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MOSTRA

Bocchi e il fascino discreto della borghesia

All'Ape Parma Museo fino al 27 marzo

Bocchi e il fascino discreto della borghesia

di Katia Golini

03 Gennaio 2022,08:57

Bianca, Maria, Anita, Nicolina: se non è l'abito che fa il monaco, può essere l'abito a suggerire condizioni sociali e stili di vita. Ecco perché in una mostra di ritratti si può ripercorrere la storia di un artista e insieme quella del secolo in cui ha vissuto. Si va dai coniugi Gelati del 1901, ingessati e seri, costretti nel ruolo di coppia, a Emilia in giardino del 1974, bella, disinvolta, seducente, l'incarnazione della donna padrona della propria bellezza e (forse) autonomia. Ecco perché non è solo una galleria di ritratti la mostra «Amedeo Bocchi: l'arte dell'eleganza. Le donne, lo stile, la moda», in corso all'Ape Parma Museo (fino al 27 marzo). Ma molto di più.
Nel titolo il filo seguito dalla curatrice Gloria Bianchino: «Bocchi non è un pittore di moda, ma un pittore molto attento ad essa. E non è nemmeno un pittore che si ferma, che si mantiene fedele alle scelte fatte in precedenza. Ed è riduttivo descriverlo come un solitario che si ritira a vivere nella Villa Strohl-Fern di Roma escluso dal mondo esterno. Il suo lavoro dimostra esattamente il contrario e racconta la complessità delle sue esperienze».


Ed è così, per sondare altre prospettive interpretative, per guardare a Bocchi con occhi nuovi, che a una quarantina di tele - ritratti femminili perlopiù, dalla collezione di Fondazione MonteParma ma anche da altre importanti istituzioni museali d'Italia, a partire dalla Galleria d'arte moderna della capitale -, si accostano abiti d'epoca, riviste, contributi cinematografici, in un percorso lineare, rigorosamente cronologico, senza sbavature e ricco di spunti. Ci si può quindi avventurare nella mostra con molteplici interessi: l'evoluzione tecnica del pittore e i riferimenti alle grandi correnti artistiche coeve, da Klimt alla cultura Jugend. Ci si può anche avvicinare incuriositi da quello che sta dietro ad ogni ritratto, alla capacità di Bocchi di raccontare, rappresentare e idealizzare i personaggi. Ma si possono anche vedere chiaramente, come in un lungo pianosequenza, i mutamenti degli stili di vita delle donne nel Novecento attraverso le metamorfosi dell'abbigliamento: dall'impacchettata dentro pizzi e merletti moglie dell'architetto Provinciali (1907), alla disinvolta Bianca con la gonna verde (1923), alla più semplice Maria Bellina Belloni del 1941, nel vestito bello della festa, fino a Emilia dalla chioma cotonata avvolta nel tubino smanicato giallo, tipico degli anni Settanta.
Una mostra dunque che non offre solo l'opportunità di riscoprire l'artista (Parma 1883-Roma 1976), l'allievo di Cecrope Barilli dall'esistenza costellata di drammi personali e successi professionali, ma un percorso nei gusti e nei costumi della società da inizio Novecento fino agli anni Settanta.
SGUARDO INEDITO
Amedeo Bocchi visto con sguardo rinnovato, dunque. Come artista, diverso dal contemporaneo Giovanni Boldini (Ferrara 1842- Parigi 1931), abile nella tecnica (interessanti i bozzetti preparatori) e capace di raccontare la società, dalle donne dell'alta borghesia a quelle che si affacciano tra le prime al mondo del lavoro (come la «Dattilografa», semplice e giovane, simbolo di un'intera generazione di segretarie e commesse).
«Molto si è scritto - spiega Carla Dini, coordinatrice operativa della mostra e responsabile delle attività culturali di Ape Parma Museo - dell'attenzione che l'artista ha sempre riservato alla luce e al colore, utilizzandoli per emozionare, commuovere ed esprimere il suo ideale di bellezza. Meno indagato invece, è il concetto di eleganza che ne permea tutta la produzione: dall'impianto formale alla tavolozza cromatica, dalle ambientazioni all'aspetto delle sue donne».


COLLEZIONE TIRELLI TRAPPETTI
Accanto ai dipinti, gli abiti scelti con cura filologica, selezionati tra le proposte della Collezione Tirelli Trappetti di Roma. «Gli abiti in mostra - spiega la curatrice Bianchino - servono a creare il contesto, a proporre una messa in scena diversa ma non troppo distante da quella suggerita dal quadro. L'immagine del dipinto deve essere sempre considerata una messa in scena, come un progetto di racconto dove l'abito è una delle tante connotazione possibili del ritratto, come può esserlo lo sfondo, l'ambientazione, la presenza o meno di altre figure, dei fiori e delle piante».
Oltre ai modelli disseminati lungo il percorso - da non perdere quello indossato da Silvana Mangano nel film «Morte a Venezia» di Luchino Visconti -, arricchisce la visita l'esposizione di riviste - conservate allo Csac dell'Università di Parma - come «Sovrana», una sorta di «Vogue» d'antan, e vari numeri delle riviste «per signorine per bene», ricchi di consigli utili sul comportamento nella vita privata e in società.

IL CATALOGO
Acorredo della mostra il catalogo con un lungo saggio della curatrice Bianchino e un apparato bibliografico con dettagliate schede delle opere a cura di Carla Dini, oltre a un intervento di Stefano Spagnoli, artista ed ex assessore alla Cultura di Parma, che parla della personale recherche di Bocchi, «quella del misterioso assoluto femminino che affronta con puntiglio prima accademico, poi simbolista e floreale, fino a una imprevista e improvvisa devianza mitteleuropea dall’intenso sapore di nuova oggettività, come nel crudo ritratto di Clori Berenini e della quale si può cogliere una sorta di precognizione nella Signora col cappello nero». Un excursus sentimentale, quello di Spagnoli, che arriva ad auspicare per Bocchi in futuro un’esposizione capace di metterlo a confronto con altri importanti artisti del suo tempo «per far emergere, finalmente, la sua grandezza».

© Riproduzione riservata

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