×
×
☰ MENU

I viaggi parmigiani della dolce morte

I viaggi parmigiani della dolce morte

26 Febbraio 2016, 07:46

Monica Tiezzi

Sono stati quattro i parmigiani che, nell'ultimo anno e mezzo, sono andati in Svizzera a morire. E il loro numero, quest'anno, è probabilmente destinato a salire: nei primi due mesi del 2016 sono già stati tre i malati della nostra provincia che, con il tramite dell'associazione «Exit Italia», hanno attivato la procedura di richiesta di suicidio assistito in Svizzera, Paese che consente la pratica.

«Riceviamo ottanta telefonate al giorno di malati disperati che chiedono aiuto, un numero in continuo aumento - dice Emilio Coveri, presidente e fondatore di Exit Italia, unica realtà italiana che informa chi vuole andare a morire in Svizzera - L'Emilia Romagna è la terza per numero fra i nostri 3.500 iscritti: circa 380 persone. E coloro che ci contattano da Parma e Fidenza sono decisamente aumentati nel corso del 2015».

Sono circa 500 i suicidi assistiti che si consumano ogni anno sul suolo svizzero. Fra gli ultimi parmigiani che hanno deciso di andarsene bevendo un bicchierino di pentobarbital di sodio (questo il metodo della «dolce morte» adottato in Svizzera) ci sono stati un uomo e una donna malati di sclerosi laterale amiotrofica, un paziente affetto da sclerosi multipla e un malato oncologico. Stanno per affrontare, con partenza da Parma, lo stesso viaggio senza ritorno due signore affette da Sla e un malato di tumore.

Impossibile risalire a quanti parmigiani, dalla nascita 20 anni fa di Exit Italia ad oggi, se ne siano andati nel sonno, in un ambulatorio di Berna, Basilea, Zurigo o Lugano. «La nostra onlus si limita a mettere in contatto i malati italiani con le associazioni in suolo svizzero, fra le quali Liberty Life, che gestiscono la parte operativa della procedura. Sappiamo in via indiretta, perchè non pagano più la retta annuale o perchè ce lo comunicano i familiari, se un iscritto ha portato a termine la procedura», dice Coveri. Nel 2015 Exit Italia ha anche attivato una succursale in Canton Ticino.

Quanto costa morire? Novemila e 500 euro, spiega Coveri, comprensiva di due visite mediche preliminari, la somministrazione di due pastiglie anti-vomito e del barbiturico, e la cremazione. «La Exit Italia però ha solo i 50 euro di iscrizione iniziale che servono per redarre il testamento biologico, più la tassa annuale di 25 euro. Siamo una onlus, non facciamo business», chiarisce Coveri.

Per poter avviare la domanda, secondo la normativa svizzera, occorre essere in grado di intendere e di volere e soffrire di una patologia grave irreversibile clinicamente accertata da cartelle cliniche e dichiarazioni mediche. Una commissione valuta se accettare o no la richiesta. La procedura non avviene solitamente in ospedali ma negli ambulatori dei medici disposti ad eseguirla e il medico è anche tenuto a cercare di far desistere il paziente. «Un 20% di persone cambia idea anche all'ultimo minuto. Ma degli italiani non è mai tornato indietro nessuno», dice Coveri.

LA MEDICINA LETALE

Lo chiamano «medicina letale» il barbiturico somministrato in Svizzera ai pazienti che vogliono chiudere una vita di sofferenze. E in questo stridente accostamento semantico c'è il dramma nel dramma dell'eutanasia: la medicina che, da strumento di salute, diventa veicolo di morte. È spiazzante guardare i video (oggi anche sul sito della Gazzetta) che registrano gli ultimi minuti di vita di chi sceglie di morire in Svizzera, il Paese più stucchevolmente idilliaco del mondo, diventato terra di spiaggiamento per 500 persone ogni anno. La morte servita su un piatto d'argento sembra leggera, affettuosa: si trangugia il veleno, si salutano i familiari in lacrime, si sgranocchia la cioccolata, ci si mette in posa per l'ultima foto e poi ci si addormenta. Una scena non molto diversa, probabilmente, da quella che si ripete quotidianamente in tanti hospice, ospedali e abitazioni nel momento del trapasso. Nel primo caso si sceglie, nel secondo si accetta un destino. E sulla dignità delle due opzioni ciascuno decide secondo coscienza.

mtiezzi@gazzettadiparma.net

ESILIO INACCETTABILE

L'ambizione di Exit Italia e del suo presidente Emilio Coveri (cugino di terzo grado dello stilista Enrico Coveri, torinese, ex manager Fiat ed Iveco, una moglie originaria di Tizzano) non è solo aiutare chi vuole farla finita, ma anche tenere vivo il dibattito sull'eutanasia. «Ho deciso di fondare Exit Italia dopo aver assistito impotente alla morte, fra atroci sofferenze, di mio padre e di mio zio, colpiti da tumore. Ho pensato: “se capita a me, voglio poter scegliere”».

