Ha scatenato una valanga di reazioni, come prevedibile, la notizia del ragazzino di 10 anni «tagliato» dalla Juventus club e avvisato con una lettera. Notizia ripresa ieri dai siti di tutte le principali testate nazionali e commentata in svariati modi da tantissimi lettori.
Rosa ristretta
Nel tourbillon mediatico delle reazioni al caso, è tornato a far sentire la sua voce anche il presidente della Juventus club Mauro Bertoncini che in una nota ribadisce che inviare la lettera al ragazzino «è stato un errore, e chiediamo scusa soprattutto al ragazzo e a tutti gli altri che l'hanno ricevuta». Il dirigente poi ricorda che «non abbiamo la possibilità economica e la forza per fare due o tre squadre per ogni annata. Nella categoria 2006 si gioca con 7 giocatori, quindi è logico fare una rosa di massimo 16 giocatori, in modo che tutti possano giocare almeno un tempo, come dice il regolamento Figc e noi sempre facciamo. Preciso poi che noi non siamo una Scuola Calcio patrocinata dal Comune di Parma, e che la nostra società non è né affiliata, né Scuola Calcio Fc Juventus, è solo Scuola Calcio asd Juventus club Parma».
«Siamo rammaricati per quanto è successo - continua - ma anche per l'eccessivo risalto che l'episodio ha avuto. Siamo una società di calcio nata nel 1961, apprezzata per serietà, competenza ed organizzazione in tutte le parti della Regione e d'Italia. Da ben 55 anni, la nostra attività porta via dalla strada più di 250 ragazzi ogni anno, facendoli divertire e giocare a calcio con istruttori preparati e consapevoli del loro lavoro, e anche un episodio come questo, non potrà cancellare tutto quanto è stato fatto in questi anni né gettare fango sulla nostra grande, ribadisco grande società».
Solidarietà al bambino
Sull'altro fronte la famiglia del bambino è stata tempestata da richieste di chiarimenti da parte di molte testate e alcune istituzioni. «Da tanti altri genitori abbiamo avuto parole di solidarietà» fa sapere la mamma.
«Molti altri invece mi hanno detto ''Ma non sapevi che il calco è così, anche a livello giovanile, e che la Juventus club fa sempre così? Mi meraviglio che ti meravigli''».
«Diverso il messaggio ricevuto da una mia collega - continua la signora - : ''A mio figlio - mi ha scritto -, è successa un po' la stessa cosa. Io allora l'ho iscritto agli scout e questo gli ha cambiato la vita e i suoi valori''».p.gr.
PARLA L'ASSESSORE ALLO SPORT GIOVANNI MARANI
Paolo Grossi
L'assessore allo Sport Giovanni Marani si è ovviamente interessato della vicenda del ragazzino scartato dalla Juventus Club via lettera. «Non conosco a fondo i dettagli della vicenda, ma ci sono alcuni punti fermi che credo coinvolgano anche quest'ultimo avvenimento. Per prima cosa secondo me una società sportiva inserita in una comunità deve produrre relazioni, e possibilmente di qualità. Sono queste i risultati più duraturi nella sua attività. Produrre relazioni vuol anche dire tenere da conto la crescita dei giovani atleti, che dev'essere a tutto tondo, non solo sul piano tecnico o tattico. A questo proposito il Comune promuove con regolarità incontri dedicati proprio a migliorare la cultura e la sensibilità dei dirigenti sportivi di ogni disciplina. Devo però lamentare il fatto che non sono molto frequentati , anche se l'aggiornamento dei dirigenti è uno dei requisiti inseriti nei bandi per la gestione degli impianti. All'ultimo, quando un bravissimo relatore ci ha parlato della responsabilità sociale dei sodalizi sportivi, erano presenti dieci dirigenti in tutto. E dire che a Parma le società sportive sono un migliaio, 350 solo di calcio».
Con più preparazione insomma si sarebbe forse evitata quella lettera a dir poco inopportuna.
«La lettera che ho visto è una cosa che fa male a tutti. A questo proposito credo che le società dovrebbero chiarire bene, quando si ha a che fare con ragazzini così piccoli, qual è il patto educativo che si stabilisce con le famiglie, le quali affidano al club il loro bene più prezioso. Più chiarezza iniziale potrebbe servire a eliminare successivi malintesi. Però, prescindendo dal caso particolare in questione, devo anche dire che tra i mali dello sport c'è il mito del «bimbo campione», un fenomeno che pervade negativamente il sistema. Spesso sono i genitori a spingere i figli verso le società più ambiziose, o più prestigiose, o più danarose, a volte trascurando le controindicazioni che possono sorgere nel mandare i bimbi, tra i quali i gradi di maturazione sono sempre diversi, in ambienti particolarmente competitivi».
Il Comune può far qualcosa per indirizzare o almeno monitorare la situazione?
«Più di quello che già fa è difficile. Ho detto degli incontri e dei criteri di assegnazione dei bandi, che prevedono la territorialità del club, quindi la prevalenza di ragazzi del quartiere o della zona, oltre all'aggiornamento di tecnici e dirigenti. Inutile nasconderlo: il problema non è locale, ma generale, è una sottocultura del risultato a tutti i costi che da anni, e sempre più purtroppo, sta corrompendo i veri valori che dovrebbero ispirare lo sport. Devo in questo senso fare un appunto anche alla Gazzetta di Parma...»
Prego, miri al petto...
«Da un paio di stagioni avete dilatato lo spazio dedicato al calcio giovanile e promosso un concorso sui campioncini. Le intenzioni sono senz'altro positive, ma gli effetti possono essere negativi. In particolare quando vi occupate di tornei come quelli degli Esordienti, che non prevedono classifiche ma di cui pubblicate risultati e tabellini, andate involontariamente a solleticare le velleità negative di allenatori e società, che non ci stanno a figurare male sul giornale e quindi a volte possono essere spinti ad accelerare i tempi della selezione tra bravi e meno bravi».
E' un'ipotesi plausibile, ma in buona fede si pensava di dare visibilità a chi passa tanto tempo sui campi di solito nell'ombra...
«Vorrei poi dire che in questi ultimi anni a Parma uno sport in crescita esponenziale di numeri è l'atletica proprio perché lì non si sta mai in panchina e c'è una bella organizzazione tra le società che invece di farsi concorrenza si spartiscono con ordine le fasce di età. Chi opera in questo e in molti altri sport non scimmiotta i professionisti e non ha ambizioni di celebrità. Soddisfa solo la sua passione».
PARLA IL PREPARATORE ATLETICO VINCENZO PINCOLINI
Sandro Piovani
Vincenzo Pincolini ha da poco compiuto 62 anni. Dopo aver preparato grandi club e nazionali (Italia e Ucraina), da qualche anno è al settore giovanile della Figc. A preparare le cosiddette nazionali «under». E oggi, con i ragazzi del ‘97, gli Under 19 per intenderci, si gioca la finale europea di categoria, contro la Francia (diretta Rai3, ore 20,30). Insomma uno che di calcio professionistico se ne intende. Uno che prima di fare il preparatore atletico faceva l’insegnante di ginnastica. Perché questo preambolo? Per farvi capire che uno come il «Pinco» difficilmente perde la pazienza. Anche perché conosce bene il mondo del calcio, a tutti i livelli. «Ma quando sento che una società (la Juventus club ndr) spedisce a un bambino di dieci anni una lettera che nemmeno i club professionistici utilizzerebbero per comunicare la fine di un contratto, allora no, non ci sto. Un errore di comunicazione abnorme dire così a un bambino che non giocherà più in una squadra. Questo la dice lunga sullo stato del nostro calcio».
Cosa l’ha colpita di più in questa vicenda?
«A questa età, e almeno sino a 12-13 anni, i bambini devono
essere “multi-sport”, devono giocare a calcio ma non solo. Invece da questa lettera si intuisce che i bambini, a 10 anni, sono specializzati non solo nel calcio (perché è il più popolare) ma addirittura in ruolo. Terzino destro? Così tutta la vita. Non si può. Bisogna prendere esempio da iniziative come Giocampus dove i bambini si divertono imparando tanti sport. Crescendo poi un ragazzo farà le sue scelte. Che poi non è detto che siano quelle definitive. Una filosofia tra l’altro abbracciata dal Parma, dall’Università, dal Cus: tutti insieme impegnati a fare attività di formazione, per migliorare le conoscenze di tutti. Ed è sintomatico che la società di calcio più importante del territorio abbia queste idee, questa volontà».
Difficile però cambiare questa mentalità, quasi ci fosse un obbligo di vincere già dai “pulcini”.
«Beh, poi c’è quello che corre appresso all’arbitro, ci sono le risse negli spogliatoi, le risse tra giocatori, tra allenatori e giocatori, tra genitori... Manca una cultura sportiva e nel calcio ancora di più».
Ma è così importante poi questa selezione?
«Ma no, non è certo questo il modo di tirar fuori i campioni. I ragazzi abbandonano lo sport. E poi specializzandosi in un solo sport calano le capacità coordinative, si perde molto dell’alfabeto motorio dei ragazzi. Ripeto: sino a una certa età bisogna impegnarsi in più sport. Poi ci sono gli allenatori, i genitori, tutti pronti a far danni: i ragazzi devono sopportare pressioni troppo forti e poi abbandonano. L’Italia, secondo uno studio del Coni, rispetto agli altri stati europei, ha il più alto tasso di abbandono dello sport tra i ragazzi di 12-13 anni. Noi smettiamo di fare sport quando gli altri iniziano».
