendeva   la compagnia  ed in modo   particolare  il povero Monasro  il quale, com’era negli accordi,  si appartò   con la  donna. Per conquistarla   voleva dedicarle   un  brano  di musica con il trombone,  l’unico  strumento  che sapeva  suonare.  Ma il trombone,   gli amici,  lo  avevano riempito  di vino.  Facile immaginare  i gorgoglii  nel momento i cui    il poveretto  iniziò  a suonare  facendo  fuoriuscire  dal trombone    zampilli rossi  come una fontana del   paese   del bengodi  per accaniti bevitori.


GINGINÉLO
Fu  il «padre» dei taxisti parmigiani.  Ma,  invece  di essere al volante di un’elegante  auto  bianca come i colleghi moderni, il povero Ginginélo  era a  cassetta  della sua  romantica carrozza trainata da  stanchi  cavalli.


STOPÉN
Abitava  in borgo delle Grazie, amava tantissimo  il vino e  dormiva  in un letto che si era fabbricato  egli  stesso   utilizzando  una bara.

TÉSTA ÄD LOTÓN
Assiduo frequentatore della pasticceria  Pattono (ora Cocconi)  di strada Vittorio  Emanuele  dove provava   ad  entrare senza successo nel gruppo  di aristocratici  che  si davano appuntamento  nel locale. 

TAVLÀSS
Così  soprannominato  per la schiena    larga  e liscia   come una tavola.  Patito  di lirica era solito cambiare  sovente   abito. A chi gli fece notare  ciò  Tavlàss rispose: «Mi a poss cambiär  vestì,  mo ti a 'n t‘ pól  miga cambjär  sarvél». 

NASÉLLO
Al secolo  Enrico Guardoli,   fu un dilettante corridore ciclista, sfigatissimo, munito di un naso tanto  pronunciato  da  meritarsi  il soprannome  «nasèllo».  Dicono  che di polvere  nelle strade ne mangiasse  tanta in quanto,  il povero Guardoli,  non fu mai  tra  i fuggitivi  per vincere  una  corsa.  
In compenso,     per via di   quel gran  naso ciranesco,   il  traguardo  di sfottò  lo tagliò  quando  gli dissero  che aveva  un  naso «c’al  paräva  ‘l mànogh äd ’na bròca».

PIT VÉC'
Era  un venditore  ambulante di stoviglie   che  riempivano   lo sgangherato carretto  che  trainava.   Era una caricatura  vivente   ma, soprattutto,  assomigliava  ad un pito vecchio:  testa pelata e lucida,  con un ciuffetto   di radi  capelli,  lunghissime   sopracciglia  e  baffi che invadevano   metà  del volto. 

PEZZIGA
Cantastorie in Ghiaia,  venditore ambulante e gran confusionario.  

ROMLÒN
 Suonatore  ambulante di piffero  in «Sträda Santa Lusja», «Sträda di Genvéz», «Basa di Magnàn» e   «Sträda  dal  Cuartér».
 


AL RISOLÓN
 Di professione «cibàch» (calzolaio). Una volta salito sul tram  cominciò  a fissare  un uomo che  gli stava davanti   il quale  gli  chiese  ragione   di queste  attenzioni.  «Se non fosse per  i baffi - rispose   Risolón -  lei avrebbe la stessa  faccia di mia moglie».   «Ma io non  ho i baffi» fece notare   l’uomo. «Lu no  ma me mojéra si»  disse sconsolato  Risolón. 

GIASBO  
«Cibàch» con bottega  in borgo Giacomo, gran cacciatore  di gatti  e gran  bevitore.  Una sera tornò a casa tardi e fu accolto  dalle invettive  della madre e della  sorella.   Giasbo  replicò  che non era ancora l’una di notte.   Ma,  l’orologio  traditore,  suonò  di lì a poco  le tre.  Di nuovo   Giasbo  fu  coperto  di insulti dalle due donne.  Al che rispose  con la  serenità  di chi  ha la testa nei fumi dell’alcol:  «che colpa  agh’ n’ oja mi  se l’arlój  al  s’intartaja». 

 

TEMILALUCE
Al secolo era Bruno Cassi, ma per tutti fu il poeta   da marciapiede  «Temilaluce». Un  soprannome  che si era  affibbiato  per una malattia agli occhi che non gli permetteva  di  stare alla luce  obbligandolo a portare  un paio di occhiali neri.   Come copricapo  usava  «indossare» un pacco di vecchie Gazzette per evitare  qualsiasi  infiltrazione  di luce. Classe 1913,  girava  con una  borsa da postino a   tracolla   zeppa di fogli  battuti a macchina della sue poesie   che  vendeva   per  pochi  spiccioli  davanti  alla sede del Consorzio  agrario in piazzale Barezzi. Era   nato  in via  Bixio nella casa della Marianna,  la «fruttaróla» antesignana,  a Parma,    della pattona,  «pomm còt» e  «sugh d’ùvva».  Lavorò  al macello comunale  come trippaio insieme al padre Giuseppe  mentre la madre Maria aveva  in Ghiaia un negozietto    di cibarie  per  cani e  gatti  (frattaglie di infima  serie). Dopo aver  abitato  per anni in bórg Bartàn (borgo Bernabei)  finì  i suoi anni,  sempre «dedlà da l’acua»,   nella casa di via Costituente  con la moglie Elena. 

GORÌLLO
Girava   con  un  triciclo   carico   «äd  bùlla»  (segatura)    scortato dai    fedelissimi   cani neri, Leone 1  e Leone 2.    Alla   morte del suo secondo  cane,   lo fece  impagliare  per poi   tenerlo  sempre sul suo carretto. Cappello di lana in testa,  maglione  spesso  di lanaccia ruvida   «abbottonato»  sul collo con una spilla da  balia  («gocia pasànta»), attore  di strada,   era   abilissimo  nel fare  rocambolesche capriole… con il sigaro in bocca.  Fu protagonista di una viaggio  a piedi,   effettuato  nel 1928 ( Primo Ziveri «Gorìllo» era   nato nel  1881),  con un gregge di 250 pecore da Santo Stefano Magra ad Aquileia. Fu un   cuore d’oro, Primo,  infatti  aiutò  concretamente  due fratellini ospiti  dell’orfanotrofio Vittorio Emanuele.

DALMAZIO
E’ stato  l’ultimo  strillone di Parma che,  a bordo della sua « edicola a pedali», dava il cambio  al collega  ELICO  BARVITIUS  (grande mangiatore di gatti)   il quale   distribuiva la «Gazzetta di Parma»,  ancora calda di tipografia,  agli habitué delle notti  parmigiane.  Dalmazio Maestri, detto «Mazio», era figlio d’arte in quanto iniziò  da bambino  ad  aiutare il padre Attila nella  distribuzione  dei giornali mentre la madre Norma Pelizza  fu la  titolare  dell’edicola  di strada  Saffi - angolo viale Mentana. Per molti anni aveva gestito in  società con  alcuni strilloni, compreso il polare Peo,  un punto  vendita   fisso  di  giornali (un «tavlén») in piazza Garibaldi  dinanzi alla pasticceria  Bizzi che iniziava  a funzionare nelle ore serali. Poco   prima della  morte,  avvenuta nel  1992, la «Gazzetta di Parma»  premiò  il buon  «Mazio» con una medaglia d’oro.

 

MAT SICURI
Di statura  bassa, fisico asciutto e muscoloso,  barba folta e nera da Sandokan padano,  una tunica di  lanaccia o di juta legata in vita con uno spago da pacchi,  immancabile bustina  fatta con sacchi di cemento  calcata in  testa, a cavallo dell’inseparabile bici o a bordo di un  arrugginito trabiccolo a pedali,   Sicuri,  tutto il santo giorno andava avanti e indietro per i borghi di Parma trasportando carta o altro materiale che portava dove, molto probabilmente, sapeva solo lui. Non aveva casa.  Il suo tetto era il cielo, o meglio i portici di strada Farini dove ultimamente trascorreva la notte rannicchiato su un cartone mentre per coperta utilizzava  fogli di giornale. Lo conoscevano tutti, e  con tutti (o quasi), scambiava la battuta sempre sarcastica, pungente, appropriata. Mai volgare. Poche  volte lo si è visto sorridere.    Non stese mai la mano per mendicare una lira in quanto la sua innata dignità glielo impediva e, quello sguardo penetrante e severo alla Bakunin con  quella barba folta e incolta color carbone,   diventava   brillante  quando intonava  qualche aria d’opera.  Neanche   quando fu ricoverato  in ospedale  si arrese al pigiama ma preferì   coprirsi    con un  lenzuolo  a mo' di tunica  come un senatore romano.  

