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Il preside parmigiano Francesco Camattini selezionato per il primo dottorato in «Peace Studies» della Sapienza di Roma

Il preside parmigiano Francesco Camattini, «Al lavoro per una ricerca sull'educazione alla pace»

03 Dicembre 2024, 13:16

Il parmigiano Francesco Camattini, dirigente dell’Istituto comprensivo  Giovannino Guareschi che comprende otto scuole nei comuni di San Secondo, Soragna e Roccabianca e attualmente in congedo per motivi di studio, è stato selezionato per il primo dottorato nazionale in «Peace Studies». Il programma, promosso dall’Università La Sapienza di Roma ha ricevuto oltre 280 candidature, selezionandone solo 39 da tutta Italia e dall’estero. Il dottorato rappresenta una grande occasione, non solo per l’approfondimento accademico, ma anche come strumento concreto di pace a scuola. 

«Si tratta del primo dottorato di ricerca di interesse nazionale in Peace Studies in Italia - spiega Francesco Camattini -. Per me costituisce un’opportunità di formazione e di ricerca interdisciplinare e innovativa sulle tematiche del conflitto e della pace. Nasce per iniziativa di RUniPace, la rete delle università italiane per la pace (Rete Crui).  Questo dottorato, coordinato dal professore Alessandro Saggioro dell’Università La Sapienza (dipartimento di Storia antropologia religioni arte spettacolo) si concentra sulle tematiche del conflitto e della pace con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di una società più giusta e pacifica da un lato attraverso la ricerca, dall’altro attraverso l'applicazione pratica delle competenze inerenti ai differenti percorsi proposti (sono infatti dieci i curricola disponibili). La pace si studia ma si deve anche fare concretamente». 

Come è organizzato il progetto?
«Innanzitutto occorre premettere che ci sono molti curricula che costituiscono il dottorato in Peace Studies che spazia dall’antropologia, passando per le scienze sociali e l’economia politica. Ciascun dottorando sceglie poi un ambito ed un curriculum da declinare nel suo ambito. Io desidero "restare" a lavorare nella scuola e per la scuola e ho avuto la fortuna di poter scegliere il curriculum "Educazione, pace e migrazioni"  seguito dal professore Claudio Baraldi di UniMoRe. Con il mio progetto il cui tema è la "violenza in ambito scolastico"  farò una serie di osservazioni partecipate nelle scuole (a Parma e a Modena) con ragazzi e ragazze di alcune classi seconde della scuola secondaria di primo grado. I miei strumenti di ricerca saranno integrati poi con interviste con docenti e personale scolastico». 

 A che ragazzi e ragazze è rivolto?
«Lavorerò più che altro con le medie ma dovrò avere un’attenzione particolare anche per i docenti ed il personale scolastico in generale. La scuola infatti dovrà essere presa in considerazione da molti punti di vista e ciascuno potrà apportare il proprio contributo. Il mio progetto infatti desidera esplorare anche i modi per gestire in modo inclusivo e partecipato i conflitti a scuola». 

 Perché è diventato così importante parlare di pace nelle scuole?
«Parlare di pace oggi, con una guerra nel cuore dell’Europa e una nel vicino oriente  è fondamentale e non solo a scuola ma a tutti i livelli. Certamente l’educazione e la formazione sono leve importantissime e se ci saranno cittadini in grado di costruire la pace, il mondo sarà un luogo migliore. Aggiungo solo che oggi più che mai occorre parlare di pace perché se ieri i padri costituenti erano attrezzati avendo appena vissuto una guerra e non intendendo ricadere in quella trappola mortale, oggi rischiamo di esserci dimenticati di cosa significa una vera guerra ed essere fortemente impreparati per coglierne i segnali storici e sociali e per attrezzare ed organizzare conseguenti risposte non violente e pacifiche». 

