L’arrivo dei richiedenti asilo non ha reso Parma una città più insicura, perché il fenomeno dell’immigrazione andrebbe scisso una volta per tutte dai problemi di sicurezza e ordine pubblico.
A sostenere questa posizione è il sindaco e vicepresidente dell’Anci, Federico Pizzarotti, che accetta di anticipare i punti chiave del discorso che terrà in Vaticano, sabato 30 settembre, durante l’udienza concessa da papa Francesco ad una delegazione dell’associazione nazionale dei Comuni italiani, relativamente al tema dell’immigrazione e dell’accoglienza.
Nelle ultime settimane si sono verificati alcuni drammatici episodi di criminalità da strada. Parma è diventata una città più insicura anche a causa dell’arrivo di numerosi migranti?
«L’insicurezza non è aumentata per colpa dei richiedenti asilo. Al di là dei proclami di alcune parti politiche, il vero tema legato all’insicurezza riguarda la non certezza delle pene, a cui va aggiunta la grande difficoltà nell’effettuare le espulsioni. Ci sono spacciatori arrestati più volte che sono già a piede libero. E’ questo il vero problema e non il colore della pelle di chi delinque».
Collegare l’insicurezza all’immigrazione è quindi un errore?
«Dobbiamo scindere una volta per tutte il tema dell’immigrazione da quello della sicurezza, o perderemo su entrambi i fronti. Riusciremo a sconfiggere le forme di razzismo solo se sapremo far comprendere che l’immigrazione è un fatto storico ineludibile, mentre la sicurezza trascende ogni momento storico. La sicurezza, ripeto, non dipende dal colore della pelle delle persone, ma da leggi che purtroppo non sanno più essere efficaci».
Cosa può fare il Comune per favorire l’integrazione degli stranieri ed evitare fenomeni di emarginazione, disagio e delinquenza?
«Uno degli obiettivi di questa amministrazione è quello di riuscire a lavorare a stretto contatto con le comunità straniere, perché parte di questa tensione sociale che si è creata colpisce anche loro. Queste comunità saranno interessate a separare chi delinque da chi non lo fa e chi, fra i richiedenti asilo, segue un percorso di integrazione e chi no».
All’interno della macchina comunale ci sarà qualcuno incaricato di gestire i rapporti con le comunità straniere?
«Spero di nominare a breve il delegato all’integrazione. Questa figura terrà anche i rapporti con le Onlus, seguirà i loro progetti e segnalerà alla prefettura eventuali mancanze rispetto alle funzioni che devono svolgere».
Quali sono le buone pratiche da mettere in campo per offrire vere occasioni di accoglienza ai richiedenti asilo?
«Bisogna focalizzarsi sulle attività lavorative. Il Comune dovrà collaborare con le Onlus nel proporre progetti che tengano impegnati i richiedenti asilo in attività utili per la cittadinanza. A Parma alcuni gruppi di richiedenti asilo sono stati destinati alla pulizia dei parchi e dei bordi delle strade, grazie ad una collaborazione fra le Onlus, il Comune ed Iren».
La distribuzione dei migranti sul territorio nazionale ha sollevato tensioni anche a livello locale. E’ possibile adottare un sistema meno impattante sulla vita delle comunità?
«Credo che occorra passare dalla gestione prefettizia dei Cas (centri di accoglienza straordinaria, ndr) a quella comunale del progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr). A tal proposito ricordo l’esistenza di una convenzione fra l’Anci e il ministero dell’Interno. Il vantaggio offerto dallo Sprar nella ridistribuzione dei richiedenti asilo riguarda il rispetto della quota di tre migranti ogni mille abitanti. Quota che ora non viene rispettata, tanto che Parma ha più richiedenti asilo rispetto al 3 per mille della popolazione. Questo squilibrio si è determinato perché non tutti i Comuni hanno fatto la loro parte. E’ stato calcolato che su ottomila Comuni italiani, solo tremila sono quelli che accolgono i richiedenti asilo. Questa sproporzione rischia di rendere difficile ogni progetto di reale integrazione».
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