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ARTE E CULTURA

La Madonna con tre mani. Nella chiesetta di San Galgano, nel Senese, dove si trova anche la «spada nella roccia» - FOTO

12 Maggio 2024, 15:37

«Guardi che qui non c’è re Artù e poi non ho tempo da perdere. Faccio il prete a tempo pieno e ho da badare a undici chiese: si figuri se la domenica mattina posso parlare con un giornalista!». Don Vito, che diceva messa nella chiesetta di San Galgano, a una trentina di chilometri da Siena, non aveva troppa voglia d’incontrarmi e solo dopo molte insistenze mi ricevette, ma di sabato e un po’ alla svelta. Era il 2002.

L’appuntamento era proprio alla chiesetta rotonda in cima alla collina di Montesiepi – Comune di Chiusdino, provincia di Siena –, famosa perché dal pavimento spunta un masso in cui infilata una spada di ferro: la spada nella roccia, appunto. La leggenda dice che a piantarla fu Galgano Guidotti, un giovane «bello, spensierato, fiero e prepotente» (parole di don Vito) che nel 1180 decise di cambiar vita rinunciando alla violenza e trasformando quello strumento di morte nel simbolo di Cristo. E così diventò santo.

La spada è ancora in quella chiesetta romanica dove i turisti (stranieri soprattutto) arrivano già ubriachi di bellezza dopo aver attraversato un paesaggio che sembra preso pari pari dalla grande pittura toscana. Invece è il contrario: furono i pittori a innamorarsi del paesaggio senese disegnato dal lavoro di generazioni di contadini che modellavano le colline, mettevano in fila cipressi, stendevano scacchiere di olivi e allineavano vigne intorno a paesini che sembrano corone in testa ai poggi.

È con questo paradiso negli occhi che si arriva alla Rotonda di Montesiepi. È un edificio cilindrico caratterizzato da fasce alternate di pietra bianca e mattoni rossi, che salgono verso la cupola dove si trasformano in cerchi concentrici sempre più piccoli e più sottili fino all’apice, a tredici metri di altezza. È tutto bello, ma è bene non guardarli troppo quei cerchi optical, perché alla fine danno il capogiro e quasi ci si dimentica della spada piantata nel masso che emerge dal pavimento. È protetta da una cupoletta trasparente antiproiettile da quando, nel 1991, un tale che si sentiva re Artù la prese a martellate e la spezzò poco sotto l’elsa. L’invasato finì in manette, ma dopo un paio di settimane tornò a far danni, questa volta scheggiando anche la roccia.

Di San Galgano i libri raccontano una storia piena di visioni. Da ragazzo disse d’aver visto l’arcangelo Michele con la spada in mano che gli ordinava di diventare cavaliere, e all’età giusta si fece cavaliere, ma non proprio morigerato. Un po’ di tempo dopo disse che gli era apparso ancora l’arcangelo, e con lui aveva attraversato un paesaggio paradisiaco finché entrò in una galleria che lo condusse sulla collinetta di Montesiepi. Lì lo aspettavano i dodici Apostoli, che gli ordinarono di costruire, proprio in quel punto, una rotonda dove vivere da eremita.

Questo vide e raccontò Galgano ma, incerto sul da farsi, decise di chiedere consiglio alla fidanzata Polissena, che abitava in un paese vicino. Partì a cavallo per raggiungerla, e mentre superava Montesiepi gli apparve un’altra volta l’arcangelo Michele che lo convinse a fare il grande passo. Galgano allora sfoderò la spada e la piantò nella roccia – secondo altre tradizioni la piantò nella morbida terra –, poi ci costruì attorno una capanna rotonda dove decise di vivere e pregare. Era il 21 dicembre 1180.

Così, con la spada trasformata in croce, Galgano iniziò la vita da eremita, che comunque durò poco perché morì undici mesi dopo, il 30 novembre 1181. La Chiesa lo fece santo nel 1185, proprio mentre gli altri eremiti della zona completarono la costruzione della Rotonda, oggi meta di turisti amanti dell’arte e dei misteri, in particolare quello della spada nella roccia, che alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso fu sottoposta a esami chimico-fisici che ne confermarono la coerenza con i pochi esemplari esistenti di spade del XII secolo. Ma non si andò oltre con le indagini e forse è meglio così, perché spesso la scienza non va d’accordo con la fede.

