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I 70 anni del «Giorno», nato per essere "diverso"

Un libro di Mario Consani e Stefano Passarelli racconta la storia del quotidiano attraverso le sue grandi firme

Redazione del «Giorno»

La "squadra" del primo «Giorno» nella tipografia di via Settala a Milano

22 Marzo 2026, 23:20

Il 21 aprile il quotidiano milanese «Il Giorno» spegnerà settanta candeline. Per festeggiare questo notevole traguardo Mario Consani, storica firma del giornale, e Stefano Passarelli, punto di riferimento per l’archivio di redazione, hanno unito le forze realizzando il bel volume «Quelli che… Il Giorno» (All Around, 308 pagine, 18 euro) in cui rievocano la nascita e l’ascesa della testata concentrandosi in particolare sulle grandi firme che vi collaborarono.

Ad impreziosire il volume la prefazione di Franco Contorbia nella quale lo storico del giornalismo e già professore di Letteratura italiana, firma anche della «Gazzetta di Parma», dopo aver ricostruito la bibliografia, in verità abbastanza scarna e disorganica, sulla vicenda del giornale, riconosce ai due autori il merito di aver in parte rotto «il singolare silenzio» in cui è caduta la storia de «Il Giorno».

Storia che inizia con Enrico Mattei: l’esperimento riuscito de «Il gatto selvatico», la rivista creata e diretta da Attilio Bertolucci per i dipendenti dell’Eni, spinge infatti il magnate a fare di più: vuole un giornale che rappresenti la sua visione politica ed economica, una voce indipendente per raccontare un’Italia moderna e in crescita, libera dalle ingerenze dei gruppi di potere. Coinvolge l’editore marchigiano Cino del Duca e nomina direttore Gaetano Baldacci. Quarantacinque anni, siciliano ed ex partigiano, Baldacci gira in Jaguar e si è stancato di fare l’inviato per «Il Corriere della Sera»; il diktat ai suoi giornalisti è uno solo: «Se la nostra prima pagina è simile a quella del “Corriere” dobbiamo capire dove abbiamo sbagliato». La prima, battagliera redazione di via Settala (oggi il quotidiano, dopo cinque traslochi, ha sede in Corso Buenos Aires), risponde con zelo; il redattore capo Murialdi ricorderà: «Noi giornalisti avevamo in comune una grande voglia: fare un quotidiano diverso, più aperto politicamente, moderno come gli scooters che popolavano le strade e come la televisione che riempiva ritrovi pubblici e salotti: possibilmente imprevedibile e divertente, in grado di attirare anche le lettrici».

Così, il 21 aprile del 1956, nella Milano dove sono appena nati il Piccolo Teatro e il marchio Feltrinelli, dove Arturo Toscanini dieci anni prima aveva diretto alla Scala il primo concerto dopo la ricostruzione, e Dario Fo comincia ad esibirsi in radio, le edicole propongono un giornale mai visto prima. Annota Consani: «Pagine divise in otto colonne invece di nove, un titolo forte in prima pagina (vetrina per le notizie sviluppate all’interno), un breve commento sulla situazione politica affidato alla penna di Baldacci. E poi la scomparsa della tradizionale “Terza Pagina” con la cultura disseminata un po’ qua e un po’ là, pezzi brevi, all’inizio anche un supplemento in rotocalco, servizi fotografici, articoli economici e finanziari tradotti in un linguaggio comprensibile, la pagina degli spettacoli, novità assoluta, lo sport (curato da Gianni Brera), l’oroscopo, i fumetti e i giochi. Il colore». Mattei diffonde «Il Giorno» tra i dipendenti (leggende metropolitane dicono distribuendolo persino gratis) e la tiratura dei primi anni si attesta sulle centoventimila copie, cifre ottime per un giornale appena nato.

Franco Contorbia, autore della prefazione del libro, con il grande inviato speciale parmigiano Bernardo Valli.

Una simile vitalità esige firme di prestigio e si entra così nel cuore della ricerca di Consani e Passarelli che, con pazienza («Il Giorno» non dispone di un archivio storico digitale), sono andati, annata dopo annata, sulle tracce dei grandi collaboratori ottenendo una perfetta fotografia del Novecento italiano. Ecco allora il disegnatore Tullio Pericoli, approdato in redazione grazie a una lettera di Zavattini, Tiziano Terzani (che a Milano resiste poco: chiede di fare il corrispondente dalla Cina, gli viene detto che c’è sì un posto da corrispondente, ma da Brescia; lui si licenzia con garbo e il resto è storia), Natalia Aspesi («bellissimo giornale, ma allora noi donne eravamo ombre, con noi parlavano solo di frivolità»), Giorgio Bocca (da manuale una sua inchiesta sull’immigrazione dal Sud), Fernanda Pivano (in un reportage racconta la visita al cottage di Virginia Woolf), Primo Levi (che propone delle inaspettate novelle di fantascienza) e molti altri. Ci sono giovani promettenti al debutto come Alberto Arbasino, Pietro Citati e Umberto Eco, ma anche, ovviamente, gli scrittori di prima fascia.

