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A Lentigione, dove si lotta con il fango

A Lentigione, dove si lotta con il fango

14 Dicembre 2017, 11:50

Roberto Longoni

Si sprofonda nella mota, si arranca nel dolore e nella rabbia. Il ritorno a Lentigione equivale a una presa di coscienza, sotto un sole che illumina senza fare sconti. Gli sfollati sono 800, quelli che hanno perso il lavoro ancora di più: si parla di un migliaio almeno. I danni chissà. Passata la piena, resta l'occupazione del fango, la scia delle macerie e delle cose da gettare. Quelli che erano dettagli più o meno importanti dell'esistenza quotidiana sono diventati rifiuti. Le auto con il segno marrone a metà portiera, l'abitacolo fradicio destinato a imputridire, il motore annegato per sempre. Restano i muretti abbattuti, le porte scardinate, i cortili sollevati come se fossero lastricati con tessere di domino. Il fango non si appiccica solo alle scarpe e agli stivali, alle ruote che slittano peggio che sulla neve. Anche a chiudere gli occhi, t'invade, con il suo odore di terra, fogna, gasolio e sconfitta. Ora che l'Enza è tornato nel suo corso, sembra impossibile che sia arrivato qui: ma anche sulle recinzioni ancora in piedi, la cortina di foglie e rami a un metro da terra ricorda che per ore ha attraversato la vita di un paese intero. E' entrato da lì, in strada Imperiale, dall'argine poco a valle dell'incrocio con via Vignoli. Per correre verso la statale della Cisa, l'acqua ha imboccato anche questa strada. Al di qua non è andata oltre, fermandosi all'edicola con la Madonnina. Don Camillo e Peppone avrebbero di che discuterne. A suo tempo. Ora sarebbero a loro volta con le maniche rimboccate. Magari a chiedersi se mai anche qui sbarcheranno angeli del fango (il cui arrivo finora è però stato scoraggiato, per evitare intralci). «Farebbero comodo - dice chi caccia il fango a badilate da una bifamiliare al 97 di strada Imperiale -. Qui finora ci siamo noi e pochi altri». Annuisce e va oltre Daniele Gatti, accanto a lui. «Nessuno» ripete. E si spiega: «Nessuno ha curato la pulizia del greto e degli argini. Nessuno ci ha avvertiti». Lucia Rapacchi, a sua volta armata di spingiacqua, trattiene le lacrime per non darle al fango. «E' andata bene che ci hanno chiamato i vicini». Dormiva con il marito al piano terra, dove la piena è salita fino a ottanta centimetri. L'argine dell'Enza, distante una settantina di metri, si è rotto più o meno all'altezza di casa sua. Il rumore dei tre grossi scavatori e del bulldozer impegnati a chiudere la falla larga trecento metri arriva fino a qui. «Il tempo di infilarsi giacca e jeans e di prendere i gatti sul letto con noi - prosegue Lucia Rapacchi -. Per andare dai vicini, abbiamo dovuto scavalcare la recinzione. E poi su, al primo piano». A osservare l'acqua che scende come una cascata e poi sfonda. «In pochi minuti abbiamo perso tutto: computer, televisori, playstation, elettromestici e mobili». Tutti in paese sono convinti che si potesse evitare. Se non l'allagamento (ma i più sono convinti che anche questo potesse essere scongiurato), almeno il suo effetto sorpresa. «Ci avessero avvertiti del pericolo - sottolinea Rino Vaccari - avrei portato via i miei due camion carichi di frutta e l'auto». Chi non sarebbe corso ai ripari? Invece, crollato l'argine, si è potuto solo erigere una diga di terra lungo la statale, dove la strada si interseca con la ferrovia: altrimenti, la piena avrebbe raggiunto Brescello. Ora, dalla Viazza a Coenzo è un lago profondo anche un paio di metri. Chissà quanto impiegheranno le idrovore per svuotarlo. Intanto, con i soccorritori, in paese si lavora di badile: manuale o meccanico. Pensando all'allarme che non è arrivato. Lungo via della Chiesa, Michele Poldi, che lavora gommapiuma per il biomedicale, la metalmeccanica, gli arredamenti, il settore sportivo sottolinea che avrebbe messo al riparo sul soppalco le migliaia di euro di prodotti già pronti per le consegne. «Avrei potuto sollevare l'armadio con la parte elettrica di questa apparecchiatura...» Poldi mostra una grande macchina di precisione: ha appena avuto il tempo di installarla, dopo averla pagata 130mila euro. E' finita nell'acqua limacciosa. Solo il tecnico dirà se potrà mai funzionare. «Non mi si racconti che è stato fatto il possibile». I Trattoristi di Parma stanno ancora liberando il grosso del suo cortile dal fango, quando arriva la «buona notizia»: sono stati trovati tre spingiacqua in una ferramenta di Mezzani. A Sorbolo sono esauriti da un po'. Da Autozatti hanno quasi finito di usarli nell'autosalone ormai sgombro dal fango. «Abbiamo avuto danni a una cinquantina di auto, tra quelle a chilometri zero e quelle usate» spiega Monica Zatti. Anche nella grande concessionaria si punta a reinnestare la marcia e ripartire. Qua e là le luci delle ruspe e dei trattori permettono di allungare il giorno, fino a quando il freddo e la stanchezza non impongono la loro legge. Anche se riposare non sarà facile. Si è sparsa la voce che già dalla prima notte gli sciacalli si sono messi all'opera. C'è chi azzarda dettagli, aggiungendo che si tratterebbe di gente in mimetica. Il sospetto è più che sufficiente ad aggiungere angoscia. Chi fin da subito ha temuto incursioni non ha lasciato la propria casa nemmeno una notte. «Da me la luce c'era: rientrato di nascosto, la spegnevo ogni volta che l'elicottero mi passava sopra» racconta un abitante. Ora è di nuovo buio. Attraverso il portale della chiesa si spingono via le ultime gocce di fango. Danni grossi all'interno non ce ne sono. Fuori, l'albero di Natale è steso. «C'era anche il presepe: ora chissà dov'è» allarga le braccia un ragazzo. Si è salvato solo Gesù Bambino.

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