Per ammirare un quasi miracolo basta entrare nella piccola cappella gotica addossata malamente alla Rotonda dove, tra il 1334 e il 1336, il pittore senese Ambrogio Lorenzetti e i suoi collaboratori dipinsero una Madonna in trono, un’Annunciazione tormentata e San Galgano che presenta all’arcangelo un modellino con la spada infilata nella roccia. Tutto da guardare con attenzione perché ci sono diverse sorprese. Prima fra tutte quella Madonna in trono, che nel dipinto ha tre mani: due destre e una sinistra. Ma non fu il perfectissimo Lorenzetti a dipingerla così. Lui realizzò gli affreschi, senza creare anomalie anatomiche e alla sua maniera, troppo innovativa per Ristoro di Orlando dell’ordine monastico cistercense che fece realizzare la cappella – il quale non apprezzò l’opera appena finita e incaricò un altro pittore, Nicolò di Segna, di rifare quasi tutto, e così gran parte degli affreschi del Lorenzetti finirono coperti dalle nuove pitture eseguite secondo l’iconografia più tradizionale. La terza mano della Madonna in trono fu riscoperta anche dal pubblico nel 1967 quando i restauratori, guidati da Massimo Gavazzi, affrontarono l’impresa di salvare gli affreschi dal degrado e dall’umidità. Sotto l’immagine della Madonna c’erano tracce di una versione precedente, quella del Lorenzetti, che ovviamente furono recuperate.

Per questo oggi vediamo la Madonna che tiene in una mano destra una bacchetta, mentre con l’altra destra accarezza il Bambino sostenuto con la mano sinistra, realizzato da Nicolò di Segna che coprì la sinistra di Maria che teneva in mano un globo, simbolo del potere terreno. Singolari «anomalie» che non disturbano affatto, anzi ci costringono a guardare gli affreschi di Montesiepi con maggiore attenzione e rispetto.

Stranamente, la grande figura di Eva dipinta in primo piano, vestita con un camicione bianco semitrasparente e una pelle di capra sulle spalle – simbolo di lussuria –, sdraiata come fosse a un pic-nic, non fu censurata dal committente cistercense ed è rimasta così come la dipinse Lorenzetti, mentre sventola compiaciuta un ramoscello di fico con tanto di foglie e un frutto maturo. E per quelli che non avessero ancora capito che cosa aveva fatto, mostra un cartiglio in cui confessa: Commisi peccato affinché passione soffrisse Cristo che questa Regina ebbe in sorte di portare nel ventre per nostra redenzione.

Un’iscrizione che collega «l’incarnazione di Cristo nel ventre di Colei che per questo è assurta al ruolo di Regina Coeli, compiendo così l’atto di redenzione che la innalza al di sopra di Eva, la quale commise il peccato che innescò questo processo salvifico» (Max Seidel, Serena Calamai, Ambrogio Lorenzetti, a cura di Alessandro Bagnoli, Roberto Bartalini, Max Seidel, SilvanaEditoriale, 2017).

Più di una sorpresa presenta l’affresco dell’Annunciazione, che nel 1967 fu staccato dalla parete, restaurato e fissato su un nuovo supporto. Così facendo fu portato allo scoperto il disegno preparatorio, realizzato dal Lorenzetti in sinopia, che ci mostra la Vergine, più o meno quindicenne, che si sorregge a una colonna, sconvolta dall’annuncio dell’arcangelo d’essere incinta del Salvatore e dall’essere venuta a sapere – dalla palma che l’arcangelo ha in mano – che Gesù avrebbe dovuto morire sulla croce.

Questa postura della Vergine dovette sconcertare il committente Ristoro di Orlando che la fece coprire da Nicolò Segna con una madonnina più tradizionale, molto più composta e controllata. Il risultato di questa sostituzione è che oggi l’arcangelo Gabriele sembra dare l’Annuncio a due Madonne: una dipinta da Nicolò di Segna in piedi e vestita di bianco; l’altra del Lorenzetti vestita d’azzurro e crollata a terra spaventata.

Nella seconda versione degli affreschi, anche il cistercense ebbe una diversa collocazione, ma in questo caso pro domo sua: Ambrogio Lorenzetti lo aveva mimetizzato tra le venature di un finto marmo rossastro, ma nella seconda versione Ristoro di Orlando si fece raffigurare in bella vista, proprio dietro l’arcangelo Gabriele, come se l’evento miracoloso si fosse verificato in sua presenza.

I restauratori che decenni fa riuscirono a far ricomparire almeno una parte di quello che Ristoro di Orlando aveva fatto coprire, «vendicarono» con la loro preziosa opera il perfectissimo maestro che probabilmente non fece in tempo a vedere lo scempio del suo lavoro, perché la peste nera del 1348 lo portò via con tutta la sua famiglia.

Pochi giorni fa, ventidue anni dopo la visita a Montesiepi e l’incontro con Don Vito, ho cercato di avere notizie sullo stato di salute degli affreschi della Rotonda e don Vito ha assicurato che stanno bene, ma ha aggiunto che poco più di un anno fa qualcuno propose di prelevare la Maestà e spedirla in mostra chissà dove, per almeno un anno. «Per fortuna i restauratori dissero che non era il caso di farla viaggiare» ha commentato soddisfatto don Vito. Speriamo non se ne parli più.

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