Editoria
Novant’anni, per la casa editrice Guanda. E un libro per celebrarli: «Ugo Guanda. 1932-2022. La lezione di un editore inquieto» (Libreria Ticinum Editore, pag. 128, euro 16). Si tratta di una raccolta di testi su l’esperienza editoriale e la figura di Ugo Guandalini, firmati da Luca Ariano, Davide Barilli, Guido Conti e Bruno Quaranta.
Il volume sarà presentato – dopo il primo battesimo agostano in quella Tellaro già patria d’elezione, profumata di salsedine, di poeti e scrittori, editori e critici – martedì a Parma, presso il complesso monumentale di San Paolo, nella stanza intitolata a Giovanna da Piacenza, al numero 5 di Vicolo delle Asse (ore 17,30; a cura di Voci in Arte e della biblioteca Guanda).
Interverranno gli autori, con Mariangela Guandalini, per raccontare quell’uomo «dal sorriso tagliente, gli occhi acuti e dolci», come lo descrisse Giuseppe Marchetti nei primi anni del Duemila, sulle pagine di «Palazzo Sanvitale», rivista parmigiana che ospitò un percorso monografico sull’editore per gli allora settant’anni della casa editrice.
Barilli, che ha affidato ai tipi di Guanda un paio di suoi pregevoli titoli, ne ripercorre la storia fin dai primi libri, che portavano la scritta «autoproduzione»; come il primo, una sorta di «modello T» della lunga stirpe dei volumi di Guanda, «La ballata delle streghe», pubblicato a Modena nel 1932 e scritto da Ugo Guanda stesso. Prosegue, Barilli, attraverso gli anni in cui videro la luce i «Versi e memoria» di Guglielmo Petroni e «La barca» di Mario Luzi.
Pensate che il grande poeta candidato al Nobel (già compianto cittadino onorario di Parma e senatore), offrì a Guanda i versi de «La barca» recitandone alcuni (sic!) durante una «promenade» per le vie di Modena in compagnia di Guanda stesso, che lo aveva insistentemente invitato a farlo. A viva voce, dunque, senza interposte spedizioni postali. I versi, così recitati da un pur ritroso e riservato Luzi, convinsero subito l’editore. Lo ricordò Luzi stesso, nel suo intervento proprio qui a Parma una ventina d’anni fa, quando giunse per la suddetta celebrazione dei settanta.
Barilli, nella sua corsa, trascorre gli anni della guerra e del dopoguerra, attraverso titoli e collane, progetti e lotte, giungendo sino alle esperienze di fine secolo e alle prospettive e ai cambiamenti del nuovo millennio, che aprono altri orizzonti, pur nel segno d’una continuità di fondo, non soltanto operativa, ma anche morale, di indipendenza, di coraggio, di lungimiranza e di ricerca. Il poeta Luca Ariano, che, ricordo, si è laureato a Parma con una tesi su Guanda (relatore Alberto Salarelli, correlatore Paolo Briganti), si concentra sulla collana poetica della Fenice (dal ‘39), diretta da Attilio Bertolucci, che fece conoscere la poesia straniera in Italia. Un libro fra tutti: «La terra desolata» di Eliot. A questo proposito scrisse Cusatelli: «non si sa bene come, nella sua remota casa di Casarola, arrivavano dai più lontani paesi europei, in un Paese che il fascismo aveva ridotto al silenzio, i nomi più grandi della poesia del secolo».
Giunse a maturazione il tempo dei caffè letterari: a Parma circolavano e dialogavano, scrivevano e discutevano i poeti e gli intellettuali dell’Officina, dai Bertolucci padre e figli a Squarcia, da Gian Carlo Conti ad Artoni, da Tassi a Bevilacqua, da Cusatelli a Lavagetto, da Colombi Guidotti a Bianchi, assieme alle illustri presenze toscane, come Macrì, come Borlenghi, come, appunto, Luzi; e poi Roberto Longhi, Carlo Mattioli (che realizzò il logo con la fenice), senza dimenticare Za, con cui Ugo intrattenne negli anni del Neorealismo un breve carteggio.
Guanda, dunque, che nel frattempo aveva stretto pure con Carlo Bo e si era trasferito coi suoi caratteri tipografici a Parma – ove insegnava materie scientifiche all’Ateneo indossando il camice del naturalista – prese parte a quella mitica koinè che fece di Parma una petite capitale non solo italiana, ma europea.
A latere, ricordo che i panni del naturalista che indossava Guanda fecero interrogare Cusatelli, sempre acuto nel dare nuovi spunti di ricerca, su quale ruolo abbia avuto la formazione scientifica di Guanda nella sua esperienza editoriale. Il contributo prezioso di Quaranta rievoca invece l’essenza di due sodalizi: sia quello tra l’editore e quell’altro gran modenese, Antonio Delfini (che, per inciso, spostava a Modena la Certosa di Stendhal) sia quello tra Gobetti e Guanda, all’insegna dell’antifascismo.
Guido Conti, dal canto suo (autore lanciato proprio dal marchio editoriale in questione), interpreta la fortuna e il destino della casa editrice e il senso del lascito di Ugo Guanda attraverso le sue storiche collane, mettendo in relazione l’esperienza del grande editore con le dinamiche della contemporaneità, tra cultura e geopolitica, digitalizzazione dei testi e società liquida. Un libro che serve a ricordare un editore antifascista e coraggioso, originale e innovativo, «dalla «curiosità vivacissima» e «in un certo senso illimitata», persino «maliziosa» (furono parole di Luzi), un uomo che ha dato il proprio contributo scrivendo una parte irrinunciabile della storia dell’editoria, dalla poesia alla narrativa sino alla critica (a partire da Giacinto Spagnoletti, che diresse una collana di studi critici per Guanda).
Un libro che, oltre a ricordare la storia dell’editore, a tracciarne il suo profilo antifascista, prova a tratteggiare un bilancio della sua esperienza, interrogandosi sul senso odierno della sua grande lezione.
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