Nuove indagini, quasi 30 anni dopo, sul sequestro di Silvana Dall’Orto, moglie dell’ industriale ceramico Giuseppe Zannoni, rapita il 19 ottobre 1988 a Casalgrande (Reggio Emilia) e liberata sull'Autocisa l’1 maggio '89, grazie a un riscatto di quasi 4 miliardi di lire. La Procura antimafia di Bologna ha indagato 16 persone, tutte sarde salvo un piacentino, tra cui Matteo Boe (tornato in libertà domenica scorsa dopo aver scontato 25 anni di carcere e il cui nome compariva già negli anni '90 fra gli indagati) e ha disposto analisi per scoprire eventuali impronte digitali e tracce di Dna su oggetti e indumenti lasciati dai banditi, ripresi in esame dopo vari appelli della Dall’Orto a far luce sulle tracce genetiche con i metodi scientifici attuali. Se saranno rilevati elementi utilizzabili si passerà alla seconda fase, cioè l’eventuale comparazione con impronte e Dna degli indagati, già chiamati a un incidente probatorio l’1 marzo scorso dalla Dda. L’1 marzo nell’incidente probatorio, lo strumento con cui la giustizia cristallizza le prove prima di andare al processo, erano presenti davanti al gip Bruno Perla il pm Francesco Caleca, della Dda di Bologna, e i difensori dei 16 avvisati con l’ipotesi d’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione in concorso (finora gli autori del sequestro sono rimasti ignoti), oltre a Francesca Corsi, legale della Dall’Orto. In quell'occasione il gip ha conferito ad un medico legale il compito di compiere analisi genetiche su tutto il materiale lasciato dai rapitori che la vittima aveva con sè quando fu rilasciata sul ciglio dell’A15: una maglia che i banditi le diedero la notte della liberazione per ripararsi dal freddo, un borsone, una tuta mimetica, una coperta e un paio di scarpe da ginnastica. Successivamente, a fine aprile, il gip ha nominato un collegio peritale, considerata mole e complessità del lavoro. A metà maggio c'è stato il primo incontro tra gli esperti. La prossima udienza si terrà il 25 ottobre.
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