IL RACCONTO DELLA DOMENICA
Il racconto della domenica
Ricordo i giorni della mia infanzia: ho molta memoria, rammento persino l'esatto istante in cui fui partorito e quando dentro la pancia di mamma, lei professoressa di italiano alle medie di Viadana, interrogava i suoi alunni sulle poesie di Pasolini e il suo cognome mi suonava come simpaticissimo. Perciò in quell'antro buio nella placenta e immerso nel liquido amniotico, sentendo le sue lezioni, sognai di diventare poeta.
Ricordo così anche la mia balia gobbissima, Virginia Piazza (detta Elsa) nativa del paese di Lagrimone, la quale raccontava di essere stata rosicchiata dai topi, che erano saliti dentro la sua culla, mordicchiandole le orecchie. Tutte le mattine giungeva a casa mia, prendeva il caffè con mia mamma e qualche volta portava il burro di Palanzano e il Vov preparato dalle Suore di Clausura sempre di Lagrimone.
Suo marito era sfegatissimo di football e quella passione unonominale lo portava a disprezzare tutti gli altri aspetti del sociale. Quando vedeva i politici in tv, la fede per il calcio, gli impediva di sostenere chicchessia colore partitico, infatti chiamava Cossiga Cossigaretta, sostenendo fosse un imbecille ad alzargli con propri decreti legge il prezzo delle sigarette (al secolo le vecchie Merit). Andreotti era un gobbo maledetto e Berlinguer lingua del diavolo. In realtà è difficile pensare come un uomo potesse vivere solo del mondo del pallone: infatti ogni giorno si erudiva leggendo tre quotidiani sportivi.
Sta di fatto che, da anni, il marito di Elsa, conservava una bottiglia di liquore di Benevento: “Strega”, da stappare alla vittoria della Nazionale e proprio mentre Zoff sollevò la coppa Rimet al Mundial di Spagna, allora svitammo, con il figlio Pietro, lettore accanito di fumetti “Topolino” e abbuffatore di rosette alla mortadella, il tappo del liquore giallo, bottiglia lì in credenza dall'ultimo mondiale vinto da Pozzo nel 1938 e il contenuto tanto vecchio quanto avariato, ci fece stare male.
Fu lui che mi portò a vedere la prima partita della mia vita: un Parma - Lucchese del 1974 e provai molta curiosità, quando dal pacchetto dei biglietti, i bigliettai strapparono i nostri, da dentro le piccole postazioni murate nei muri di cinta davanti lo stadio Tardini che purtroppo non ci sono più. I “celerini”, messo piede dentro lo stadio, ci perquisirono tastandoci… ma cosa volete, che mi portassi in corpo da pupattolo, quale ero. Infine mi offrì le noccioline e un sorsino di Stock 84 da una bottiglia mignon, che mi fece girare un po’ la testa, che un ambulante sulle gradinate vendeva al pubblico pagante. Mi divertii molto.
Stupendi quegli anni ove composi la mia prima poesia: avevo tre anni e mi avvalevo di disegnini come geroglifici per sostituire le parole che non sapevo scrivere. In quegli anni ero spesso alla finestra della mia cameretta che dava su una piazzetta con al centro una locomotiva e conservo la foto da neonato in culla con l'amico Gainotti, diventato poi veterinario, nato tre giorni prima di me: lui il 15, io il 18 marzo e nelle fotografie ho gli occhi turchini poi, dopo un mese, marroncini. Siccome il bambino Gainotti era di origini torinesi, come pegno della mia amicizia, divenni tifoso del Torino nei primi anni Settanta vincente e competitivo a tal punto da aggiudicarsi lo scudetto del 1975-76. E dormivo la notte nel letto con un orso chiamato Puci Puci e una bambola di pezza detta Pirulla e giocavo ai Sette Nani. Ebbi anche un criceto che scorribandava al buio sulla sua ruota e curiosi, dalle stanze lontane da letto, eravamo andati in cucina da cui proveniva quel fracasso, scoprendo l'arcano mistero.
La mia madeleine del “Tempo perduto” che Proust, mangiando in età adulta, gli faceva venire in mente nel ricordo la sua infanzia, quando sbocconcellava questo dolce a forma di piccola conchiglia, per me divennero poi le ossa da morto e le scarpette di Sant'Ilario. Quando le mangio, ancora mi sovviene di me bambino quando, sulla Cinquecento guidata da mia mamma, partiti da piazza Lubiana con una vecchia locomotiva al centro, e dopo aver posteggiata l’auto, camminavamo sul lungo Parma e giungevamo in centro dove, da visionario ancora in preda al sonno pre-nascita, il Palazzo del Governatore mi sembrava uno spumino gigantesco cosparso di vaniglia e gli amatissimi porfidi grossi cioccolatini.
Così in quei giorni in inverno entravamo nella pasticceria Pagani, sita in una stradina strettissima che portava a piazza Duomo, mia mamma mi offriva una di quelle cialde guarnite di glasse alchemiche e colorate.
Mia mamma era bionda con gli occhi truccati di azzurro e piangevo perché aveva infilati alle dita altri anelli oltre la fede. Desideravo aver vissuto con lei quando era bambina e giocarci assieme e cogliere fiori di campo, come è fotografata da pupattola raccoglierne uno di questi bianco e dai petali come della polpa di un cavolfiore. Sogno di vivere con lei dentro il suo avello oltre la morte, finché le nostre ossa, come quei biscotti della festività del due novembre, non diventeranno briciole.
© Riproduzione riservata
Contenuto sponsorizzato da Fepa Spa
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata