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Daniele Estanbouly: «Questa città è fantastica»

Daniele Estanbouly: «Questa città è fantastica»

23 Settembre 2016, 11:48

Michele Ceparano

In città lo conoscono tutti e per tutti è Daniele. Quello della pizza e del kebab. Ma di cose da mangiare nel suo locale, la «Pizzeria da Daniele» di via Emilio Lepido 37, a un passo dal capolinea dell'autobus numero 3, ce ne sono tantissime. Esotiche, ma anche italiane. E altrettante sono le cose che lui, Daniel Estanbouly, 47 anni, nella nostra città dal 1993, ha da raccontare. Da quando lasciò il Nord del Libano e la sua città, Al-Mina, per iniziare una nuova vita a Parma. Andò via da un luogo sconvolto dalla guerra e voltò pagina. Adesso Parma è casa sua dal momento che, con la moglie Rania, anch'essa libanese, qui ha fatto tre figli: Gioia, dodici anni, Alessio, dieci, ed Elena, sette. E, come tutti i «nuovi» parmigiani che qui hanno fatto strada, della sua città è fierissimo.

Torniamo indietro a quando è arrivato.

«Sono arrivato nel 1993. In Libano avevo finito le scuole e poi mi ero messo a lavorare. Là però la situazione non era bella. C'era appena stata la guerra (la guerra civile durò dal '75 al '90, ndr). Insomma, non si viveva bene. La vita era difficile, ma bisognava andare avanti. Cercare qualche soluzione».

E l'ha trovata qui.

«Sì, sono venuto per studiare, poi ho trovato lavoro qui e ho cominciato a darmi da fare. Ho iniziato a lavorare come dipendente in una pizzeria. Poi, piano piano, con tanti sacrifici dopo otto anni di lavoro ho aperto il mio primo locale».

Della guerra in Libano che ricordo ha?

«Brutto. La guerra è sempre brutta. Ero giovane, ma capivo che non è mai il modo per risolvere i problemi. Sono cristiano e sono convinto che la pace sia un valore fondamentale».

Ritorniamo al '93. Com'era Parma allora?

«Quando sono arrivato io, a Parma erano ancora momenti d'oro (dice proprio così, ndr), tutto andava bene, c'era molto benessere. Era una città a misura d'uomo, come credo sia ancora oggi, ma era veramente al top come qualità della vita e rapporti tra le persone. Un posto “sistemato bene” che si faceva amare da chi ci abitava. A me ha fatto subito questa impressione e poi col tempo questa impressione è diventata una certezza».

Anche il Libano però è una bella terra. Nostalgia ne ha mai avuta?

«Non avevo troppa nostalgia anche perché lavoravo tredici-quattordici ore al giorno... Ma lavoravo volentieri e mi ritenevo fortunato. Per la nostalgia, devo dire la verità, non c'era tempo».

Tornava qualche volta in Libano?

«Sì, tornavo e torno ancora oggi. In Libano ho ancora parenti e amici. Ma adesso mi sento italiano. Più italiano degli italiani. E, soprattutto, mi sento parmigiano».

Il sogno di aprire un locale tutto suo poi si è avverato.

«Sì, era il mio sogno. E l'altro mio sogno era di aprirlo qui a Parma. Qui la gente mi ha accettato subito, ma credo che sia normale. Quando uno lavora e ce la mette tutta è difficile che la gente non glielo riconosca».

La lingua è stato l'ostacolo più difficile?

«Direi proprio di no, perché io parlavo inglese e francese quindi me la cavavo già discretamente. Mi sono messo d'impegno e ho imparato a parlare anche italiano. E parmigiano. Con il mio Paese continuavo ad avere un filo diretto, mi informavo, leggevo i giornali, sapevo cosa stava accadendo. Ma, più passavano i giorni, più mi accorgevo che le mie radici cominciavano a crescere qui».

Da dipendente a imprenditore è un bel passo.

«Quindici anni fa ho aperto il mio primo locale; era piccolo e avevo fatto tanti sacrifici, facevo un po' di tutto. Cominciavo al mattino e finivo alle due di notte. Per quattro-cinque anni è stato così. Poi, mi sono allargato, sempre qui in via Emilio Lepido, finché non sono riuscito a farlo diventare così (lo guarda con una punta di giusto orgoglio, ndr): più grande e frequentato. Adesso sono soddisfatto, ma la mia filosofia è che bisogna sempre dare il massimo e continuare a darlo. Nella ristorazione va mantenuto un livello alto, non si può sbagliare. Così la gente ti premia. Se sei bravo, vai avanti».

Qual è il suo motto?

«Qualità, servizio e accettare il cliente. La cosa più bella di questo lavoro è stare in mezzo alla gente, parlare con loro, diventare anche amici. In questo il mio carattere mi ha aiutato. Cerco sempre di superare le difficoltà, con ottimismo».

Ha anche coniato uno slogan.

«Pizza alla grande, kebab da urlo: un po' di pubblicità fa sempre bene».

Il suo locale è un simbolo di integrazione.

«In un certo senso, è così. Qui lavorano italiano e stranieri. Possiamo ringraziare Dio che, nonostante la crisi, le cose continuano ad andare bene».

I suoi figli sono nati a Parma.

«I miei tre figli sono nati qui e questa è la loro città. Sono bravi a scuola, fanno sport e crescono in un luogo a misura d'uomo. Per un genitore questo è il massimo. Il mio secondogenito gioca a calcio ed è bravo».

Lei infatti è un grande appassionato di sport.

«Sì, lo sport che ho praticato con maggiori risultati è stato il basket. Quando ero in Libano giocavo nella squadra dei Carmelitani, in serie A. Ero anche bravo, specie nei tiri da tre. Lo sport nella vita è importante perché insegna l'educazione e a stare correttamente insieme agli altri. Arrivato a Parma, però, ho iniziato ad appassionarmi al calcio. Erano infatti gli anni del grande Parma e poi, lavorando in pizzeria, ero diventato amico di alcuni giocatori che la frequentavano».

Chi ricorda con maggiore affetto?

«Erano tutti simpatici ma quello con cui avevo stretto l'amicizia più forte era Gigi Buffon, che poi mi ha anche regalato la maglietta della nazionale. Andavo a vederlo anche quando giocava nella Primavera. Poi avevo ottimi rapporti con Benarrivo, Fiore, Crespo, e tanti altri. Andavo sempre a vederli, da quei tempi sono diventato tifosissimo del Parma che adesso è la mia squadra. Ho sofferto quando è fallito ed è sceso tra i dilettanti. Ma adesso si sta riprendendo».

Una passione che ha trasmesso anche ai figli.

«Ai miei figli ho sempre parlato di quel Parma meraviglioso. Addirittura, quando erano piccolini, invece di raccontare loro le favole, parlavo loro delle imprese di Buffon, Benarrivo, Crespo e tutti gli altri».

Ormai lei è un «parmigiano del sasso».

«Ho passato più tempo a Parma che in Libano, quindi è normale che ormai mi senta di qui. Questa città non fa mancare niente. E' tutto vicino: ospedale, scuole, servizi».

Parma però ha anche dei difetti.

«Mah... forse è un po' peggiorata sul piano del traffico. Del resto è normale, quando sono arrivato qui, nel '93, c'era meno gente. Credo però che rispetto alle città della sua grandezza abbia una marcia in più, come ordine e pulizia. Da ventitré anni io l'ho vista anche cambiare, ma in meglio. E' più a misura d'uomo, è sempre verdissima, ha più piste ciclabili. La crisi si è sentita ma, come ho già detto, se si lavora duro si sente meno».

Un tema molto caldo è quello dei rifiuti, che in città ha scatenato molte polemiche.

«Io credo che l'Amministrazione comunale stia lavorando bene. Paghiamo tanto ma siamo sempre stati serviti bene, con puntualità ed efficienza».

Un sogno ancora nel cassetto?

«Migliorare ancora di più la qualità di quello che faccio. Sempre a Parma, però, che è nel mio cuore. Se mi tolgono Parma, mi tolgono tutto. L'Italia l'ho girata, è bellissima, ma io sto bene qui e non cambierei mai».

Se dovesse paragonare Parma a un cibo, quale sceglierebbe?

«La paragonerei a qualcosa di fantastico. Non so (sorride, ndr), alla mia pizza o al mio kebab».

Parma ormai fa rima anche con kebab. E i tortelli d'erbetta?

«A me il cibo piace tutto, ovviamente anche quello parmigiano. E poi da me si mangia all'italiana: la pizza, principalmente, ma anche panzerotti, arancini, i salumi di queste parti. Con il pane arabo sono ancora più buoni».

Parma per lei è il massimo. Esiste però qualcosa del Libano che porterebbe qui?

«Mah... (Daniele riflette un attimo, ndr). Devo essere sincero? Sono nato in Libano e potrei dire che porterei il mare. Però, tutto sommato, La Spezia dista un'ora di auto da Parma».

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