COCO PAGÀN
Forzuto «ciapa-ciapa»   a  bordo del suo trabiccolo a pedali, scortato  dall’inseparabile  moglie Mafalda,  trasportava le lapidi mortuarie in marmo  da piazzale  San Lorenzo (dove era ubicato  il marmorino  De Giuli) alla Villetta. Era  uso parcheggiare  il suo trabiccolo  sul marciapiede  del palazzo ubicato sullo Stradone dinanzi al Petitot  dove  viveva in uno scantinato.
PIERÓN E LA ROMILDA
Giravano i borghi antichi   di Parma, di  qua e  di là del torrente,    spingendo   la  loro pianola ed intrattenendo  la gente  con le note saltellanti  che ne  uscivano  fuori. A  volte    avevano   un  collaboratore,  vecchio come loro,  che,  all’elemosina,  preferiva che gli venisse offerto «un bicér äd vén».

DELÉN LA CASTAGNÉN’NA
Di nome faceva Adele,  donna robusta  e matura dal trucco  pesante  e vistoso.  Teneva  molto  alle lusinghe  del  suo sesso nonostante   l’età  avanzata  e,  memore dei suoi  trascorsi  di  corista,   lanciava   gorgheggi  al cielo  mentre  distribuiva  i   marroni  caldi.  Portava   al  collo un   medaglione   d’oro con il ritratto  di un   baffuto cosacco  che  sosteneva  avesse fatto follie  per lei.  Delén aveva la   passione  per il tabacco.  Teneva sempre  a portata  di mano la scatoletta   di   tartaruga  e,  appena  pensava di non esser vista,  si portava  alle  narici  una presa di   macuba.  Un giorno  la  tabacchiera  finì sotto le castagne ed il  prezioso    contenuto,  bruciando tra le braci,  profumò  di essenza  esotica  i   prelibati  marroni.  

 
  
 DANTE SPAGGIARI
 Fu il Diogene parmigiano. Incisore,  filosofo  e poeta,  Dante,  nella sua botteguccia   di borgo Giacomo,  alternava il  proprio  lavoro  a  voli filosofici   che lasciavano  incantati   tutti coloro che  gli stavano accanto.  Dotato di  una  cultura  disordinata ma eclettica   aveva una notevole  capacità  di sostenere  interessanti  e, a volte,   sconcertanti   tesi  sui più   svariati  argomenti.

 FIORLICCH AL NOBIL
D’origine   era un nobile ma tanto decaduto per finire a chiedere  l’elemosina.   Battuta  sempre pronta,  ad una signora che  gli fece l’elemosina  di soli 2 centesimi,   vedendola  passare il giorno dopo con un braccio al collo,   disse:  «ala  vìsst sjòra coza a gh’ sucéda a fär dil limòzni acsi grossi». 

IL MODELLO
Elegantissimo, sfoggiava abiti  ricercati  ed anche eccentrici, ma il suo  portamento   era    da  vero  gentiluomo  noncurante  delle battute  anche  un pò pesanti che poteva   rivolgergli  qualche  passante.   Appariva nel  tardo  pomeriggio   sotto i  portici  di via Mazzini,    attraversava  piazza  Garibaldi,   faceva  una «vasca» in  via Cavour   per  poi sparire come un fantasma  là da dove era venuto.

MAT GABI
Si  chiamava Albino Gabbi da San Lazzaro. Ogni  mattina  e,  con qualsiasi  stagione,  a bordo della sua sgangherata bici,   arrivava verso  le 10  in Piazza  Garibaldi  e lì  iniziava  il suo   show   fatto   di  frasi  sconclusionate  e senza senso  che ascoltava  solo….  Garibaldi.  Chi  gli passava  accanto   si accorgeva  della sua presenza,  non solo per   quel blaterare  senza  capo né coda  ma, soprattutto, per  quel mefitico  lezzo di aglio che   usciva  dalla  sua bocca.

RENATINO GIUFFREDI
Concludendo in bellezza  questa carrellata parmigiana   è doveroso citare  un personaggio  che ha fedelmente incarnato  il grande  cuore di Parma:  il popolare ed indimenticabile  Renatino Giuffredi, massaggiatore per anni della Rugby Parma,  donatore avisino e «gran bón ragàs». 

PECCHIONI
Pietro Pecchioni di mestiere   barcaiolo.  Ma  non  del Po, di qualche  lago o altro  importante   fiume.  Ma barcaiolo  ducale del nostro laghetto, comandante in capo  delle  barchette   che solcavano  le acque,   a quei tempi   un pò  più pulite  delle  attuali,  dove si specchia il «Trianon».  Vecchietto  secco   ed  arzillo  fu un  fervente   mazziniano.
 

A cura di Lorenzo Sartorio


 


 

 


 


 

 

 

 


 

 

 

 

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