SALUTE
Distratti dalla vita
Chi ha tempo, non aspetti tempo, recita un antico detto popolare. Eppure, anche quando il tempo abbonda, capita di farlo passare senza arrivare all’obiettivo. È in quei momenti che scattano le giustificazioni scandite dai «Non ho fatto in tempo» o «avrei voluto farlo, ma…».
E sì che abbiamo la fortuna (o la sventura, a seconda dei punti di vista) di vivere in un’epoca super agevolata dalla tecnologia che ci dovrebbe aiutare in maniera significativa e più produttiva. Che cosa succede, allora?
Secondo il filosofo Pascal Chabot, autore di «Avere tempo. Saggio di cronosofia», quando ci lamentiamo, in realtà celiamo non una crisi di attenzione qualsiasi, ma di qualità. Gli ostacoli per conquistarla, poi, sono onnipresenti e irrompono nel quotidiano: notifiche su cellulari o pc; colleghi o famigliari che parlano, discutono, chiedono continuamente attenzioni o consigli; radio e tv in sottofondo; il vicino di casa irrispettoso o il corriere che suona al momento meno opportuno o ancora il call center che irrompe nella nostra vita proprio quando siamo in altre faccende affaccendati. Se a questa lista aggiungiamo le preoccupazioni di tutti i giorni, la concentrazione va letteralmente a bagno.
Concetto ribadito anche dallo scrittore Johann Hari, che ne «L’attenzione rubata» parla di una «cultura patogena dell’attenzione», cioè di un mondo dove la capacità di concentrarci è sotto assedio costante.
«Gli stimoli che provengono dall’ambiente, soprattutto nella nostra epoca fortemente caratterizzata dalla presenza di molteplici elementi distrattivi come ad esempio i dispositivi smart, sono un ostacolo per l’attenzione - conferma Silvia Casamatti, psicologa dell’Unità operativa semplice di Psicologia della salute clinica e di comunità dell’Azienda Usl di Parma - La tecnologia moderna assume spesso il ruolo di disturbatrice scavalcando così quello di ausilio: si pensi ad esempio al livello attrattivo che può rivestire la spinta ad aggiornare la bacheca social anziché terminare un’azione, che viene dunque interrotta o procrastinata».
Anche dover affrontare più impegni simultaneamente, può influire sul calo di attenzione che, secondo la ricercatrice dell’Università della California Gloria Mark, una volta smarrita richiede fino a quasi 23 minuti per essere ritrovata: fine del mito del multitasking?
Non necessariamente. Un corretto stile di vita e un allenamento costante dell’attenzione (vedi box sullo stato di flow) potrebbero aiutare. «Durante il lockdown, con il lavoro da remoto, era consuetudine eseguire più azioni alla volta nello stesso arco temporale: oltre al proprio lavoro, dovevamo monitorare i figli in Dad o fare la spesa, i lavori domestici, sbrigare commissioni e gestire scadenze, con la conseguente attivazione a livello cerebrale delle aree connesse con quelle azioni, con un dispendio di risorse e di energie superiori a quelle necessarie».
Secondo la specialista, si innesca la sensazione di rincorrere la propria concentrazione. «Le difficoltà - prosegue Casamatti - possono essere causate anche da condotte disfunzionali e molto lontane da uno stile di vita salutare: penso ad esempio al mancato rispetto dei ritmi circadiani (un sonno rigenerante, si sa, influisce positivamente sia sulla concentrazione che sul rendimento, ndr) o l’abuso di sostanze (fumo, caffeina o droghe, ndr). Talvolta, il calo dell’attenzione può essere sintomatico di alcuni disturbi psicologici come la depressione o l’ansia, oppure di malattie neurologiche come l’Alzheimer».
E quanto pesa lo spazio che ci circonda? La risposta arriva dalla psicologia ambientale, nata 50 anni fa in corrispondenza del rapido declino delle condizioni naturali e dell’aumentato bisogno di creare ambienti in grado di rispondere alle necessità delle persone. «Gli psicologi di questa branchia studiano come le interazioni con lo spazio di lavoro sono connesse al benessere e in che modo l’ambiente naturale migliora la salute mentale - dice la specialista - È stato ad esempio più volte sottolineato come il connubio tra silenzio e natura porti a un maggiore rilassamento e a una maggiore consapevolezza del momento presente».
Morale: inquinamento acustico e atmosferico possono avere un impatto negativo sulla concentrazione, già a partire dall’infanzia. Che fare per superarlo? Diciamocelo: chi vive in una grande città, deve purtroppo fare i conti con l’ambiente che si ritrova. Tuttavia, e l’idea arriva dal Giappone, per controbilanciare gli effetti negativi di smog, rumori & C. perché non ritagliarsi ogni tanto un «bagno nella foresta»?
La tecnica, nota come «Shinrin Yoku», prevede di immergersi all’interno di boschi o aree verdi riconquistando così una migliore consapevolezza dei nostri sensi. Insomma, il contatto con la natura può aiutarci a staccare la spina e a ricaricare le pile in vista degli obiettivi in divenire. Non sarà certo come vivere ai margini di una radura incontaminata, ma con un po’ di fantasia e volontà si fa tutto.
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