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La testimonianza

Quando Berlusconi mi disse: «La assumo, diventerà il nuovo Mike Bongiorno»

Quando Berlusconi mi disse: «La assumo,  diventerà il nuovo  Mike Bongiorno»

14 Giugno 2023, 13:35

L’ho incontrato per la prima volta 44 anni fa in via Gaetano Negri, a pochi passi da piazza Cordusio a Milano, nella sede del «Giornale» di Indro Montanelli. Ero stato assunto da pochi giorni (praticante cronista in prova, 300 mila lire mensili). Una veloce stretta di mano, un sorriso e un augurio di buon lavoro. Due o tre anni dopo, quando facevo la cronaca giudiziaria, il capocronista, Salvatore Scarpino, mi chiama e mi dice di precipitarmi al quarto piano del Palazzo di Giustizia, il “Palazzaccio” come lo chiamano tutti a Milano, perché il sostituto procuratore Pierluigi Maria Dell’Osso ha convocato come testimone Berlusconi per ascoltarlo nell’ambito di un’inchiesta contro Flavio Carboni. Vado e trovo, seduti su una panca, davanti alla porta dell’ufficio del pm, il Cavaliere e un ragazzo della mia età che Berlusconi mi presenta come il suo assistente Urbano Cairo. Berlusconi mi chiede se conosco Dell’Osso.

«Certo che lo conosco, ormai sono qui tutti i giorni da un paio d’anni». «È un tipo puntuale?». «Francamente questo non lo so…». «No perché sono già le 15.05 e l’appuntamento era alle 15… il tempo è prezioso… Urbano fammi vedere quelle carte, lavoriamo un po’ invece di star qui a non far niente».
Dopo pochi minuti arriva il pm che invita Berlusconi a entrare. Un incontro lungo, di alcune ore. Io e Cairo chiacchieriamo amabilmente del più e del meno, del suo lavoro (era entusiasta di lavorare con Berlusconi) e del mio (ero entusiasta di lavorare con Montanelli). A un certo punto Cairo mi dice: «Cavoli, sta piovendo, non hai un ombrello?». «Mi spiace, no». «Dammi un gettone per favore, vado a telefonare in via Rovani, dico all’autista di portare un ombrello, al Dottore non piace bagnare la giacca».


