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Il racconto della domenica

Con la voce del pianto

Incontri  nella nebbia

di Giuseppe Mesina

25 Gennaio 2022,07:13

Quando si gode di buona salute, succede che si è ignari di quello che accade agli altri, quindi non si dà tanto peso ai malanni. Si parlava di una pandemia scoppiata in Cina, ma la Cina era lontana, «dall'altra parte delle stelle» avrebbe detto Lucio Dalla. Non ci riguardava, ma presto abbiamo toccato con mano, o con i polmoni, la situazione.
Con il Covid sono cambiate le cose, anche per uno come me abituato sin da piccolo a curarsi i raffreddori con la ricetta di sua madre, mettendo i piedi dentro una bacinella di acqua calda. Ma quando all'improvviso ti viene una tosse persistente che col passare dei giorni peggiora allora, oltre all'acqua ai piedi, è meglio farsi curare.
Così ho fatto per dieci giorni seguendo le indicazioni del medico di famiglia, alternando antibiotici e Tachipirina, ma l'effetto era lo stesso che avrebbe fatto l'acqua calda e allora cominciai a preoccuparmi.


Era inizio marzo 2020, dopo questi dieci giorni, decisi di farmi ricoverare. Quelli del 118 inizialmente mi hanno consigliato di resistere a casa, visto che il Pronto soccorso era intasato così come i reparti, ma quando il fiato diventa sempre più corto c'è poco da resistere. Da sardo pensavo che appartenendo a un popolo di longevi, fossi temprato alle insidie più terribili, e che la mia salute fosse granitica come i monti della Barbagia.
Appena entrato al Pronto soccorso, ho visto una scena incredibile: avevano creato una lunga parete in cartongesso, a più o meno un metro di distanza c'erano attaccati gli erogatori di ossigeno, poi lettini e barelle sparsi ovunque, con le bombole e i pazienti attaccati alle mascherine. Si sentiva il ronzio fastidioso dagli erogatori, chi piangeva, chi con un filo di voce chiedeva aiuto, una signora con lo sguardo perso mi ha chiesto cosa stava succedendo: sembrava una scena di guerra, tutti cercavamo una trincea immaginaria per nasconderci da questo nemico invisibile. Ho passato due giorni al Pronto soccorso, una notte ho dormito su due sedie, la seconda in una specie di sdraio: non c'erano più lettini o barelle a disposizione. I medici e gli infermieri correvano da una parte all'altra cercando di assistere un po' tutti. Per pranzo e per cena ci hanno dato dei panini, il cibo passava in secondo piano. Dopo mi hanno trasferito in reparto, dove eravamo curati e assistiti ogni istante, ma anche lì non tutti abbiamo avuto la stessa fortuna.


Un pomeriggio, sono entrati nella stanza cinque medici bardati come sempre e si sono diretti verso il paziente di fronte a me: aveva il casco con l'ossigeno che pompava giorno e notte, aveva uno sguardo assente, per lo più sembrava dormisse. I medici parlavano tra di loro, non sentivo cosa dicevano, ma percepivo dai loro sguardi qualcosa di negativo. Dei cinque quattro a un certo punto sono andati via, il quinto è rimasto davanti al letto del paziente in silenzio: mi dava le spalle, vedevo che gli tremavano le mani, singhiozzava e con la voce del pianto chiedeva scusa al paziente, per non essere riuscito a salvarlo. Poi se ne è andato a testa bassa. Un infermiere, subito dopo, è entrato e ha spento l'ossigeno, ha tolto il casco al paziente, lo ha coperto con un lenzuolo, si è girato verso di me dicendomi di non aver paura, cercando di tranquillizzarmi, dicendo che non tutti i pazienti sono nelle stesse condizioni e che loro avrebbero fatto il possibile per curarci.


Lo vedevo che facevano di tutto e, nel vedere il medico piangere, percepivo la sua sconfitta e il suo dolore per non essere riuscito a salvare quel paziente. Anche l'altro compagno di stanza, nonostante avesse il casco, non è riuscito a salvarsi. Una scena tremenda che ricorderò per sempre. Il personale sanitario, provato da turni massacranti, fu sempre gentile e cortese, cercavano di sdrammatizzare la situazione. In quel periodo li abbiamo eletti a eroi, adesso qualcuno li denigra, evidentemente ha la memoria corta. Di certo la medicina non è una scienza perfetta, ma il perfetto non esiste in nessun campo. Non voglio entrare in argomentazioni che non mi competono, ma continuerò a fidarmi anche di quel medico che piangeva, perché sono sicuro che ha fatto di tutto per salvare quel paziente come tanti altri.
Continuerò a fidarmi della scienza e degli scienziati: sono stato salvato da loro, di sicuro non starò ad ascoltare i santoni di turno o qualcuno che ha letto qualche articolo su internet.

di Giuseppe Mesina

© Riproduzione riservata

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