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Architettura, Bontempi nell'Olimpo

Primo italiano a ottenere il premio. La consegna il 29 marzo a Chicago

Pier Carlo Bontempi

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di Mariagrazia Villa

La storia di Richard Driehaus è tipicamente americana. Ha iniziato a guadagnare i primi dollari da ragazzino, consegnando tutte le mattine il giornale in un quartiere di Chicago. Fedele al motto: «Tutti vogliono diventare ricchi, ma pochi sono disposti a lavorare per diventarli». E ha iniziato a giocarseli in borsa a 13 anni. Oggi, questo enfant prodige della finanza ne ha 71 ed è il titolare di uno dei fondi d’investimento più importanti degli Stati Uniti. E pensa alla felicità altrui come alla propria. Dal 1984, infatti, ha speso circa 100 milioni di dollari in opere filantropiche, cui ha aggiunto, nel 2003, l’istituzione del «Richard H. Driehaus Prize», in collaborazione con la prestigiosa University of Notre Dame nell’Indiana. Fedele a un altro motto: «Ognuno merita di vivere circondato dalla bellezza». Insieme al Pritzker Architecture Prize (vinto finora da due italiani, Aldo Rossi nel 1990 e Renzo Piano nel 1998), che è più noto ma economicamente meno consistente, è il premio per l’architettura più importante al mondo, paragonabile al Nobel. Obiettivo: onorare ogni anno un architetto vivente che, nel corso della sua carriera, abbia fornito un singolare contributo all’architettura tradizionale e classica. 

L’anno prossimo, per la prima volta, il Driehaus andrà a un architetto italiano: il parmigiano Pier Carlo Bontempi. Gli verrà ufficialmente conferito il 29 marzo, al John B. Murphy Memorial Auditorium di Chicago, e in quell’occasione verrà anche pubblicato un volume dedicato al suo lavoro. Bontempi, uno studio a Gaiano e una fama internazionale, si occupa di architetture tradizionali di nuova fondazione, come di progetti di restauro e ricostruzione, e di pianificazione urbana. Con una gentilezza da ultimo umanista. Che mira a rimettere l’uomo al centro e a disegnargli attorno un ambiente di grande piacevolezza estetica e responsabilità etica.
«Quando ho saputo di aver vinto il premio, oltre all’immensa soddisfazione, che mi ricompensa dell’ingratitudine del mio Paese, mi sono posto due domande», confessa. «Come ho fatto a meritarlo? Visti gli illustri nomi prima del mio, come Leon Krier o El-Wakil... Forse, il fatto che nel voluminoso The Language of Towns & Cities di Dhiru Thadani, pubblicato da Rizzoli International qualche anno fa, il mio progetto per l’isolato di Place de Toscane a Val d’Europe, a 30 chilometri da Parigi, sia quello cui sono state riservate più pagine deve aver influenzato favorevolmente la giuria...».
Place de Toscane, in effetti, è un confortante esempio di classicità moderna. Gli edifici, tutti diversi tra di loro e progettati nello spirito dell’architettura locale dell’Ile de France, ma con la sensibilità di quella italiana, si affacciano su un’amabile piazza ellittica delle dimensioni dell’anfiteatro romano di Lucca. «Poi, mi sono chiesto: e se fossimo nel 1540? I possibili vincitori italiani sarebbero stati Michelangelo, Palladio, Vignola, Serlio... Be’, oggi posso anche dire di essermelo meritato questo premio, ma allora sarebbe stata una gara molto più difficile!».
Tra le motivazioni per cui questo signore dall’eleganza cinquecentesca e dalle idee lungimiranti ha vinto il Driehaus, non c’è solo l’armonia con cui i suoi interventi uniscono architettura e urbanistica, mettendone in luce il profondo legame, ma anche l’«original green», ossia il rispetto per l’ambiente.
«Sulla sostenibilità c’è un fraintendimento colossale... Va intesa in senso più ampio: un edificio che duri mille anni, sia flessibile, sobrio e renda felice la vita delle persone è certamente ecologico...». Insomma, tra il Beaubourg, lungamente restaurato, e il Pantheon, in perfetta forma da secoli, la palma della sostenibilità va di sicuro al secondo.
«Nel ricevere questo premio dal respiro mondiale, penso al nostro Paese, sfortunato e bistrattato: in tremila anni abbiamo costruito il più grande capolavoro al mondo, ossia il paesaggio italiano, e in settanta ci siamo impegnati a distruggerlo... Benché la mia energia, come architetto, non abbia confini, sarebbe impegnata al meglio se riuscissi a far riflettere, qui in Italia, che un’altra modernità, in continuità con la tradizione, potrebbe fornire un modello di rigenerazione e di uscita da questa crisi di identità che stiamo vivendo». Forse, con l’incarico per la costruzione del Labirinto di Fontanellato per Franco Maria Ricci, sta già mostrando come un’architettura che arricchisca il paesaggio, e non lo impoverisca, sia ancora possibile. Bontempi, purtroppo, è un «nemo propheta» da manuale. «Il museo dell’Università di Notre Dame potrà essere il luogo a cui donerò i miei disegni e acquerelli, perché in Italia un posto che desideri riceverli non c’è...». Peccato. Perché lui ha sempre fatto tana al futuro. Un dono naturale. All’inizio degli anni Ottanta, faceva parte del celebre gruppo Alchimia, allora la massima avanguardia del design. Oggi, a trent’anni di distanza e anni-luce da quel pensiero, sembra al passo col passato, ma è straordinariamente moderno. E questo premio lo dimostra.

 

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