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Nicolò Bettoli: un protagonista del neoclassicismo europeo

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Carlo Mambriani
Si deve in gran parte ad una ristretta cerchia di tecnici e artisti locali il merito di aver riplasmato, nella prima metà dell’Ottocento, il volto di Parma in chiave neoclassica: Nicolò Bettoli, Paolo Gazola, Giuseppe e Antonio Cocconcelli, con Paolo Toschi – direttore dell’Accademia di Belle Arti e “sovrintendente” artistico locale – diffusero in città un gusto sobrio ma elegante, improntato a grande nitidezza, semplicità e funzionalità. Tra di loro la figura di Bettoli, stranamente trascurata dalla critica anche più recente, merita davvero un approfondimento per avere inciso come pochi altri con la sua opera su tutta l’architettura parmense della prima metà del secolo. Erede di una operosa stirpe di capimastri e architetti di origine ticinese, documentata a Parma dalla fine del XVII secolo, durante gli anni di chiusura dell’Accademia per l’occupazione francese (1796-1803) Bettoli frequentò lo studio del parmigiano Donnino Ferrari, allievo di Ennemond-Alexandre Petitot, esordendo al concorso di architettura bandito nel 1805 dalla stessa Accademia. 
Pochi anni dopo aver dato il progetto per il nuovo teatro di Fidenza (1812) Nicolò, con talento e risolutezza, riuscì ad ottenere la nomina ad architetto di Corte con Maria Luigia (1816) e, nello stesso anno, la cattedra di Architettura pratica in Accademia.     
Per la sovrana Bettoli curò dapprima il restauro di alcune fabbriche ducali (il teatro Farnese, la Pilotta, Santa Maria del Quartiere, la villa di Sala) e con Paolo Toschi il progetto della nuova galleria dell’Accademia, disegnata su modelli d’Oltralpe, destinata ad ospitare le collezioni artistiche rientrate da Parigi dopo le spogliazioni francesi e nuove opere acquisite dalla duchessa.  Dopo aver dato alcuni progetti per il nuovo cimitero della Villetta, redatti a due mani col suocero Giuseppe Cocconcelli (1817), tra il 1821 e il 1829 compì l’impresa architettonica per la quale è maggiormente noto, il nuovo teatro Ducale di Parma (oggi Regio).  Degnamente celebrato da due pregiate edizioni bodoniane corredate dalle incisioni dell’atelier Toschi (1824, 1829), il nuovo teatro si trovava perfettamente integrato nei percorsi della corte, divenendo una parte essenziale di quella “città nella città” costituita dai diversi palazzi ducali collegati da lunghe maniche e cavalcavia.  I volumi puri e compatti della fabbrica, ottenuti con larghe pareti di intonaco liscio tra cornici orizzontali poco aggettanti, si accompagnano a una raffinata declinazione di temi classici e di modelli ripresi dall’architettura illuministica europea, in particolare francesi.  Ancora per la duchessa Bettoli riplasmò l’antico palazzo ducale (1833, distrutto in seguito alla Seconda guerra mondiale), eresse la nuova sala di lettura della biblioteca Palatina (1834), la biblioteca privata (1838-1839, distrutta) e riadattò (1836-1837) i palazzi di Colorno e del Giardino. Tra il 1836 e il 1837 replicò gli straordinari esiti del teatro Ducale con l’edificio delle Beccherie in piazza Ghiaia (malauguratamente demolite nel 1928), uno dei più raffinati edifici neoclassici italiani; completò l’edificio del Collegio Lalatta (1836-1847) facendone l’attuale Convitto Maria Luigia e progettò la nuova sede dell’Università degli Studi (1844), completata dal figlio Luigi e successivamente trasformata in Tribunale. Lungo una carriera intensa, a tratti frenetica, che ha coperto tutta la prima metà dell’Ottocento, a Nicolò Bettoli va il merito, insieme all’Accademia locale, di avere mantenuta viva la ricerca tardosettecentesca di Petitot sui contenuti dell’architettura classica, prolungando tenacemente il suo influsso nel parmense a discapito dei revival neogotici e delle tendenze storicistiche tipiche del periodo.  La giornata di studi in programma e il futuro convegno internazionale offriranno l’occasione per rivalutare l’opera dimenticata di questo protagonista e colmare le lacune critiche sull’architettura del primo Ottocento parmense.

Responsabile ricerche storiche di Parma Urban Center

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