Buen camino
Checco è diventato buono: perché grande, piaccia o no, lo era già. Ma di certo, sulla retta via che più che a Santiago di Compostela porta dritto in cima al box office («Avatar» permettendo...), la graffiante comicità sociale di «Quo vado» così come la matura satira politica di «Tolo Tolo» lasciano il posto a un lato di Zalone più privato, morbido, persino più sentimentale, a un'ironia che sguazza ancora nel politicamente scorretto ma a volte sembra quasi scusarsi per l'entrata a gamba tesa. Nella fotografia di una società senza padri né meriti, in «Buen camino» - che oggi esce in tutta Italia in mille copie (una spedizione che nemmeno Garibaldi...) - l'urgenza fustigatoria cede infatti il passo alla scoperta della paternità (già peraltro trattata in «Sole a catinelle») e la risata, oltre che come al solito liberatoria e irriverente, è questa volta anche un poco accondiscendente, buonista. Ma detto ciò varrebbe pure la pena di rilassarsi: senza pretendere che il Checco nazionale - contro il quale si punta alternativamente il dito perché troppo sarcastico o troppo poco .- faccia (per tutti) la rivoluzione. Che se portasse qualche milione di persone al cinema (luogo che sempre meno italiani sentono la necessità di frequentare) onestamente ci sarebbe soprattutto da ringraziarlo.
Anche se sul cammino di Santiago - tornato prepotentemente di moda (tra vera fede, ricerca di sé e vacanze alternative) - ci va col freno a mano tirato: ma pur sempre quello di una Ferrari. D'altra parte, il protagonista del suo film di «rosse» di Maranello ne possiede ben sei: schifosamente milionario, non ha mai lavorato un giorno in vita sua (i soldi li ha fatti babbo, coi divani) e, parrucchino ben fissato in testa, ha soprattutto una preoccupazione: i preparativi del party faraonico (non è un modo di dire) per i suoi 50 anni, spesi per lo più con fidanzata tutta curve di 25. Un giorno però la figlia Cristal («come lo champagne»...) scompare: la rintraccia tra Francia e Spagna, ma per riconquistare la sua fiducia dovrà, zaino in spalla, trasformarsi in pellegrino. Ma si sa: finché c'è strada c'è speranza...
Diretto da Gennaro Nunziante (l'amico ritrovato, regista di tutti i film di Zalone tranne «Tolo Tolo»), «Buen camino», messa nel mirino la «riccanza», la volgarità dei nuovi paperoni, demolisce ostentazione, arroganza e soprattutto ignoranza del lusso, senza risparmiare altri classici bersagli - dai disturbi alimentari all'omosessualità e al razzismo - dello Zalone più iconoclasta, qui però molto concentrato su un rapporto padre/figlia che lo riguarda («con la più grande, che ha 13 anni - ha detto - mi sembra di parlare una lingua che lei non capisce più») evidentemente da vicino.
Tra ego ultra riferito e spiritualismo turistico, il film, che cerca di fare pace con l'elettorato di destra (quello che aveva pesantemente criticato il comico barese dopo l'ultimo film) e non risparmia nemmeno l'attualità più rovente (Checco definisce il compagno della ex moglie - un'irriconoscibile Martina Colombari-, «l'unico palestinese che occupa un territorio: Gaza mia»...), è un percorso verso la consapevolezza costellato di non pochi imprevisti. Si ride, ci si diverte (alcune battute sono esilaranti), ma si cerca una scossa che, complice anche un intreccio un po' basico, difficilmente arriva. Di vero c'è che Checco si è addolcito parecchio. Ma è pur sempre Natale: siamo tutti più buoni. Anche il critico.
Regia: Gennaro Nunziante
Interpreti: Checco Zalone, Letizia Arnò, Beatriz Arjona, Martina Colombari
Italia 2025, 1 h e 30'
Genere: Commedia
Dove: The Space Campus e Parma Centro
Giudizio: 3/5
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