L'associazione opera nella legalità, visto che non infrange alcuna legge italiana. Solo la posizione degli eventuali accompagnatori di chi sceglie il suicidio assistito è rischiosa: «In base all'articolo 580 del codice penale potrebbero essere condannati fino a 12 anni di carcere perchè “agevolano o rafforzano il proposito suicida”. È un articolo che andrebbe subito abolito, assieme al 579 che punisce “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui”. È inaccettabile essere obbligati a morire in esilio perchè l'Italia non si decide a fare una legge sull'eutanasia», sostiene Coveri.

Per questo Exit Italia ha raccolto, assieme all'associazione Luca Coscioni, 67 mila firme per sostenere una proposta di legge su suicidio assistito, eutanasia e testamento biologico. «Siamo orgogliosi di averlo fatto: la nostra è una battaglia contro la sofferenza e per la dignità», dice Coveri. La discussione sulla legge comincerà in Parlamento il 2 marzo e Coveri è impegnato in questi giorni in incontri sul tema: stasera sarà a Reggio Emilia e nelle prossime settimane, dice, vorrebbe venire anche a Parma. «Ma sono scettico sull'esito dell'iter parlamentare. Temo tanto ne uscirà la solita legge papocchio».m.t.

MORIRE SENZA DOLORE

Spesso la richiesta di morire ne sottintende un'altra, dice suor Erika Bucher, medico palliativista, delegata della Congregazione delle Piccole Figlie nella gestione dell'omonimo hospice di via Po, una struttura nata il primo ottobre 2007, con 16 posti letto, che nel 2013 ha avuto la medaglia d'oro del premio Sant'Ilario per il lavoro di assistenza ai malati terminali. «Anch'io mi sono sentita chiedere: “mi aiuta a finirla?”. È una domanda sulla quale bisogna andare a fondo, perchè a volte è fatta senza una reale consapevolezza. Credo che in realtà nessuno voglia andarsene in quel modo - dice suor Erika - Ci sono familiari che la prendono alla lettera e cominciano subito ad informarsi sulle procedure. Ma la mia esperienza dice che più spesso è una richiesta mascherata di aiuto per affrontare il dolore, la solitudine e l'angoscia della fine, ed è importante coinvolgere i familiari in questa domanda inespressa, più che assecondare il desiderio di morte. La medicina palliativa può fare molto per affrontare il dolore e ci si può spegnere senza angoscia, attorniati dall'affetto delle persone amate».

«Come ha detto papa Francesco parlando di altre situazioni, chi sono io per giudicare?» premette Giorgio Cocconi, ex primario dell'oncologia dell'ospedale Maggiore, per otto anni presidente del Centro di bioetica Migone, parlando della scelta del suicidio assistito. «Ho visto nella mia carriera l'intollerabile angoscia del paziente terminale, capisco la spinta a farla finita. Ma come medico non riuscirei mai a somministrare un farmaco letale. Il malato è mio fratello. Ho sempre cercato di riempire il futuro dei miei pazienti di consolazione e speranza, una speranza motivata dai passi avanti che la medicina compie quotidianamente».

«Il paziente che si sente amato dal medico non chiede l'eutanasia, e personalmente non ho mai ricevuto questa richiesta - dice Roberto Delsignore, ex direttore del reparto di Clinica e terapia medica e del Dipartimento onco ematologico internistico dell'ospedale Maggiore - L'opposizione all'eutanasia non ha solo motivazioni cristiane. La cosiddetta “dolce morte” contrasta con la missione del medico, tenuto a prendersi cura del paziente e ad alleviare il dolore fino alla fine naturale, non ad arrogarsi il diritto a togliere la vita».

«Capisco che questo è un tema che coinvolge profondamente la libertà di decisione, il sentimento della vita e la dignità dei malati, ma credo anche che uno dei problemi maggiori del paziente terminale sia il dolore fisico e psicologico - continua Delsignore - Da alcuni anni sono possibili cure antalgiche che tengono il dolore sotto controllo. Si può accompagnare il paziente verso la fine alleviando le sofferenze sue e dei familiari». m.t.

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI