Beatrice Minozzi
Gino Mochi ha sempre parlato con pudore del periodo passato nei campi di lavoro nazisti. Quasi a non voler urtare la sensibilità dell’interlocutore, ma preoccupandosi anche di non passare per eroe. Troppo doloroso rivivere quei momenti anche solo coi ricordi, sentire sulla pelle il freddo pungente del rigido inverno tedesco, rivedere quello che i suoi occhi non avrebbero mai voluto vedere: l’orrore. Come altro chiamarlo? E’ una «Memoria», quella che si celebra domani per non dimenticare l’orrore nazista, che al 93enne reduce cornigliese fa sicuramente male. La sua storia è stata raccontata da Tonino Lucchi nelle dolorose pagine del libro «Gli Alpini cornigliesi in guerra», che dedica all’artigliere alpino Gino Mochi un’intera pagina.
Classe 1923, originario di Sesta Inferiore, Mochi fu chiamato alle armi il 7 gennaio del 1943 nel Terzo Reggimento Artiglieria Alpina. Solo 8 mesi dopo fu fatto prigioniero dai tedeschi nella zona di Aussa-Isonzo - questo riporta il ruolo matricolare, anche se nei suoi ricordi l’episodio è ambientato nei pressi del Brennero -: il suo reparto venne fatto prigioniero dai tedeschi e alla guida dei camion furono messi militari tedeschi, che guidarono la deportazione alla volta dell’Austria.
Lucchi, nel suo libro, riporta un fatto legato a questa circostanza. «Gino aveva nascosto delle bombe a mano nelle tasche della divisa, con le quali voleva tentare un colpo di mano e fuggire - si legge tra le righe - ma i suoi compagni intimoriti lo supplicarono di desistere e così andarono incontro al loro destino: i lager germanici». Nelle fabbriche di armamenti di Kassel per la precisione, città situata sulle rive del fiume Fulda, nella Germania centro occidentale. Caso volle che nello stesso campo di lavoro fu internato per un certo periodo anche l’alpino Bruno Prevoli, originario Beduzzo.
I due compaesani non fecero però in tempo ad incontrarsi e presto Prevoli, classe 1915, fu deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, da cui miracolosamente si salvò.
Ma torniamo a Mochi, che più volte durante la prigionia vide la morte negli occhi. Scampò ad un bombardamento anglo-americano, e anche ad un pestaggio da parte di due Ss, che lo volevano punire per essersi impossessato furtivamente di una rapa per alleviare i morsi della fame.
A salvarlo fu un maresciallo tedesco, una delle poche figure «umane» che punteggiano i ricordi sbiaditi di Mochi, che interruppe il pestaggio urlando qualcosa in tedesco. Ad alleviare la sua prigionia anche una donna tedesca che un giorno lo vide rovistare nei bidoni dell’immondizia in cerca di cibo. «La donna gli fece capire a gesti che in qualche modo lo avrebbe aiutato - riporta Lucchi -: la mattina dopo e quelle successive Mochi trovò, nascosto nel bidone, un pacchetto con del cibo». «Si sarà trattato - confidò Mochi a Lucchi - di una povera madre che vedeva in me il suo figlio lontano in guerra».
Gino Mochi tornò sano e salvo dalla Germania, si dedicò alla vita agricola e sposò la sua compaesana Rosa Ferrari, dalla quale ebbe tre figlie: Gianna, Ivana e Iole. Ma l’orrore quello no, non l’ha dimenticato. Anche lui, come tutti gli altri deportati, può dire di aver visto cose «che le mamme non devono sapere», per dirla con le commoventi parole usate da Mario Rigoni Sterni nel suo «Sergente nella neve».
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