 Ci può fare una scaletta dei temi che affronta con gli studenti?
«Con modalità che devo ancora stabilire nel dettaglio mi occuperò di esplorare la violenza nelle scuole; non la violenza fisica o il cosiddetto bullismo ma esplorerò per esempio la violenza "strutturale" cioè quella violenza perpetrata dalle istituzioni che anziché colmare le disuguaglianze tra studenti e studentesse dando a tutti le stesse opportunità le approfondiscono (più o meno consapevolmente) e poi mi occuperò della violenza simbolica e quella culturale. Queste ultime sono violenze più sottili che passano attraverso i valori, i simboli e le regole di una cultura che diventa cultura dominante rispetto ad un’altra considerata "minoritaria" con le conseguenze del caso. Penso alla "lettera a una professoressa" di don Milani: i ragazzi di Barbiana facevano notare all’Italia dell’epoca  come il ceto contadino fosse sostanzialmente misconosciuto poiché la scuola era fatta per la borghesia liberale. Non "parlava" la lingua dei poveri ma del ceto produttivo». 

 Questo è il primo dottorato in Italia, pensa che sia esportabile in altre realtà come ad esempio Parma?
«Alla presentazione del 13 novembre scorso presso il rettorato della Sapienza con la magnifica rettrice Antonella Polimeni, anche occasione per l’assemblea annuale delle Università che aderiscono a RuniPace, c’erano molte università italiane tra cui anche Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma che, dopo aver conosciuto la realtà di questo dottorato,  si è detta fortemente interessata sia ai temi sia agli sviluppi futuri. Mi auguro che il dottorato ci sia anche Parma l’anno prossimo». 

 Qual è secondo lei il modo migliore per dialogare con i ragazzi di oggi e farsi ascoltare?
«Non ho una ricetta ma credo che i giovani stiano a sentire i testimoni credibili. Persone che fanno quello che dicono e dicono quello che fanno con trasparenza. Prima di tutto occorre sapere ascoltare e non comportarsi con paternalismo ma alla pari. Se non si ascoltano i giovani o se li mettiamo sotto tutela abbiamo perso in partenza. I giovani sono nostri alleati non competitor da escludere per la costruzione di un paese migliore». 

 Il progetto prevede anche un coinvolgimento delle famiglie?
«Per ora no ma credo che verrà molto presto anche questo momento. Le famiglie sono l’anello fondamentale per la costruzione di una pace vera, partecipata e  duratura».

  Come si può sviluppare il sistema educativo-didattico nelle scuole per affrontare il tema della violenza e della pace? E da che ordine di scuola bisogna iniziare?
«Questa è una domanda molto complessa alla quale per ora posso rispondere che "ci stiamo lavorando". Scherzi a parte il sistema educativo didattico è costruito per accogliere - in modo più o meno consapevole - strutture e dispositivi che contengono "violenza". E’ a partire dalla capacità di rileggere queste trame invisibili ovvero quello che accade a scuola oltre le apparenze che si deve partire per costruire la pace. La scuola dovrebbe essere un ambiente democratico ed inclusivo dove non si soffre ma si passa il proprio tempo migliore.  Vi faccio solo un esempio di un "dispositivo" che sembra neutro ma che potrebbe concorrere a un certo disagio scolastico. Per esempio, siamo davvero sicuri che i compiti a casa non siano un dispositivo di discriminazione anziché un dispositivo di acquisizione di nuove competenze? Voglio dire  ci sono bimbe e bimbe che sono seguiti dai genitori, dai parenti, da coloro che se ne occupano per lavoro nel doposcuola, ci sono altri che non possono permettersi aiuti, non sono italofoni: a partire dai compiti incomincia un percorso di disparità sociale e di orientamento differenziato che porterà forse ad acuire le differenze tra bimbo e bimbo. Ma è solo uno spunto di riflessione che va approfondito sperando di darvi un’idea di ciò di cui mi occuperò nei prossimi tre anni».

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