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«Preso a calci e pugni per divertimento»

«Preso a calci e pugni per divertimento»

23 Gennaio 2017, 12:53

Laura Frugoni

Cos'è che fa male, il giorno dopo? Il corpo ancora ammaccato? O è la rabbia che punge più dei lividi? «Il mio pensiero adesso va alle donne, a tutte le ragazze che girano in centro. Se prendono di mira me, che sono grande e grosso, come potrebbero difendersi loro da una banda di teppisti?».

Grande e grosso lo è davvero Simone (il nome non è quello vero, nel rispetto dell'unica «condizione» che pone). Alto soprattutto: una pertica di un metro e novanta. Trentun anni compiuti dieci giorni fa, una vita piena e appagante nonostante i problemi all'udito, è lui il giovane che venerdì pomeriggio è stato aggredito a calci e pugni e rapinato da una banda di giovanissimi teppisti, violenza pura e gratuita in pieno giorno e nel cuore della città. Se loro sono in quattro e tu sei da solo. Se sono pure vigliacchi, pronti a colpirti alle spalle - allora, e purtroppo, viene da dire - anche la buona stazza conta poco. Simone se l'è vista brutta, venerdì. Dimesso dal pronto soccorso con dieci giorni di prognosi e per fortuna niente di rotto. Ma se non fosse stato per un automobilista che si è precipitato giù dalla macchina e ha tirato via un paio di quegli indemoniati ancora accaniti su Simone ormai a terra, poteva finire ancora peggio. Gliel'ha detto anche il medico del pronto soccorso: «Hai avuto fortuna, ragazzo». Se fortuna si può chiamare.

Verso le quattro del pomeriggio il 31enne era appena uscito dall'ufficio dove lavora: «Dovevo andare in via Repubblica a prendere l'autobus. Mentre camminavo mi sono messo a giocare a Pokémon go con il telefonino. All'altezza di via Cardinal Ferrari ho sentito un colpo alla giacca ma non ci ho fatto troppo caso “boh, avrò agganciato qualcosa”. Poi è arrivato un altro colpo e subito dopo ho visto dei biscotti che rotolavano davanti a me. Ho guardato la mia borsa - era tutta impiastricciata della crema dei biscotti - e poi li ho visti: quattro ragazzi che ridacchiavano, a una quindicina di metri di distanza. Uno di colore - doveva essere il più vecchio, molto più alto degli altri - faceva il gradasso, gli altri tre erano chiari di carnagione, potevano avere 16-17 anni. Si stavano divertendo con quei lanci: venivano dal Battistero verso San Giovanni. Prendevano di mira i passanti: ho sentito che una signora che li rimproverava. Ho proseguito per la mia strada, imboccando via Bruno Longhi. “Bravo, scappa, nasconditi”. Mi sono fermato: “perché? Cosa volete fare?”. Il ragazzo di colore è indietreggiato per tornare in mezzo al gruppo. Sembrava finita lì. Ero tranquillo, non volevo grane: era venerdì pomeriggio, il week-end davanti, la mia ragazza di aspettava... Ho ripreso a camminare per i fatti miei e a giocare a Pokémon. Da piazzale San Vitale ho svoltato in via Cairoli e me li sono ritrovati davanti: no, non è stato un inseguimento, penso più a una spiacevole combinazione».

Il quartetto torna a stuzzicarlo: «Toh, guarda chi si rivede... adesso ci divertiamo», e ricominciano a bersagliarlo con i biscotti. Il ragazzo scuro di pelle fa il capetto, l'aggressività è ancora tutta di parole ma Simone lo gela in un attimo: «Ho visto che gli colava il naso. “Cosa vuoi fare che non sei neanche capace di lavarti la faccia?” E' andato verso gli altri e mentre si puliva il viso è partito un altro: mi è arrivato alle spalle, ha cominciato a tirarmi i biscotti in faccia, mi è venuto addosso. Ho cercato di spingerlo verso il muro per bloccarlo, ma a sono arrivati gli altri, da dietro, e mi hanno buttato a terra».

La violenza si scatena: «Ho preso due calci in testa, uno nella schiena e un altro nel fianco... Ho perso tutti e due gli apparecchi acustici che porto, non avevo più gli occhiali che si sono rotti, uno mi ha strappato un ciuffo di capelli, e già non ne ho molti - sorride un attimo Simone - mi stava sopra e continuava a picchiarmi...».

In quel momento un uomo sulla cinquantina sta passando in auto lungo via Cairoli: la strada è stretta, quel film allucinante se lo trova davanti («o si fermava o ci tirava sotto»). L'uomo fa molto di più: inchioda, scende e si butta in mezzo al pestaggio. «Mi ha salvato, ne ha presi un paio di forza e me li ha tolti di dosso».

I quattro a quel punto capiscono che è ora di tagliare la corda, ma non a mani vuote: non sia mai. Simone ha una borsa con il computer a tracolla, un'altra busta con alcuni acquisti caduta a terra. «Uno dei ragazzi è andato a rovistarci dentro per vedere cosa c'era. Ha preso dei cavi per ricaricare le batterie: li avevo comprati su Amazon e me li ero fatti mandare in ufficio».

I quattro baby-delinquenti corrono verso via Repubblica, in via Cairoli si raduna altra gente, un altro passante afferra il telefono e cerca di seguire i fuggitivi. Arriva anche la polizia, che chiama un'ambulanza per Simone, ma prima gli agenti si fanno raccontare dal giovane tutto quel si ricorda dei suoi aggressori. «Ero dolorante, mi hanno accompagnato in un negozio... hanno cercato altri testimoni. Una ragazza, in particolare: anche lei li aveva visti dalla finestra che tiravano i biscotti lungo tutta la strada».

Simone uscirà dall'ospedale verso mezzanotte («mi hanno fatto diversi esami, sono stati molto scrupolosi»). Intanto si scatena la caccia ai quattro aggressori, anche con l'aiuto delle telecamere. Un gruppetto di ragazzi viene individuato e portato in questura, ma dopo un po' li lasciano tutti quanti andare «con tante scuse».

I testimoni oculari non li hanno riconosciuti. Quando questo succedeva Simone era ancora in ospedale. Ora andrà a fare denuncia. Certi particolari, certi dettagli li ha fissati bene in testa. Marchiati a fuoco: speriamo che la buona memoria serva a qualcosa. 

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