Intervista
Le opere idrauliche tendono a diventare invisibili, a confondersi con il paesaggio. A confondersi anche nel nostro immaginario: cosa sappiamo davvero di loro? E cosa possono dirci di noi, del Pianeta?
Ce lo racconta «Bestiario idrico», lo spettacolo di Marco Paolini, che analizza l'acqua nei fiumi, sotto terra e nella pianura padana, parlando di alluvioni, argini e dighe, riflettendo sulla necessità di un nuovo rapporto con il territorio. Lo spettacolo, in scena lunedì 23 marzo alle 20.30 all’auditorium Paganini, è a ingresso gratuito, offerto da EmiliAmbiente per festeggiare la Giornata mondiale dell’Acqua.
Un monologo potente e ironico dedicato all’acqua, tra scienza, memoria e identità collettiva. Un «dialogo con qualcuno che non conosco - svela l'attore - ma che avrei dovuto conoscere». Ed ecco cosa ha anticipato alla «Gazzetta di Parma», di questo viaggio.
Partiamo dal titolo. Perchè proprio «Bestiario»?
«Il mondo legato ai fiumi e all'acqua nel tempo ci è diventato estraneo. Dunque una parte del mondo e delle parole che usiamo per descrivere suonano strane, esotiche, fantastiche. Da qui l'idea di chiamare questo viaggio “Bestiario”»
Un viaggio in cui arte e scienza si incontrano. Lo spettacolo è scritto a quattro mani con l'idrologo Giulio Boccaletti. Come è nata questa intuizione?
«Da quando ho raccontato il Vajont, mi è stata attribuita una competenza che non ho (ride), però sono curioso e molto attratto dalle discipline scientifiche. Dunque, a partire dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, gli amici scienziati mettono in evidenza la fragilità del mondo su cui camminiamo, un mondo fortemente antropizzato e artificiale. Costruito. Ed è per questo che mi è venuto naturale rivolgermi a loro come compagni di scrittura, di condivisione di pensieri nella ricerca di un linguaggio capace di raccontare cos'è il paesaggio oggi»
Ha citato uno dei suoi capolavori, «Il racconto del Vajont». A distanza di qualche anno dal suo monologo sulla diga, cosa è cambiato? È diverso il modo in cui il nostro Paese gestisce le emergenze?
«Nella gestione delle emergenze siamo diventati sicuramente più bravi perchè dal terremoto in Irpinia e dall'intervento diretto di un presidente come Pertini è nata la Protezione civile. Quel dipartimento che diventa indispensabile per gestire le emergenze e che diventa sinonimo di un'Italia che funziona. Anche se è un attimo cadere nelle esagerazioni: quando una cosa funziona, poi tutto diventa “emergenza” e tutto viene affidato alla protezione civile».
C'è un «ma», manca qualcosa?
«Avremmo bisogno anche di un sistema di prevenzione civile. Potrebbe renderci davvero più consapevoli e meno spettatori. Avere consapevolezza del rischio e mettere da parte l'idea che la sicurezza sia qualcosa di definitivo diventa una specie di tabù religioso. Ma queste sono prediche che a teatro non si possono fare».
Allora il ruolo dell'artista qual è?
«Credo che sia una sfida molto eccitante di questo tempo, basta accettare di mettersi in gioco. Non sono un esperto, ma devo esplorare le discipline e gli argomenti come territori nuovi. Devo quindi confrontarmi con persone competenti, che ne sanno più di me, poi scovare storie ed esperienze. Questo guardarsi attorno, questo uscire dal repertorio, dai confini di quello che si è fatto c'entra con il nostro mestiere. Questo è quello che chiamo “teatro civile”».
Si sente solo in questo percorso?
«No, affatto. Ci sono tanti amici e artisti che si occupano di teatro civile. Ci scambiamo idee, opinioni, proposte, domande. Ci sono anche diverse persone di una generazione diversa dalla mia»
A proposito di generazioni diverse: i giovani hanno forse dato una spinta maggiore all'impegno nei confronti dell'ambiente?
«La domanda esige una saggezza che non ho. Però la stagione di Greta Thunberg è finita, così come quella di Papa Francesco. Bisogna prendere atto che non si vive di rendita e che parlare di cambiamenti climatico “all'ingrosso” non serve: bisogna per forza evidenziare il contesto. Se parliamo di mondo e Pianeta, la gente fa fatica ad affezionarsi e si rischia di parlarsi addosso».
Avvicinare le persone. Una sfida difficile quando si parla di acqua e opere idrauliche...
«Dire che mi sto occupando di fiumi e dire che mi sto occupando di corpi idrici è completamente diverso. E io in questo spettacolo ho deciso di parlare di corpi idrici, come se stessi parlando con qualcuno che conosco poco e che avrei dovuto conoscere. Non parlo di acqua, ma di strutture, ambienti, organismi. Il fiume è un organismo, è vivo? In certe occasioni sì. Ma se me lo immagino come un canale d'acqua lo sto ammazzando senza rendermene conto»
Mi sembra di capire che il termine «emergenza» non le piaccia molto.
«Ogni volta che si dichiara un'emergenza è come dichiarare un fallimento».
In che senso?
«Vuol dire che il disastro non è stato immaginato e previsto prima. Non sappiamo dove colpirà il prossimo terremoto e non abbiamo strumenti per vederlo, ma abbiamo una macchina di risposta che è la Protezione civile per minimizzare i danni e intervenire».
E la responsabilità di chi è?
«La catena della responsabilità è tutt'altro che corta, parte da lontano e da decisioni, leggi, decreti non ottemperati. Così ci riscopriamo fragili. Il vero mito da sfatare è la sicurezza, il resto conta poco. Bisogna ammettere il rischio, prendere atto che non ci si può affidare alla fortuna. Non si può essere fatalisti in un Paese come il nostro».
Anna Pinazzi
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