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Il racconto della domenica

La parola di quella mattina

La parola di quella mattina

10 Marzo 2024, 16:08

Sempre sorprendenti i risvegli del mattino. I più facili erano quelli dove non comparivano né parole, né immagini, né suoni…risvegli che non conservavano traccia dei sogni notturni. Bianchi come fogli di carta. Ci si sentiva leggeri. Non costretti a seguire orme che portavano lontano. Che svelavano chissà quali arcani, o significati. Anche quelli che trattenevano impigliati nella loro rete melodie di canzonette, che poi canticchiava per tutto il giorno sottovoce sbrigando le faccende di casa, non la disturbavano affatto pur sembrandole, adesso, così sentimentali. Imbarazzanti persino. (Quando era ragazza non se ne era mai accorta.) Altri motivi erano più impegnativi, per niente rilassanti. Ad esempio le arie delle opere cantate dalla mamma. «Un bel dì vedremo/levarsi un fil di fumo/sull’estremo confin del mar/ […] Vedi? È venuto!/[…]Chi sarà? Chi sarà?» Il canto che si alzava in cucina. La sua voce. L’intonazione che dava. Un desiderio. Deprimenti e irritanti erano anche quelli che elargivano, con generosità davvero inopportuna, nomi e cognomi di persone memorizzati durante gli anni di lavoro di impiegata all’Anagrafe. Quando tentava di riportare alla mente il viso, la figura, un particolare dell’atteggiamento, il timbro di voce della persona a cui si riferivano (tranne che per l’aspetto di quella vecchia signora con lo chignon stretto in cima alla testa, come una piccola rapa bianca, un solo dente in bocca, che lei ascoltava con una certa insofferenza e forse proprio per questo la ricordava – e a distanza di anni le chiedeva scusa) niente di loro compariva. Nomi vuoti. Gusci di chiocciole abbandonati nella siepe. E davvero invadente il risveglio di qualche giorno prima che aveva portato il verso iniziale della canzone del Guinizzelli: «Al cor gentile rempaira sempre amore». Durante la colazione era arrivato il secondo verso «come l’ausello in selva a la verdura». Da qui numerosi altri versi erano seguiti, ma staccati, slegati dal contesto, galleggianti come relitti sopra un mare in bonaccia e di cui, pur sforzandosi, non poteva riconoscerne con sicurezza la paternità perché senza dubbio confondeva tra loro i testi dei poeti del Dolce Stil Novo. Che esame faticoso era stato quello. Dato e ridato. E il rivedersi china sui libri per prepararlo con matita, quaderno degli appunti nel silenzio della stanza davanti alla finestra, non suscitava in lei nessun rimpianto. Ma c’era ben altro che dormiva nel cervello. Lo sapeva bene. Resti di anni in densi strati che prima o poi si sarebbero risvegliati.

Quella mattina però ad occupare la scena del suo giorno era una parola da cui non doveva difendersi, una parola che poteva accogliere senza sospetto: crassulaceae. Senza dubbio le veniva dalla rivista di giardinaggio sfogliata il giorno prima dedicata interamente alle piante grasse, insomma un «residuo diurno» per dirla con un termine psicanalitico. L’aveva accolta con gioia. La parola non le avrebbe causato pensieri dolorosi, faticosi, inquietanti. Di più. Contava di divertirsi con le crassulaceae e le cactaceae, che possedeva numerose e in buona salute, perché vi colse il suggerimento di occuparsene: toglierle dalla serra dove erano state ricoverate per l’inverno e affrontare il trapianto dei tondi e spinosissimi cactus che aspettavano da tempo. I vasi che li contenevano erano diventati troppo piccoli, le radici lungo le pareti formavano una massa unica col terriccio ormai vecchio, povero, compatto. Che andava sostituito con nuova terra, mescolata a torba e sabbia. Dopo colazione lo avrebbe fatto. Anche moltiplicarli, se era il caso, staccando i germogli già dotati di radici, e piantarli singolarmente. Soprattutto fare attenzione a quando li si scalzava dal vaso: anche se si indossavano i guanti spessi da giardinaggio le piante grasse andavano maneggiate con cura per non pungersi o, come era successo con l’Opuntia, trovarsi ad avere le dita piene delle sottili setole infilate in profondità, estratte con la pinzetta, una ad una. E d’improvviso ecco che le parole «crassulaceae» e «cactaceae» non sembravano più così facili da affrontare. Tutte quelle spine gialle arancioni rosse non rimandavano forse ad altre spine nascoste, ben più dolorose? Parole inoffensive? Parole tranquille? Parole ali di farfalle in un giorno d’estate? No. Non ce n’erano. Nascondevano tutte aculei con i quali, a volte, anche se inavvertitamente, ci si pungeva. Tutte insidiose. Torbide. Oscure. Tutte senza speranza. E davano brividi.

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