×
×
☰ MENU

PERSONAGGI

Mario Lanfranchi, la fiaba della vita

Arte, musica e libertà del grande regista

Mario Lanfranchi, la fiaba della vita

di Giacomo Fossa

23 Giugno 2022,11:05

Ho sempre guardato Mario Lanfranchi con un’ammirazione sconfinata per la sua capacità di abbracciare qualsiasi forma d’arte, dal teatro alla musica, dalla pittura al cinema, e per il fatto di essere stato il marito di una delle più grandi cantanti, nonché delle donne più belle, che il Novecento abbia avuto il privilegio di conoscere: Anna Moffo.

Il punto d’accesso per comprendere la sensibilità di Mario risiede nel fatto che, ancor prima di voler diventare attore, e ciò avvenne in giovanissima età, egli aveva studiato, sin da bambino, il pianoforte, senza il proposito - oggi si direbbe, con una parola che ormai è solo del mondo reificato, l’obbiettivo - di diventare musicista, ma solo di prender familiarità con la tastiera, con i suoni che da essa magicamente scaturiscono. Era la musica, in fondo, ciò che avrebbe dovuto guidarlo per tutta la sua vita e a cui egli avrebbe legato per sempre il suo nome. Quando a Milano cominciò a frequentare l’Accademia d’arte drammatica si iscrisse al contempo, per compiacere il padre, all’università: scelse quella di Giurisprudenza che definiva, non so secondo quale ragionamento, «quella più rapida». Giunto con visibile difficoltà all’esame di Diritto privato, si confidò apertamente col professor Candian al quale rivelò che gli studi di Legge li compiva, in realtà, solamente per non arrecare dispiacere al padre. Secondo il racconto di Mario, a quelle parole Candian gli prese la mano, gliela mise sulla Bibbia, che da uomo pio teneva sulla cattedra, e gli disse: «giurami che non farai mai l’avvocato». E Mario giurò.

Durante gli anni di studio della recitazione capì fin da subito che la sua strada era quella del regista. Iniziò così, ben presto, l’attività di regista per il melodramma, il cui repertorio, in virtù della sua passione per la musica, conosceva a memoria. Oggi gli appassionati lo ricordano soprattutto per quella sua iconica Traviata con la quale trasferì, per primo, il teatro nello schermo della televisione. A prima vista può sembrare che questa sua idea rispecchiasse, una volta ancora, la consolidata separazione borghese di lavoro e tempo libero, che risale a Ovidio («Vita verecunda est, Musa iocosa mihi») e che esige, implicitamente, un’«arte serena», come recita un verso del prologo del Wallenstein di Schiller, quasi priva di profondità, adatta allo svago dei momenti di distrazione. Sono convinto che Mario volesse far filtrare, invece, in questa operazione, proprio l’eco della profondità e dei contrasti di quel mondo per portare il suo pubblico, poi, direttamente là, nel teatro, dove, se fatto compiutamente, in questione è il tentativo di fermare la reificazione, poiché l’Arte, come diceva Adorno, incarna qualcosa come la libertà in mezzo all’illibertà.

Nella Traviata traspare il gusto sensibilissimo di Mario, l’eleganza che diede non solo ai costumi, come nello sgargiante primo atto dove lo sfarzo è sempre temperato dalla misura, ma pure alla perizia del movimento scenico, vero cimento del regista. Alle pareti degli ambienti non possono sfuggire i numerosi quadri, i segni della sua passione per l’arte che lo accompagnò tutta la vita.

Quando parlava lo faceva sempre entro un tono declamatorio che era ormai diventato indistinguibile da lui. A un primo ascolto si poteva pensare, superficialmente, che in ogni momento in cui appariva in pubblico egli stesse recitando, che stesse compiendo nel mondo un inconsumabile spettacolo. Ma quello era il suo tono e, almeno nelle occasioni in cui parlava a un uditorio o agli estranei, dava la sensazione che non avrebbe potuto usare altra inflessione che quella. Per tutta la vita era stato dentro quel mondo fatto di attori, registi, cantanti, cineprese, teatri, con i più grandi del suo secolo, e, in vecchiaia, era allora come se egli volesse portare nel suo parlato il ricordo di quella stagione che intimamente sentiva non esistere più, come se volesse conservarla nella voce, nel linguaggio, che è ciò che fa dell’uomo un uomo. In effetti la sua declamazione, talora pur enfatica, non si accordava per niente alla finzione della recitazione intesa come prassi o, per così dire, routine, ma abbracciava sensibilmente un altro tipo di finzione che è quello della fiaba. E non è un caso che negli ultimi anni della sua vita, vestito con i suoi foulard colorati e l’immancabile Borsalino talvolta sostituito per l’occasione con un cappello da Cappellaio Matto, avesse preso a recitar le fiabe, anche in televisione, dove erano amatissime dai bambini, ossia nel medium in cui per tutta la vita aveva creduto. Il suo sottolineare espressivamente con la voce alcune parole, raggiungendo con un crescendo il loro accento tonico, si accordava massimamente al narrar le fiabe e anche quando parlava della sua vita passata si sarebbe rimasti ore ad ascoltarlo proprio perché egli rendeva il racconto come fosse appunto una fiaba, come se provenisse da uno di quei grandi libri di cui i bambini sfogliano incantati, voltandole con emozione, le pagine, quasi che queste fossero le soglie di un altrove, le porte per non si sa dove.

Negli ultimi anni aveva detto: «cerco di investire il tempo che mi rimane nelle sole cose che veramente mi emozionano». Aveva una collezione di dipinti antichi straordinaria che poteva ammirare alle pareti della sua villa di Santa
Maria del Piano dove si era ritirato e che da un certo anno in poi cominciò ad aprire al pubblico, con gli «Spettacoli in Villa» fatti in quelle serate in cui la mano dell’estate carezza i campi a sera, prima che la luce si spenga nell’oscurità. Alcuni dei suoi quadri li aveva donati, con la generosità e la nobiltà d’animo che lo contraddistinguevano, alla Pinacoteca di Brera, affinché potessero essere ammirati da tutti. Con lui si dilegua un altro frammento di una Parma che non c’è più, quella dell’Arte e del primato dell’Essere sull’avere, in nome della quale occorrerà conservare memoria e ricordo, cercando di tenerla viva, senza tema di mancata riuscita: anche per lui.

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI