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«Giovani violenti? Non sanno gestire le emozioni»

«Giovani violenti? Non sanno gestire le emozioni»

14 Febbraio 2017, 10:32

Come una spia rossa. E la rabbia cieca deflagra. Hanno 14, 15 anni e parlano a suon di botte. Scoppiano per un nonnulla e non si fanno scrupoli ad aggredire gli adulti. Figuriamoci le ragazzine. Così le giovani partner vivono la violenza (o spesso la riservano alle rivali) durante le prime esperienze sentimentali. L’effetto branco è ancor più pericoloso. Invece che coscienza collettiva il gruppo diventa guscio, ribellione comune.

Ragazzini terribili, baby-gang che attaccano e malmenano passanti o coetanei. Per una rapina o per spregio. Ma cosa c’è dietro il fenomeno dell’aggressività incontrollata che troppe volte ultimamente fa da ossatura alla cronaca? L’abbiamo chiesto all’esperto Gianfranco Bruschi, psicologo del Centro adolescenza dell’Ausl.

Quanti ragazzini con disagi si affidano al Centro adolescenza ogni anno? E in quanti di loro riscontrate la problematica dell’aggressività incontrollata?

Annualmente, gravitano attorno al nostro Centro fra i 250 e i 280 giovanissimi. Di questi sono soprattutto le vittime e non tanto i cosiddetti bulli a rivolgersi a noi. Nel primo caso parliamo di circa il 20% sul totale, nel secondo sono meno di una decina di giovanissimi. Diciamo che la fascia d’età più rappresentativa del fenomeno è quella che va dai 14 ai 18 anni, ovviamente con sfumature e atteggiamenti differenti.

A parlare il linguaggio delle botte sono più i maschi o le femmine?

In generale rimangono i ragazzi, anche se non di rado le giovanissime diventano violente specialmente quando si tratti di problemi di cuore. Un aspetto delicato è che l’aggressività maschile si riversa anche sull’altro sesso, specialmente sulle partner.

Si tratta di casi che purtroppo si verificano sempre più spesso. Ma quali sono le cause?

Al di là degli aspetti individuali (mi riferisco soprattutto al disagio psicologico o comunque interiore), vanno ricercate nel contesto sociale. Dall’entroterra familiare alla cultura della relazione che vivono tra pari, a scuola o nei luoghi che frequentano. A giocare un ruolo sempre più incisivo sono anche i media e i social network. Dalla televisione a facebook loro apprendono modelli. Credo che l’aggressività incontrollata sia frutto della difficoltà, spesso incapacità, di controllare il rapporto con l’altro. Non riescono a capire i limiti e a gestire un’emotività che sfocia in violenza. A questo purtroppo si aggiunge l’effetto branco, pericoloso perché improntato sull’effetto emulazione.

In tutto questo s’inseriscono anche l’uso abuso di alcol e stupefacenti.

Già, che diventano non solo un veicolo “facilitatore” nella relazione tra pari. Ma costituiscono un vero e proprio “detonatore”, perché alimentano il distacco con la realtà e dunque la sottovalutazione delle conseguenze dell’aggressività.

Ci sono dei “sintomi” per aiutare gli adulti (genitori e insegnanti) ad accorgersi che qualcosa sta mutando nell’atteggiamento dell’adolescente?

E’ difficile identificarli, in generale credo sia fondamentale l’attenzione. Ma anche la volontà di scavare a fondo per capire cosa c’è dietro un’esplosione di violenza. Occorre tentare di mettersi nei panni dei ragazzini, in atteggiamento di ascolto.

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