Enrico Gotti
«Secchione», «bimbominchia», «obeso», «dovresti morire in una maniera lentissima e molto dolorosa», «handicappato»: parole che sono pietre, scritte da studenti dodicenni, di scuola media, su un gruppo whatsapp, lette sul telefonino da coetanei e adulti. Il preside, Pier Paolo Eramo, ha deciso di pubblicare le schermate degli insulti sul sito della scuola media Fra Salimbene, per reagire e trovare soluzioni: «È ora di prendere in mano il cellulare dei nostri figli, di guardarci dentro».
Per la prima volta, una scuola decide di denunciare pubblicamente quanto avviene nel mondo parallelo di chat e smartphone, per rompere un muro di silenzio e invitare tutti a riflettere. Solitamente avviene il contrario: le scuole vogliono parlare il meno possibile, all’esterno, di casi di bullismo e cyberbullismo, che sono comunque frequenti in ogni istituto.
«Dopo molte esitazioni – scrive il preside Pier Paolo Eramo - scelgo di pubblicare sul sito della scuola alcuni messaggi che due nostri alunni si sono scambiati su un gruppo whatsapp di una delle nostre classi delle medie. Lo faccio perché siamo stufi. Siamo stufi di questo assurdo mondo parallelo che ci inquina; siamo stufi dell’uso sconsiderato e irresponsabile delle parole; siamo stufi dell’assenza degli adulti. E non vogliamo più sentire che era solo uno scherzo, un gioco, che non immaginavamo, che non sapevamo».
«E’ ora di chiedersi – continua il dirigente scolastico - se questo è quello che vogliamo dai nostri ragazzi e agire di conseguenza. E’ ora di prendere in mano il cellulare dei nostri figli, di guardarci dentro (perché la privacy nell’educazione non esiste), di reagire, di svolgere in pieno il nostro ruolo di adulti, senza alcuna compiacenza, tolleranza bonaria o, peggio, sorniona complicità. Non serve andare dal preside e chiedere cosa fa la scuola quando la vittima di turno non ha più il coraggio di uscire di casa. E’ troppo tardi. Cominciamo a fare qualcosa tutti. Ora».
«Ci ho pensato a lungo – ribadisce Pier Paolo Eramo – ma quando in una settimana vedi tre casi simili, uno perde la pazienza. È una cosa costante, è come un rumore di fondo, c’è un giro di messaggi, la maggior parte innocui, ma ci sono anche insulti pesanti, gruppi creati per prendersela con un alunno o un insegnante. Prendono in giro uno scrivendo che è grasso, che puzza, che si veste alla Caritas. Anche quando andavamo a scuola noi c’erano insulti così, ma un conto è farlo in diretta, in uno spazio e in un tempo definito, con tutto il coraggio che ci vuole per agire nella realtà, un conto è mandarlo a tutti in un gruppo whatsapp».
A preoccupare preside e docenti è il fatto che i genitori sottovalutino la «potenza di fuoco» dei nuovi strumenti. «Dicono: sono “ragazzate”, “stavano scherzando”. Ma se io sono tuo padre e scopro che fai queste cose il cellulare tu non lo usi più per un anno – sottolinea il dirigente - Questi fatti succedono in tutte le scuole. Qualche settimana fa alcune ragazze della scuola media si sono fatte le foto con il cellulare in palestra, mentre si cambiavano, per poterla tenere e poi minacciare di mandarla in giro. Poi ovviamente arriva il genitore della vittima e ti chiede: ma la scuola cosa fa?». In classe gli alunni non possono usare il telefonino, ma lo portano con se di nascosto, e lo adoperano in bagno o all’intervallo.
«E' una minoranza che si comporta così, ma non si può perdere la vita a correre dietro a queste cose, ognuno deve fare la sua parte – è l’appello – non si possono abbandonare i ragazzi nella giungla tecnologica da soli, non bisogna dare per scontato nulla: siamo iperprotettivi nella vita reale mentre in quella virtuale lasciamo i nostri bambini senza alcun controllo. Abbiamo bisogno dell’impegno di tutti gli adulti, in tutti i momenti della giornata».
Il commento della Maestri (Pd)
«L'iniziativa di denuncia del prof. Eramo è meritoria e rappresenta un’importante assunzione di responsabilità del mondo scolastico di fronte alle problematiche di bullismo e cyberbullismo, purtroppo dilaganti in particolare tra gli adolescenti. La condanna di episodi di questa natura non è sufficiente se, come adulti, famiglie e rappresentanti delle istituzioni non ci interroghiamo sull'uso distorto delle nuove tecnologie che possono rappresentare, al tempo stesso, una grande opportunità di crescita e uno strumento di prevaricazione reciproca». Lo dice la parlamentare Pd Patrizia Maestri sulla denuncia del preside dell’istituto comprensivo Sanvitale- Salimbene di Parma sugli episodi di bullismo e cyberbullismo tra gli adolescenti.
«Gli adolescenti sono spesso inconsapevoli delle conseguenze gravi dei loro comportamenti - aggiunge Maestri - e per questo vanno aiutati insieme alle loro famiglie affinchè possano avere occasioni di formazione e sensibilizzazione. Alla Camera sono in discussione due proposte di legge che affrontano il problema del contrasto al fenomeno cyberbullismo, ma anche questo non basta e non basterà senza una comune assunzione di responsabilità. I nostri ragazzi non possono essere lasciati soli di fronte alle opportunità e alle insidie delle nuove tecnologie. L’iniziativa del prof. Eramo ha il merito di aver aperto un dibattito pubblico su questi problemi. A lui va il mio ringraziamento e il mio sostegno nella missione educativa che si propone di svolgere».
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