Carcere
In Italia, sono circa 620 i minori reclusi nei 17 istituti penitenziari minorili. Un dato che, preso singolarmente, potrebbe sembrare contenuto, ma basta guardare indietro di un solo anno per coglierne la portata: nel 2023 erano 350. In dodici mesi, il numero è quasi raddoppiato.
Per alcuni, il carcere è la giusta risposta ai giovani che riempiono le pagine di cronaca con le loro scorribande, ma per altri il dato fotografa un sistema che non sa prevenire, né offrire alternative credibili.
Di questo avviso è don Claudio Burgio, cappellano dell’istituto Beccaria di Milano, che ha affrontato il tema durante il penultimo incontro «Basilica e Agorà», in Duomo, moderato da don Sincero Mantelli.
«Il carcere minorile è un avamposto da cui impari a guardare il mondo - dice don Burgio - Ti permette di vedere ciò che non funziona e gli elementi di criticità. Il tempo della pandemia è stato prezioso per comprendere fenomeni già in atto, come l’ottimismo puerile degli adulti. Ricordo quando un ragazzo mi disse che lo slogan “andrà tutto bene” gli sembrava una presa in giro e, di fronte alla morte, non si poteva rispondere con frasi vuote».
Gli strumenti per sostenere questi ragazzi restano inadeguati, mentre il sistema educativo è sempre più frammentato e privo di una direzione chiara. «Non possiamo educare se non abbiamo chiaro l’obiettivo - sottolinea - I ragazzi lo intuiscono e percepiscono la confusione nelle proposte formative. Non riescono a vedersi dentro un percorso di speranza. Un ragazzo mi ha detto che i nostri valori sono scatole vuote: li proclamiamo, ma non li viviamo».
Un’educazione che fatica a confrontarsi con la realtà di questi giovani e con il loro vissuto. Si continua a proporre modelli tradizionali, senza considerare il contesto in cui crescono, le pressioni a cui sono sottoposti. «Sono autori di un reato, ma anche vittime di un sistema che chiede loro prestazioni continue senza intercettarne il dolore - prosegue il cappellano - Sono tutti ragazzi segnati da una profonda sofferenza. Spesso vengono da famiglie assenti o eccessivamente presenti. Dobbiamo chiederci cosa significhi davvero educare».
Il vero nodo è capire come parlare ai ragazzi e cosa proporre loro. «A questi giovani manca la parola e per questo agiscono con violenza. Quando non si riesce a esprimere le emozioni, subentra l’aggressività. Vivono in un tempo in cui l’adulto è irrilevante, si muovono solo tra pari dandosi le proprie regole. Dobbiamo aiutarli a trovare un senso nel mondo».
Spesso si cercano spiegazioni superficiali, capri espiatori che semplifichino una questione molto più complessa. «Il bersaglio facile oggi è il rap e la trap, ma io non sono d’accordo - riflette don Burgio - Non si risolve nulla censurando una cultura solo perché non ci appartiene. Al contrario, dobbiamo immergerci in essa per decodificarla».
Un impegno educativo che coinvolge anche la Caritas. «La Caritas – dice Maria Cecilia Scaffardi, direttrice della Caritas diocesana – ha nel suo Dna la questione educativa. Ogni giorno incontriamo giovani in situazioni di disagio. Con loro non servono scorciatoie ma tempo, fatica ed energie per percorsi educativi veri».
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