Giuliano Molossi ha diretto «Il Giorno» dal 2016 al 2017, dopo aver diretto per 17 anni la «Gazzetta di Parma».

Calvino collabora a «Il Giorno» dal ’62 al ’74: recensisce film, riflette sulla beat generation, fa pubblicare in anteprima capitoli de «La giornata di uno scrutatore» e racconti che confluiranno ne «Le Cosmicomiche» e si interroga sull’annosa querelle tra saggi e romanzi sottolineando come questi ultimi «possono dare risposte più globali e nutrienti alle domande che ci poniamo e, soprattutto, tali da aprire la via ad altre domande». Oltre a una bella interpretazione del capolavoro di Manzoni, l’articolo più riuscito è però quello in cui paragona genialmente l’«Anabasi» con la ritirata di Russia, sottolineando come le due vicende, pur con le dovute differenze, «ispirano un’angoscia simbolica che forse possiamo intendere soltanto noi».

La "storica" redazione sportiva del «Giorno»: da sinistra, Mario Fossati, Gianni Brera, Angelo Pinasi (seduto), Mino Mulinacci, Pilade del Buono e Giulio Signori.

Anche Luciano Bianciardi sul quotidiano di Mattei approccia i classici, commentando per esempio «Pinocchio» («una lettura serena, limpida, equilibrata, pacatamente laica»), per poi partire a sorpresa a fianco di Gianni Brera per Mosca dove si gioca Italia-Urss; inutile dire che il suo reportage in sei puntate è più che un diario di viaggio. Pure Mario Rigoni Stern è attratto dall’Est e lascia traccia su «Il Giorno» dello straordinario itinerario che lo vede tornare insieme alla moglie, nel 1971, sul Don dove c’erano i capisaldi degli alpini e dove, ventotto anni prima, aveva attraversato l’inferno bianco al centro de «Il sergente nella neve».

Attilio Bertolucci è uno dei collaboratori più assidui: tra il ’63 al ’76 (quando passerà a «Repubblica») firma 187 articoli tra recensioni e commenti a libri, film, mostre d’arte ed eventi culturali. La vera chicca risale all’agosto del 1964, quando va a Fiascherino, in Liguria, sulle tracce di H.D. Lawrence, l’autore de «L’amante di Lady Chatterley», che trascorse lì, cinquant’anni prima, un’estate. Bertolucci, quasi un detective, incontra la maestra di Tellaro che diede lezioni di italiano allo scrittore britannico e scopre così il dispotismo capriccioso della moglie di lui, Frida, «insaziabile lettrice di romanzi e capace di farsi portare un pianoforte da Lerici su una barca». E che dire dell’eclettico, instancabile Pasolini? Sul giornale dell’Eni, PPP scrive delle sue giornate tipo mentre sta girando «Accattone», di un soggiorno in India con Moravia e Morante («spirava un senso di miseria, di indigenza indicibile, pareva che tutti fossero scampati a un terremoto»), di Freud e Gioacchino Belli; si scaglia contro il Premio Strega e il Festival di Venezia, afferma, ritratta e provoca, arrivando persino ad autorecensirsi l’ultima raccolta di poesie. Ma il pezzo più celebre, uscito nel gennaio ’71, è un divertissement dedicato ad una delle sue grandi passioni, il calcio: «Ogni goal - scrive Pasolini - è sempre un’invenzione, una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno».

Le colonne del quotidiano sono però anche uno spazio straordinario di schermaglie tra grandi: ad esempio, Gadda che attacca l’analisi dei «Promessi Sposi» formulata dall’allievo Moravia (ma poi si pente e scrive all’amico Citati «il problema sarà quando Alberto tornerà dal Brasile e io dovrò render ragione del mio operato…») o Mario Soldati che contesta la diffusione a teatro delle opere pirandelliane per via della vicinanza del drammaturgo di Agrigento al fascismo; il titolo del pezzo è esplicito: «Brutto segno se Pirandello va forte».

La concorrenza porterà, a partire dal ’72, a un cambio di dirigenza e a una serie di dimissioni che faranno perdere al quotidiano la forza dirompente che ne aveva contraddistinto la fase aurorale, ma nonostante (o proprio per) questo, la storia de «Il Giorno», mai raccontata prima in modo organico, si fa mito e trova nelle pagine appassionate di Consani e Passarelli, come nota Contorbia, una forma nuova, a metà tra «l’inventario e la festa mobile».

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