Questo spiega la crisi del sistema calcio?
«L’Italia, nel campo della formazione, è l’ultimo dei paesi europei. Non si fa scuola vera, non ci sono corsi per formare gli allenatori per i ragazzi. A Parma Cus, Università, Giocampus ed anche Parma Calcio 1913 stanno lavorando per questo. In ogni caso basta pensare ai campioni di calcio di venti, trent’anni fa: si divertivano a giocare a tanti sport, soprattutto pallavolo e pallacanestro. Ora ci sono ragazzi specializzati un ruolo a dieci anni. Serve una giusta attività di formazione mirata a migliorare la conoscenza degli allenatori giovanili».
Questo vale anche per i dirigenti?
«Ancora di più. Servono dirigenti di una certa caratura educativa, visto che poi fanno anche le scelte».
E a volte spediscono anche lettere.
PARLA IL COORDINATORE DI GIOCAMPUS ELIO VOLTA
Vittorio Rotolo
«Quando si invia una lettera ad un bambino di appena 10 anni per comunicargli che non rientra nei quadri tecnici, una società di calcio dovrebbe guardarsi al proprio interno perché evidentemente, nella sua stessa impostazione di base, c’è qualcosa che non va».
I toni sono pacati ma le parole di Elio Volta, coordinatore di Giocampus, a proposito del caso del bambino scartato dalla Juventus club, sono pesanti come macigni.
«Questa spiacevole vicenda dimostra come, in determinati ambienti, si sia persa completamente di vista la ragione di fondo che deve ispirare la pratica sportiva: educare i giovani al movimento» insiste Volta.
Ed aggiunge: «Qui non siamo di fronte ad una richiesta di iscrizione che non è stata accettata per mancanza di posti, un qualcosa che potrebbe anche starci. In questo caso, il bambino è stato di fatto allontanato per far posto ad altri suoi coetanei, probabilmente ritenuti più bravi a calciare un pallone. Tutto questo a 10 anni! Ma di cosa stiamo parlando? Quanto accaduto è davvero inconcepibile. Stamattina (ieri per chi legge, ndr), non appena ho aperto la Gazzetta di Parma e ho visto il servizio, sono rimasto esterrefatto – racconta Volta -: sul piano umano il primo pensiero è andato subito a quel bambino, cui mi sento di rivolgere idealmente un grande abbraccio. Un bambino che sicuramente avrà cominciato a praticare il calcio animato dalla passione e dall’entusiasmo tipico di chi, affacciandosi alla vita, individua nello sport un terreno di crescita ideale, nel quale confrontarsi in maniera sana e condividere, insieme a tanti altri amichetti, esperienze ed emozioni. Posso solo immaginare come si sarà sentito, nel leggere quelle righe».
Non è passata inosservata nemmeno la replica dei vertici della Juventus Club, secondo cui l’errore è stato quello di «indirizzare la lettera al bambino», mentre sarebbe stato più opportuno «rivolgersi ai genitori».
«Non metto in dubbio il fatto che questi dirigenti e questi tecnici svolgano quotidianamente il proprio lavoro con grande impegno ed energia. Ma, alla luce dei fatti, mi sembra che il loro tempo, queste persone, non lo spendano affatto bene... In questa tristissima vicenda, a mio avviso, emergono due errori gravissimi. Il primo di tipo educativo: chi, come noi, si spende a 360 gradi per la promozione dell’attività fisica tra i giovanissimi, non deve infatti mai dimenticare che lo sport è prima di tutto inclusione, divertimento ed aggregazione. Il secondo errore – prosegue Volta – riguarda invece più da vicino la sfera tecnica: la specializzazione precoce non porta alcun risultato. Lo dice la scienza. E, al riguardo, ci sono pure casi eccellenti: penso ad esempio a Robert Lewandowsky, attaccante del Bayern Monaco e della nazionale polacca, che a 14 anni praticava pallavolo e che è diventato poi una delle stelle più luminose del firmamento calcistico internazionale».
«Che l’agonismo spinto all’eccesso sia una caratteristica esclusiva del calcio in parte è vero, perché nelle altre discipline non capita di vedere società che fanno selezione tra i piccolini – conclude Volta -: per fortuna, anche nel mondo del pallone, ci sono però club che operano in maniera differente. Ed in tal senso, la stessa Parma è ricca di esempi positivi».
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