Georgia Azzali
Un'ora di colpi e sevizie. Gli assassini di Mohamed Habassi hanno infierito sul suo corpo fino all'arrivo dei carabinieri. E mentre stava morendo gli hanno amputato il quinto dito della mano destra. Un racconto dell'orrore, le motivazioni della sentenza di primo grado depositate nei giorni scorsi e firmate dal gup Maria Cristina Sarli, che ha condannato a 30 anni Luca Del Vasto, l'ex gestore del Buddha bar di Sala Baganza, e a 16 anni il fumettista Alessio Alberici (dichiarato seminfermo di mente). Pene inferiori, invece, per i quattro romeni che parteciparono alla spedizione punitiva della notte tra il 9 e il 10 maggio del 2016: 11 anni e 2 mesi a Ionel Togan; 9 anni e mezzo a Ionel Vrabie; 6 anni e 8 mesi sia a Valentin Cosma che a Cristinel Barbu.
Mazze, pinza e tirapugni
Un commando armato fino ai denti arriva davanti alla casa di Habassi, a Basilicagoiano, una ventina di minuti dopo la mezzanotte del 9 maggio: i sei si presentano con una mazza di ferro e una di legno, una pinza a pappagallo, un tirapugni, un martello, ma anche con i guanti per non lasciare tracce (solo Alberici si copre i polpastrelli con uno scotch nero) e un grembiule da macellaio. E' Del Vasto «che si procura tutto il necessario», scrive il gup. Ed è lui, insieme ad Alberici, ad amputare con la pinza un dito del piede e uno della mano destra di Habassi, tentando di tranciarne anche un altro della mano sinistra. «Tali condotte, infliggendo alla vittima inutili patimenti - sottolinea il giudice -, devono ritenersi espressione di malvagità o meglio di quella mancanza di qualsiasi sentimento di umana pietà che integra l'aggravante contestata». L'aggravante della crudeltà e delle sevizie, che il gup fa ricadere solo su Del Vasto e Alberici, gli unici due che rimangono in casa fino all'arrivo dei carabinieri.
Una settimana di preparazione
Nessun dubbio, poi, da parte del giudice, sulla premeditazione dell'omicidio. Già una settimana prima Del Vasto «mostrava ad Alberici la vittima portandolo nel luogo in cui presumibilmente spaccia - scrive il gup -, si procurava gli attrezzi per colpirlo, chiedeva la collaborazione di altre quattro persone per assicurarsi che la vittima sarebbe stata sopraffatta». Sia Del Vasto che Alberici, inoltre, si imbottiscono di alcol e cocaina prima di passare all'azione.
Il movente? «Non futile»
Habassi viene massacrato perché non se ne vuole andare dall'appartamento della convivente di Del Vasto. Non paga un euro di affitto, ma nonostante i vari tentativi di mandarlo fuori, è rimasto in quella casa, in cui prima viveva con Giovanna Tranchida, la postina morta in un incidente stradale nell'aprile del 2015. Tuttavia, questa situazione non può essere ritenuta un «mero pretesto». «Nel caso di specie - scrive il giudice - l'azione è stata invece il frutto di una condizione di esasperazione in cui si trovava il Del Vasto a causa delle condotte tenute da Habassi che, con atteggiamento arrogante, occupava un'abitazione senza pagare l'affitto, ospitava altre persone nell'abitazione ed era ritenuto uno spacciatore». Insomma, tanto basta, secondo il giudice, per far cadere l'aggravante dei futili motivi.
Alberici, «fragile e vulnerabile»
E' Del Vasto che pianifica il progetto. Ma anche Alberici avrebbe saputo quali erano le intenzioni dell'amico. Tuttavia, il giudice condivide le valutazioni dello psichiatra, che ha messo in luce come nel fumettista parmigiano abbia «agito come fattore aggravante l'acritica dipendenza, ovvero una sudditanza psicologica dall'amico Del Vasto».
Il ruolo di Togan e Vrabie
Accanto a Del Vasto e Alberici, quella notte ci sono anche Togan e Vrabie. Secondo il giudice, i due devono rispondere di omicidio con dolo eventuale: un reato più «lieve» rispetto all'omicidio volontario, che si configura quando una persona accetta il rischio delle conseguenze che possono derivare dal proprio comportamento. In questo caso, seppure la loro intenzione iniziale fosse quella di «dare una lezione» ad Habassi, «la gravità e la forza dell'azione cui hanno preso parte per circa 20/30 minuti li ha posti, senza dubbio, nella concreta condizione di prevedere come possibile la morte della vittima», sottolinea il gup, eppure non si sono fermati.
Cosma e Barbu si allontanano
Molto più defilato, invece, il ruolo di Cosma e Barbu, condannati per concorso anomalo, perché non solo hanno saputo all'ultimo istante della spedizione punitiva, ma anche perché «hanno partecipato alla fase iniziale della cruenta aggressione, allontanandosene subito dopo», spiega il giudice. I colpi mortali non erano ancora stati inferti. Il massacro doveva ancora cominciare.
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