A metà degli anni Ottanta, alla preistoria dei telegiornali privati, in uno studiolo di via Meravigli con altri tre o quattro colleghi leggevamo notizie Ansa davanti a una telecamera. Erano le prime, timidissime prove, di un tg. Senza immagini, figuriamoci, senza video. Un giorno, dopo una registrazione, un collega mi fa: «È passato un attimo Berlusconi, ti ha visto e ha detto che sei molto bravo». «Ma figurati se è venuto Berlusconi, smettila di prendermi in giro». «Te lo giuro, ha detto che tu sei fatto per la tv». «Ma la vuoi piantare?». Il giorno dopo suona il mio telefono in redazione. «Sono la segretaria del dottor Berlusconi, il dottore avrebbe il piacere di incontrarla domani alle 10 in via Rovani». Penso all’ennesimo scherzo e con una scusa richiamo l’ufficio di Berlusconi. «Scusi, sono Molossi, a che ora è l’appuntamento di domani col Dottore?». «Alle 10». Incredulo, la mattina dopo, sono puntualissimo in via Rovani. Berlusconi mi accoglie sorridente con una copia di «Sorrisi e Canzoni» fra le mani. «Come sta? Mi spiace, ho solo pochi minuti perché devo andare a “Sorrisi e Canzoni” a incontrare la redazione. Ho comprato il giornale. Ma non all’edicola, perdoni la battuta, sono il nuovo proprietario. Allora, l’ho vista l’altro giorno leggere il telegiornale, lei è bravissimo, ha una bella voce e una bella faccia. Ci viene a lavorare con me in tv? Guardi che abbiamo grandi progetti. Intanto potrebbe cominciare presentando un quiz».
Imbarazzato, lo ringrazio ma gli dico che penso che non sia il mio mestiere. «Un quiz? A me piace scrivere, non sono capace di fare la tv». «Scusi ma tra me e lei chi ne capisce di più di televisione?». «Beh, sicuramente lei, su questo non ci sono dubbi». «E allora Molossi, lasci fare a chi ne sa». Si alza, mi abbraccia accompagnandomi verso l’uscita e mi fa: «Sa cosa le dico? Che lei sarà il Mike Bongiorno degli anni Novanta! Mi saluti Indro, ci risentiamo presto».
Credo di poter dire, quarant’anni dopo, che non sarei diventato l’erede di Mike Bongiorno nemmeno se fossi andato alla Fininvest. Scelsi di restare al «Giornale» ma una sera a casa di Enzo Tortora incontrai Carlo Freccero che mi disse: «Sei l’unico che conosco che ha detto di no a Berlusconi. Non so se un giorno te ne pentirai, ma economicamente è poco ma sicuro che c’è una bella differenza fra il tuo stipendio da giornalista e quello di chi lavora in tv. Sei per caso ricco di famiglia?». «Assolutamente no». «Allora proprio faccio fatica a capire…».
Passano gli anni, nel 1993 Berlusconi decide di scendere in campo e ai primi di gennaio dell’anno dopo un giorno piomba in redazione (lui che è il fratello di Paolo, proprietario del «Giornale»), sollecitando la redazione ad appoggiarlo nella sua battaglia contro i comunisti, a lasciare il fioretto per armi più pesanti. In cambio del sostegno i giornalisti ne avrebbero benefici economici. Quel giorno, bloccato da una tempesta di neve a Madesimo, purtroppo non c’ero. Ma più volte ho ascoltato la registrazione di quell’infuocato appello. Con una cinquantina di colleghi decisi di seguire Montanelli nella breve ma entusiasmante avventura della «Voce».
Da direttore della «Gazzetta» ho visto più volte Berlusconi nelle sue visite a Parma, ho pranzato con lui a casa di amici (mangiò pochissimo, un paio di fette di culatello e basta), l’ho incontrato in tribuna al Tardini per un Parma-Milan, l’ho rivisto al Regio con Renzi. Fu lui a far ottenere a Parma, nel 2001, la sede dell’Efsa. I parmigiani avrebbero preferito avere la stazione dell’alta velocità, poi finita nelle campagne reggiane, ma al tempo della decisione Berlusconi non era a Palazzo Chigi, c’era Prodi.
Nel gennaio del 2013, subito dopo la famosa trasmissione con Santoro e Travaglio, quella del fazzoletto tirato fuori per spolverare la sedia dell’attuale direttore del «Fatto», andai a Palazzo Grazioli a Roma per intervistarlo alla vigilia delle elezioni. Lo trovai euforico perché i sondaggi lo davano in grande rimonta (e cosi effettivamente fu perché le elezioni le perse ma trasformò la vittoria della sinistra in una vittoria di Pirro). Ricordo che fece sedere la sua compagna di allora, Francesca Pascale, e i suoi più stretti collaboratori ad ascoltare la nostra intervista che venne poi trasmessa integralmente da «Tv Parma». Io pensavo: ma poveretti, chissà quante ne hanno già sentite di interviste come questa, ormai conoscono le risposte a memoria.
Credo che quella sia stata l’ultima volta che gli ho stretto la mano.
È stato certamente un grande imprenditore, geniale e visionario, dall’edilizia alla tv e allo sport. Ha avuto aiuti importanti per decollare (penso a Craxi e alla legge sulle tv) ma chiunque altro al suo posto non avrebbe mai realizzato l’impero che ha fatto lui. Politicamente mi ha molto deluso perché la rivoluzione liberale, che vuol dire riforma del fisco, del lavoro, della giustizia, della burocrazia, della macchina dello Stato, ecco quelle grandi riforme per liberalizzare il Paese non le ha mai fatte e se questo non è accaduto la colpa non è solo degli alleati che lo hanno abbandonato e tradito, prima Bossi, poi Fini e Casini. Indecoroso, per non dire peggio, è stato il Berlusconi del bunga bunga, delle Noemi e delle Ruby che non possono essere giustificate come umane debolezze. Dal punto di vista giudiziario, è stato condannato per frode fiscale e prescritto o assolto per tutto il resto in altri trenta procedimenti. Anche ora che se ne è andato, per alcuni resta un santo e per altri un diavolo.

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