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Giorgio Orlandini, il ricordo dei parmigiani

Giorgio Orlandini, il ricordo dei parmigiani

09 Giugno 2017, 03:39

Gian Luca Zurlini

Con la scomparsa di Giorgio Orlandini, morto ieri a 83 anni, Parma perde una delle figure più importanti della sua storia economica e civile del dopoguerra. Orlandini è stato infatti direttore generale dell'Unione parmense degli industriali per ben 32 anni, dal 1968 fino al 2000, ma il suo ruolo è andato ben oltre a quello del dirigente di un'associazione di categoria. Giorgio Orlandini è stato un uomo di grande potere che ha però saputo esercitare coniugando gli interessi dell'imprenditoria parmense a quelli della città e del suo territorio. Nativo di Soragna, paese di cui aveva mantenuto il caratteristico accento, si era laureato in legge a Parma discutendo una tesi su «L'apprendistato nella disciplina della nuova legge del 19 gennaio 1955» con un maestro del diritto del lavoro come Aldo Cessari. Una tesi che, in un certo senso, indicava già la strada che avrebbe percorso nel mondo del lavoro. Entrato all'Upi alla fine degli anni Cinquanta con la presidenza di Alberto Zanlari, divenne direttore generale dell'associazione nel 1968, in un periodo «caldissimo» di lotte sindacali e da subito prese in mano con fermezza il «timone» dell'Unione. Una delle sue prime «imprese» fu la rinascita del Parma calcio dopo il fallimento della fine degli anni Sessanta. Grazie al suo interessamento e a quello dell'allora presidente della Camera di commercio Mario Bertolini, infatti, una cordata di imprenditori parmigiani rifondò la società riportandola dalla serie D alla B nel giro di pochi anni. Primo presidente del nuovo sodalizio fu Ermes Foglia, che poi ritornerà «in pista» con lui due anni fa per dare vita all'azionariato popolare di «Partecipazioni calcistiche» nell'ambito del Parma 1913. L'interesse per il calcio e per lo sport gli veniva da lontano: aveva infatti conseguito anche il patentino di allenatore, «conquista» che amava rivendicare e in panchina aveva guidato le giovanili fra le altre le squadre di un sodalizio glorioso come il Rapid. Sempre in ambito sportivo era stato, nel 1964, fra i soci fondatori del Panathlon club di Parma assieme a Martino Pizzetti portandolo poi a essere uno fra i più importanti per prestigio in Italia. Poco amante dei riflettori, Orlandini amava lavorare dietro le quinte. La sua autorevolezza derivava da un carattere burbero, che però nascondeva anche una grande capacità di mediazione sia nelle relazioni sindacali che all'interno dell'associazione stessa. Fra le sue più grandi soddisfazioni professionali va sicuramente annoverato il riacquisto della Barilla da parte della famiglia. Proprio pochi anni dopo il suo insediamento, infatti, c'era stata la cessione del gruppo di Pedrignano alla multinazionale americana Grace. Una perdita pesante per l'imprenditoria cittadina che alla fine degli anni Settanta venne «sanata» con il ritorno di Pietro Barilla alla guida dell'azienda di famiglia. E dietro a questa operazione c'era stato anche il lavoro di convincimento di Giorgio Orlandini. Sempre lui aveva convinto gli industriali a mantenere la proprietà della «Gazzetta di Parma» e con il direttore storico Baldassarre Molossi aveva stabilito un'intesa quasi perfetta che aveva portato il giornale a una costante ascesa nelle vendite, cui aveva partecipato attivamente ricoprendo per decenni la carica di segretario del cda della Segea. Era stato anche al fianco dell'allora direttore amministrativo dell'Università Giampaolo Usberti quando aveva deciso di acquistare i terreni all'epoca in aperta campagna del Campus per dare nuovo respiro all'Ateneo. Da potente direttore dell'Upi è stato al fianco di tutti i principali «capitani d'industria» di Parma, portando l'associazione a rappresentare la quasi totalità del mondo produttivo provinciale. Ha lavorato con numerosi presidenti: Arturo Balestrieri il primo, seguito da Antonio Marchi, Romano Bertolini, Giuseppe Zanardi, Giacomo Lunardini, Gilberto Greci fino a Marco Rosi, entrato in carica pochi mesi prima del suo pensionamento. A metà degli anni Ottanta portò avanti una battaglia contro lo scetticismo generale a favore del trasferimento dell'allora Ente Fiere, presieduto da Flavio Franceschi, nei capannoni dell'ex Salvarani a Baganzola dai padiglioni del Parco Ducale. Il «trasloco» coincise con la nascita, nel 1985, di Cibus, il salone del «Food», anch'esso fortemente voluto proprio da Orlandini che convinse Federalimentare a organizzarlo prima e a portarlo a Parma poi. Era spesso in viaggio tra Parma e Roma e nei «palazzi» della Capitale era ben conosciuto per la tenacia con la quale portava avanti le proprie battaglie. Uno dei suoi maggiori crucci fu quello di non riuscire a portare la stazione della Mediopadana a Parma, a fianco delle Fiere: le divisioni della politica favorirono infatti l'assegnazione a Reggio Emilia e all'epoca Orlandini parlò di «storica occasione persa». Una visione lungimirante, la sua, che portò avanti anche per la realizzazione dell'aeroporto nella sede in cui fino allora c'era stato soltanto un Aeroclub. Con la politica ha sempre avuto un rapporto contrastato: la utilizzava per ottenere i propri obiettivi, ma allo stesso tempo non nascondeva il proprio disaccordo totale nei confronti dei bizantinismi che spesso ne regolano i meccanismi. Fu però tra i sostenitori di due cambiamenti «choc» nella politica locale: il governo di pentapartito del 1985 che per la prima volta escluse il Pci dalla guida della città e il successo di Elvio Ubaldi nel 1998, arrivato anche grazie alla «scissione» di Mario Tommasini, di cui era un estimatore nonostante la diversità di idee politiche, all'interno della sinistra, di cui si dice fosse stato il «regista». Nel 2001 aveva poi ricevuto il premio Sant'Ilario dal Comune. E' stato anche uno strenuo difensore delle tradizioni della cucina parmigiana: fu tra i fondatori di Parma Alimentare e a lungo accademico della cucina. Dopo la pensione si era dedicato al volontariato, impegnandosi nell'Airc, nell'Unicef e nel progetto «Itaca», ma era anche tornato a occuparsi del mondo dell'industria assumendo la presidenza dell'Ocme con la funzione di «traghettatore» verso un nuovo assetto aziendale. Giorgio Orlandini, il cui funerale sarà celebrato sabato mattina alle 11 in Duomo dove stasera alle 18 verrà recitato il Rosario, lascia la moglie Elsa, compagna di una vita, e i figli Afro, responsabile della diffusione del nostro giornale, e Guido, medico del lavoro. A loro va l'affettuosa vicinanza di tutta la «famiglia» della «Gazzetta».

Torelli: «L'ho stimato»

Giorgio Torelli

Giorgio Orlandini è un altro amico che ora può scoprire di persona - com’era sua esigenza di percettore delle opportunità - come le nostre speranze d’essere accolti in Excelsis siano modeste rispetto alla magnificenza delle realtà celesti. L’ho stimato. Gli ho voluto bene da parmigiano a parmigiano, tenendo per buono il suo scetticismo di facciata sul volgere delle cose, quasi una recita per amor di Parma. Intendo per la sua città - la nostra - adottata con l’anima e malinconicamente censurata appena visibilmente difettasse il civico dovere di corrispondere uniti alle migliori speranze, anche da lui stesso seminate a piene mani nei solchi del lasciar perdere perché in fine biondeggiassero. Lavorando e impegnandosi nei girotondi delle intraprese, riteneva noi tutti un carico di famiglia per quel sentire che avrebbe dovuto comunque affratellarci in nome della comune nascita sul sasso. E, dunque, indossando l’appartenenza a una Terra, una cultura e una storia ben più di riscosse che di stantie bonacce, uno storico insieme di pietre parlanti e di campanili a ribadire, sotto la svettante direzione dell’Angiol d’or, le maiuscole e minuscole glorie. Bonariamente distaccato, almeno in apparenza, Giorgio sapeva essere instancabile negoziatore nel confronto con quanti insistessero a radicarsi in diagnosi inadatte al bene comune. Lo si sapeva, lo si vedeva presente nelle tante Parme che si sono succedute durante la traversata del tempo storico, economico, sociale, umanistico. Giorgio sapeva offrirsi come mediatore sapiente, con lo stile tutt’altro che pittoresco o dialettale ma, invece, secondo i precetti di un cuore invaghito del nostro esistere alla parmigiana. La qual virtù non è un vezzo, ma invece un metodo e un blasone. Lo stimavano potente. E forse lo era, ma con tratto sommesso. Sarebbe stato un buon sindaco, ottimo esploratore a suo modo di tutte le luci, le ombre e le penombre di una città perditempo perché troppo critica di se medesima, secondo i dettami proibiti del fatalismo da caffè. Una volta, si venne a parlare di Giorgio con l’amico Pietro Barilla. Si era a tavola, alla buona, in confidenza. «Pietro» - gli dissi - «Quando torno a Parma, trovo più di qualcuno prontissimo a rivelarmi come il vero padrone della città sia il nostro Orlandini». «Può essere vero» - considerò - «Ma se così fosse, aggiungo che lo sa fare benissimo». Rimbalzai l’episodio a Giorgio che ne sorrise, sempre un po’ malinconico appena si smettesse di rievocare e ci si affacciasse alle chimere di un domani plausibile. La moglie Elsa, con la sua lucente schiettezza toscana, lo rinverdiva. Gli faceva da gentile e amabile contrappeso dentro una casa spalancata al cavalierato degli Amici, il luogo delle passioni e dei sogni, dove i figli potevano apprendere i dettami delle solidali affinità elettive. Parma, la sua gente natia - me compreso e commosso - perde ora senza ricambio una figura di spicco, sostanza e prestigio, un uomo di guida e di servizio. Sul suo meditato agire ha potuto contare. E, dunque, ci siamo. Ad Deum, amico Giorgio. Conto di rivederci in un punto dell’Universo firmato da Dio Pater Noster. E spero che il Luogo sia adatto alle nostre mai dimesse nostalgie per le notti di San Giovanni, dentro il frusciar verde, profumato e resinoso dei boschi di Carrega. Là ci pareva che il sommo delle querce - e così avremmo voluto per richiesta dello spirito - insistesse a vellicare nella brezza l’argento delle amiche costellazioni.

Il ricordo di Bruno Rossi

Roberto Longoni

Il ruolo era serio, e ancora di più lo era l'espressione incorniciata dalla montatura di occhiali grandi e immutabili, un po' alla Craxi, un po' alla De Mita. E poi l'aura del potere a lungo gestito e frequentato. Naturale che Giorgio Orlandini apparisse come il Richelieu di Parma. Specie a quelli sempre in cerca di etichette. Lui non faceva nulla per smentirli, fedele già in questo alla propria burbera ironia. Ma dietro la maschera si celava un secondo Orlandini. «Aveva la fama di “padrone”, in città, ma per me non lo era. D'accordo, era fermo nei propri principi, ma anche molto rispettoso delle idee degli altri: Richelieu, semmai, lo era con chi doveva esserlo, con chi era pronto a trattarlo come tale. E' stato uno degli uomini più intelligenti che abbia mai incontrato. E' una grande perdita per Parma». Parla dell'amicizia di una vita, Bruno Rossi, ex direttore della Gazzetta, di una frequentazione cominciata lustri fa. «Io ero un giovane cronista della “Gazzetta di Parma” e lui ricopriva già un ruolo all'Unione industriali. Decenni dopo, sarebbe stato lui, oltre a Baldassarre Molossi, a chiamarmi al Corriere della Sera, per offrirmi la direzione della Gazzetta. Poteva capitare che poi, da direttore, ricevessi la telefonata di qualcuno che volesse farmi pressioni. Ma grazie a Giorgio sono sempre stato libero di decidere secondo coscienza». A unire Rossi e Orlandini era anche un'amicizia giovanile comune: per Ubaldo Bertoli. «Era un continuo scambio di scherzi». L'autore de «La Quarantasettesima» ne fece uno a Orlandini, durante una gita al mare. E il futuro direttore dell'Upi replicò alla prima occasione. «Si avvicinò a un gruppo di anziani per strada - racconta Rossi -. Fingendosi preoccupato, mostrò Ubaldo. “Sono andato a prendere mio fratello - disse -. Lo hanno liberato dal manicomio dopo anni: ha ucciso il papà...”». Nel privato, ogni occasione era buona per bucare il paravento della serietà. «Ci divertivamo molto a tavola - prosegue l'ex direttore della Gazzetta -. Orlandini era un gourmet molto colto: possedeva un migliaio di libri di cucina. Al ristorante con Gian Paolo Minardi e con Pier Maria Paoletti, io ero quello che s'intendeva di meno di gastronomia: formulavo giudizi strampalati, giusto per stuzzicarlo. Lui lì per lì mi contrastava con serietà. Poi, quando capiva che stavo giocando, mi mandava a quel paese. E così avveniva quando si parlava di calcio, altra sua grande passione e mia “lacuna”». Rossi ebbe modo di vedere dietro la maschera e anche di viaggiare tra le età di Orlandini. Fino alla sua infanzia, perché - potrà sembrar strano - anche lui era stato in braghette corte: e l'ex direttore della Gazzetta, nel gennaio del 2000, gli dedicò uno dei ritratti della rubrica «Quel bambino ero io». Orlandini parlò di quel se stesso di tanti anni prima: sculacciato dal padre Afro perché sorpreso ad assistere di nascosto all'uccisione del maiale nella natia Soragna. «Forse è stata l'unica volta - raccontò -. Non voleva che stessi a guardare, come fosse uno spettacolo, tutta quella violenza». Il piccolo Orlandini offeso alla scoperta della bugia dei regali portati da Santa Lucia; o invaghito di Ebe, bimba dalle trecce bionde per accompagnare la quale sfida le ire di un cane (che un giorno gli morde le terga). Il futuro direttore dell'Upi in divisa da Balilla, che sogna di diventare un calciatore. Ma non uno come tanti, magari del Milan o dell'Inter. No, il suo idolo è Afro Galli, centravanti del Soragna. Altri idoli, il bambino li trova tra le pagine di Hugo e di Salgari. Avido lettore, lo sarebbe stato per tutta la vita: a quei tempi s'appassiona al deamicisiano «Dagli Appennini alle Ande». «Molti anni dopo - raccontò a Rossi - in Argentina ho voluto vedere Tucumàn, dove arriva il ragazzo del racconto. Il viaggio passava per la pampa. C'erano i gauchos, ma non avevano più i cavalli. E com'era ovvio, Tucumàn era un'orrenda città moderna».

L'addio di Minardi

Poche frasi sofferte, scavate nell'anima più ancora che nella memoria. E' come se nelle parole il musicologo Gian Paolo Minardi avesse cercato le note di un silenzio tutto suo, personale, per dire addio a Giorgio Orlandini, l'amico conosciuto tra i banchi di scuola e da allora mai più perduto.

«Mi è particolarmente difficile in questo momento - sottolinea Minardi - parlare di Giorgio, preso dalla sensazione non ancora divenuta reale che un’amicizia durata una vita si è come volatilizzata; e tuttavia premente nei tanti ricordi lontani che si sovrappongono a momenti recentissimi. Amicizia, insieme alla generosità, è infatti il sentimento che Giorgio ha onorato con una forza sotterranea che ha attraversato indenne una vita complessa, ricca d’impegni, importante come la sua, un filo che non si è mai offuscato anche tra le contingenze inattese».

Niente avrebbe allontanato il musicologo da Orlandini che, ironia della sorte, forse proprio nella musica trovava l'arte a sé meno affine. «Diventammo amici negli anni dell’infanzia - prosegue Minardi -. Tutto il percorso scolastico, dalle elementari alla laurea ci ha uniti, nella diversità dei nostri caratteri, con una complicità che il tempo, dopo che i nostri percorsi professionali si sono divaricati, non ha decantato, ma se mai accresciuto grazie anche a quella sottile ironia con cui proteggeva l’autenticità del suo sentire. Il tratto con cui ci siamo lasciati due settimane fa, non sapendo che sarebbe stato un ultimo saluto».r.c.

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