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C'era una volta

Oltretorrente, ballatoi come loggioni

Quando la musica addolciva la povertà. Organetti nei cortili e nei borghi, balconi con spettatori di ogni età

Oltretorrente, ballatoi come loggioni

05 Maggio 2025, 10:02

La «Gisa» (solo ed esclusivamente per l’anagrafe Adalgisa ma per tutti «Gisa») nacque nel cuore «dedlà da l’acua» il 1° maggio 1923. Ma la sua nascita, come ebbe modo di ricordare anche negli ultimi anni di vita fu, del tutto particolare. «A són nasùda - diceva sorridendo la “Gisa” - metè in-ta-l baladór dill scäli e metè in ca' al primm äd mag' dal vintitrì». Per quale motivo la «Gisa», che fece per anni l’ambulante in Ghiaia vendendo stoffe e fodere, sosteneva questa bizzarra tesi? Ma perché la sua mamma cominciò a perdere le acque proprio sul ballatoio del vecchio e fatiscente stabile di Borgo Santa Maria. Accorsero le vicine che la accompagnarono in casa e, dopo poche ore , nacque la «Gisa».
«Mé mädra la s’arcordäva che cuand a són nasùda , in-ta-l cortil, un cazant ch' l’äva bvù, al sonäva con la fizarmònica Bandéra Ròssa e l’Internasionäla (era il 1° Maggio, festività abolita dal Fascismo, proprio nel 1923 n.d.r.). Ròbi che se sintìvon il guärdji is' ligävon tutt. A chi témp là al Testón (Mussolini n.d.r.) al n'é scarsäva miga».
Una bella storia di ballatoio, quella della «Gisa», accaduta in uno degli stabili più popolari della città, calato in un ambiente, «dedlà da l’acua», dove poteva succedere di tutto. Il ballatoio, nelle case popolari, era uno spazio vitale dove si socializzava, si rideva, si piangeva, si urlava, ci si consolava a vicenda…. si nasceva e si moriva. Insomma, il teatro della vita in un mondo dove le porte delle case erano quasi sempre aperte e le chiavi erano un optional. I «cazànt» si conoscevano alla perfezione e, quella piccola comunità che viveva sotto lo stesso tetto, era un’unica grande famiglia. I bambini, sul ballatoio, specie in inverno, giocavano con i «sinalcoli» o le biglie oppure attaccavano alle ringhiere dei lunghi terrazzi girandole che giravano come eliche di aeroplani quando spirava un po' di brezza.
Dal canto loro «i véc' » si posizionavano sul ballatoio, sedendosi su una seggiola portata da casa, per fare quattro chiacchiere. Erano tempi non certo di abbondanza e di agi quindi, anche le «rezdóre», dovevano essere molto solidali tra loro e non era raro che si passassero , a turno, un « brancón äd farén’na», un bicchiere di zucchero, un cucchiaio di conserva o «socuànt óv». oppure si prestassero , chi era capace, per fare le punture ad un ammalato. Era festa grande quando qualche «rezdóra», particolarmente ispirata, decideva di fare la «tortafritta» ed, allora, ce n’era un piattino anche per i vicini di ballatoio i quali, in comune, oltre la solidarietà, avevano anche quei miseri ed angusti servizi igienici posizionati nelle scale. La festa di una famiglia era la festa di tutti come, ad esempio, il matrimonio di una giovane che, alcuni giorni prima, vedeva il gineceo del pianerottolo mobilitato per far sì che la sposa scendesse le scale impeccabile mentre lo sposo la attendeva nel cortile. Come pure la pietà accompagnava quei gesti spontanei, carichi di tantissima umanità, quando veniva a mancare qualcuno.

Un segno distintivo che accomunava tutti i ballatoi erano i panni stesi, qualche vaso di fiori o di rosmarino e, appese al muro, alcune malconce gabbie con un paio di canarini messi lì quasi ad esorcizzare la miseria e l’indigenza delle varie famiglie. Non era raro che nei vari ballatoi scoppiassero «dill bujj» che oscuravano il cortile come i «nuvlón nìgor dal Buz ädla Jàcma» ma, dopo poco, risplendeva l’arcobaleno della solidarietà nel cielo di quella povera gente. Chi possedeva una fisarmonica ed era in grado di farla «cantare», si metteva all’opera facendo risuonare, fra le antiche mura, quei brani popolari imparati nei vari «festivàl». Mentre, settimanalmente, passavano, tra quei borghi, anche «Pjerón» e la Romilda con il loro «organén» che intonava al…. «vàllser dla mizérja». Il «baladór», a volte, si trasformava anche in minuscola officina fai da te per eseguire qualche lavoretto come la riparazione di una «scràna sòpa» , oppure di qualche manico di padella rotto. Ma quello che accumunava davvero i vari «baladór» , sia quelli all’aperto che quelli al chiuso, erano i richiami ad alta voce delle mamme che chiamavano all’ordine i figli oppure di qualche moglie che inveiva all’indirizzo del marito che aveva alzato un po' il gomito.
Un altro aneddoto riferito ai « baladór» ci riporta a tempi più recenti rispetto a quelli della «Gisa». Siamo a metà anni cinquanta, il teatro di questa vicenda è sempre borgo Santa Maria, per i parmigiani del sasso «cul äd sach», uno dei borghi più caratteristici ma anche più poveri della città. «Marjén» (poi divenuto fondatore e direttore dell’orchestra « Millelitri»), a quei tempi ragazzino anche troppo vispo , abitava in un «granär» con la numerosa famiglia. Un bel giorno inforcò la bici per andare a «tór su» un po' di uva dalle parti di San Pancrazio per poi pigiare nel solaio. Giunto sul posto, tra i filari, scorse una bella gallina. Veloce come un pesce ( il ragazzino era anche un abile «grotadór» nella Parma con il suo maestro di pesca «Trombètta») la afferrò e la mise dentro un sacco mentre gli amici erano intenti ad effettuare una velocissima vendemmia per non essere scoperti dai contadini.
Ritornati a casa, i ragazzi, depositarono il tutto « in- t-al baladór» tra la sorpresa dei «cazànt» già pronti a pigiare l’uva e fare la festa alla gallina. «Marjén», comunque, non era nuovo a queste imprese poiché, con gli amici del borgo, fece salire un vitellino, anche questo «tòt su» nel primo contado, su per le scale, parcheggiandolo sul ballatoio per poi portarlo in solaio. Ma tutto fu vanificato, il mattino seguente, dall’arrivo nella corte di una camionetta della «Celere» che, a quei tempi, non scherzava. il vitello fu caricato su un camion e riportato nella sua stalla mentre il «brigadér», prima di risalire sulla camionetta, rivolto a quei monelli, anche se in modo molto burbero, mostrò tutta la sua umanità in considerazione delle condizioni economiche in cui versava quel borgo e non solo quello. «Guagliò - disse il poliziotto in dialetto napoletano - con voi i conti li facciamo dopo e adesso sscparite».

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