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La 'ndrangheta nel Parmense. Le 5 cose da sapere

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Dalle infiltrazioni dei primi anni Ottanta al maxi processo Aemilia, con 239 imputati, 58 condanne e 305 anni di pena. La storia dello sviluppo della ‘ndrangheta in Emilia, a casa nostra. Boss, traffici, soldi riciclati, droga. Personaggi insospettabili affiliati alle cosche calabresi. Domani i lettori della Gazzetta di Parma troveranno in edicola, con il giornale, un inserto di quattro pagine, gratuito, dedicato alla criminalità organizzata di casa nostra. Per capire come la mafia si è infiltrata nella ricca e laboriosa Emilia: inchieste e storie, anche quelle dolorose e coraggiose dei familiari delle vittime di mafia che hanno scelto di vivere tra noi. Ecco allora in cinque punti chiave la storia della ‘ndrangheta nel Parmense.

1. Dalla Calabria all’Emilia. L’assalto della cosca madre alla terra da spolpare iniziò il 9 giugno del 1982, con l’arrivo a Quattro Castella, nel Reggiano, in soggiorno obbligato, del boss Antonio Dragone. I tentacoli della ‘ndrangheta si allungano così sulla provincia di Reggio,che diventerà il cuore della mafia in trasferta dalla Calabria, fino ad arrivare al Parmense, solo una manciata di chilometri distanza, paesi ricchi e indifesi da assaltare. Dragone sarà ammazzato nel 2004 a Cutro, il suo posto sarà occupato da Nicolino Grande Aracri, ma la terribile faida tra le famiglie farà vittime anche da noi: delitti su commissione, esplosioni, roghi dolosi. La magistratura reagisce, iniziano le grandi inchieste sulla criminalità organizzata. Le indagini Scacco Matto, Ri-Scacco, Edilpiovra, Grande Drago, Point Break e altre. Fino all’inizio del 2015, quando all’alba del 28 gennaio scatta il blitz Aemilia, un’operazione che taglia le gambe alle criminalità organizzata calabrese in trasferta, la cosca Grande Aracri in versione emiliana. 117 le misure cautelari, tra carcere e domiciliari, di cui 56 per associazione mafiosa. Molti i volti noti, ma anche tantissimi gli insospettabili. Il risultato di quattro anni di inchiesta. Si arriva così al traguardo del processo Aemilia, ai riti abbreviati di Bologna e alle udienze, tuttora in corso, nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia. 147 imputati. C’è anche Michele Bolognino, il boss di riferimento per le ‘ndrine parmigiane.
2. Dagli spari ai conti in banca. Al trasferimento geografico corrisponde anche una mutazione genetica della criminalità organizzata, che al Nord diventa sempre più silenziosa, attenta alle operazioni economiche, in mano a personaggi insospettabili. Esperti di riciclaggio, in grado di “ripulire” denaro sporco con attività economiche ben inserite nel territorio. La ‘ndrangheta cutrese diventa sempre più holding e si arricchisce con proprietà immobiliari, locali da ballo, società commerciali. Si profila così il caso di Sorbolo, il comune parmense in cui i boss hanno messo in scena una maxioperazione immobiliare del valore, sulla carta, di 15-20 milioni di euro: sulle pagine della Gazzetta di domani, la ricostruzione di come il grande affare si sia trasformato in un infinito guaio per le cosche. Oppure di Brescello, il primo comune della nostra regione commissariato per mafia. Il tutto sotto l’ombrello della famiglia dei boss Grande Aracri.
3. Le testimonianze delle vittime. Non lo sappiamo, ma vivono accanto a noi. Sono i familiari delle vittime di mafia che hanno scelto di rifarsi una vita quassù. Senza rinunciare alla lotta per i diritti e la libertà, portando la loro voce in giro tra scuole e paesi. Sulla Gazzetta di domani, ci saranno le interviste a Margherita Asta, Emanuele Modica e Gabriella Corsaro. Margherita Asta era solo una bambina, aveva 11 anni, quando una bomba cambiò per sempre la sua vita. La mamma e i fratellini vennero fatti esplodere per errore nell’attentato al giudice Palermo (Pizzolungo, 1985); la donna stava accompagnando a scuola i due gemellini di 6 anni, la sua auto si venne a trovare tra la macchina del giudice e la bomba. Emanuele Modica è un artista 80enne, che oggi vive a Langhirano, e combatte la mafia con il pennello: va in giro per l’Italia con una mostra sotto una tenda itinerante per lanciare un messaggio di pace. Suo padre venne assassinato dalla mafia. Gabriella Corsaro, famoso soprano, è nipote della vittima di mafia Giuseppe Rechichi, vicepreside della scuola di Polistena, che nel 1987 venne centrato da un proiettile vagante, destinato al direttore di banca del paese. Tutti e tre i testimoni vivono nel Parmense e sono impegnati con l’associazione Libera nella lotta alle mafie
4. Il tesoro dei mafiosi. A Berceto c’è una villa comprata con i soldi della camorra che oggi è un centro civico aperto a tutti. A Casatico di Langhirano, vicino al castello di Torrechiara, c’è una casa confiscata alla criminalità organizzata che viene utilizzata per le famiglie che rischiano di finire in strada, senza un tetto. Vicino a Salsomaggiore ci sono un grande rustico e nove ettari di terreno, gestiti dal Parco dello Stirone, che sono stati confiscati alla mafia e trasformati in un’area verde a disposizione della gente. I tesori della criminalità organizzata sono tanti e sconosciuti. Appartamenti, locali da ballo, negozi, società immobiliari. Un patrimonio stimato milioni e milioni, localizzato a Parma, Sorbolo, Soragna e Montechiarugolo. La mappa dei beni è uno strumento prezioso per capire lo sviluppo criminale nel nostro territorio: sulla Gazzetta l’elenco de patrimoni confiscati ai condannati per associazione mafiosa.
5. I grandi pentiti. False fatturazioni, soldi nei sacchetti della spazzatura, rapporti con la politica: Giuseppe Giglio è una figura chiave nelle inchieste sulla ‘ndrangheta emiliana. La sua collaborazione con la magistratura ha alzato il velo su affari e complicità insospettabili. Così come il parmigiano Paolo Signifredi, imputato nel processo Pesci a Brescia, considerato il faccendiere della cosca, ha ricostruito le ramificazioni della ‘ndragheta tra Emilia e Lombardia. Le loro testimonianze fanno capire la portata della ragnatela che stava soffocando l’Emilia,

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