Un'antologia del grande giornalista
Gianni Brera (San Zenone al Po, 8 settembre 1919 - Codogno, 19 dicembre 1992)
Una storia di settantuno anni fa riprende vita e vigore in questa primavera, attraverso un libro dell’editore Nino Aragno di Torino di freschissima pubblicazione. Viaggio in America è un’opera che in 161 pagine ripropone gli articoli scritti da Gianni Brera, il più «splendido» (aggettivo a lui caro, quando illustrava le gesta dei suoi campioni più amati) fra i giornalisti sportivi (definizione comunque riduttiva) italiani. Si tratta di otto articoli più una lunga intervista ad Avery Brundage, statunitense, presidente del Cio dal 1952 al 1972, pubblicata nel testo originario in francese, perché destinata al quotidiano «L’Équipe» e pubblicata con grandissimo risalto. Per capire il senso e lo spirito di questi articoli, diventa fondamentale leggere l’introduzione (40 pagine), firmata da Claudio Rinaldi, direttore della «Gazzetta», riappropriatosi, in questo caso, del ruolo di profondo e autorevole studioso di Brera (fin da ragazzo).

È l’8 aprile 1955, Venerdì Santo, quando Brera atterra a New York, per un viaggio di tre mesi, organizzato dall’International educational exchange service: l’obiettivo è quello di attraversare in lungo e in largo gli Stati Uniti, per scrivere una serie di articoli da inviare a differenti giornali, prima di trasformarli in un libro (che in realtà non uscirà mai). A far da sfondo in questa vicenda, è il momento professionale molto particolare di Brera, che non ha ancora compiuto 36 anni, ma che ha già bruciato le tappe. Assunto alla «Gazzetta dello Sport» nel 1945, come responsabile della rubrica atletica, inviato ai Giochi olimpici di Londra 1948, corrispondente da Parigi nel 1949, viene nominato vicedirettore responsabile il 5 dicembre 1949 (con Emilio De Martino direttore), quindi condirettore responsabile (con Giuseppe Ambrosini direttore) dal 9 gennaio 1950 e direttore responsabile (sempre con Giuseppe Ambrosini direttore) il successivo 14 marzo. Alla fine di novembre del ’54, se ne va, sua sponte, per insanabili contrasti con l’editore ed è una frattura pesante. Nel luglio 1945, Alberto Bonacossa ha fondato una nuova società, la Sess (Società editrice stampa sportiva), alla quale ha affidato la gestione editoriale del quotidiano, diventandone il presidente. Muore nel 1953 e gli subentra il figlio, Cesare. Gli anni alla «Gazzetta» hanno permesso a Brera di farsi conoscere e apprezzare per la sua prosa personalissima, la sua bravura nel decifrare e interpretare il fenomeno sportivo, per la capacità di sfrondare gli articoli da un eccesso di effetti retorici, imponendo uno stile di scrittura preciso e attento anche agli aspetti tecnici. La causa scatenante dell’addio alla «Gazzetta» è duplice: prima l’editore ha criticato lo spazio dedicato al record mondiale dei 5.000 metri (23 ottobre 1954) di Vladimir Kuts, «colpevole» di essere sovietico (oggi sarebbe ucraino), in tempi di guerra fredda; poi, fatto oggettivamente gravissimo, l’editore medesimo, nella persona del presidente della Sess, Ferrari, ha scelto l’inviato per il servizio sulla partita Portogallo-Argentina (28 novembre), senza nemmeno consultare la direzione.

Ce n’è quanto basta per andarsene e il 23 novembre 1954 Brera firma la lettera di dimissioni. Così si ritrova nella terra di mezzo, perché la Rosea rappresenta il passato e «Il Giorno», che sarà il suo successivo approdo, è ancora lontano dal vedere la luce (21 aprile 1956). Le lettere che Brera indirizzerà alla moglie Rina Gramegna (e riportate nell’introduzione) disegnano un quadro chiaro dello stato d’animo di Brera, prima della partenza e durante il viaggio. C’è la preoccupazione per la lontananza da casa; c’è l’ansia di riuscire a capire lo sport americano, ma anche quella di farsi capire, visto che non conosce l’inglese come vorrebbe; ci sono l’agitazione e la volontà di costruire articoli all’altezza delle attese sue e dei suoi committenti. Che sono il settimanale «Tempo» e la rivista «Illustrazione Italiana».

Da queste premesse, nascono articoli meravigliosi, che impressionano soprattutto per la modernità del linguaggio, come se fossero stati scritti nel 2025, e la profondità delle analisi. In queste corrispondenze, sì trova davvero di tutto, le storie, le parole dei protagonisti, le domande e le risposte, la cronaca e il commento. Si parte dalla vicenda di un «meraviglioso cavallo che ha arricchito un poveruomo» (volutamente senza apostrofo) e si conclude con lo stupore di fronte al modo di interpretare l’atletica al di là dell’Oceano, prima dell’intervista con Brundage, che rappresenta un vero scoop, perché si capisce bene (e in anticipo sul Congresso del Cio) che l’Olimpiade del 1960 verrà assegnata a Roma. Chi vorrà accostarsi a questo libro troverà le interviste con i paisà di Little Italy, ma anche lo stato d’animo di Brera angosciato dall’assistere alla 500 Miglia di Indianapolis (e non solo perché ci scappa il morto, Bill Vukovich): «Il pilota da corsa è per solito un signore; qui, un disperato… Il Dio dollaro sta all’entrata di ogni curva come un demonio». È terribile l’inizio del pezzo sulla boxe: «Benché seduta comodamente, e magari anche in smoking, la belva che è in noi si abbandona al tripudio del sangue. Mancano due selci ai disperatissimi che si avventano con i pugni corazzati di cuoio ed avresti una tipica scena del neolitico…». E più avanti: «La boxe è diventata da tempo un’industria come lo spettacolo in molti paesi e soprattutto in America del Nord. La televisione le ha dato impulsi nuovissimi». Tutti temi che in qualche modo poi vengono ripresi nell’articolo Little Italy domina la boxe americana, dove viene raccontato il sottobosco pugilistico con i suoi interessi e i suoi azzardi.

Ma c’è un capitolo che supera i confini dello sport. In La giungla delle lavagne viene affrontata la questione della delinquenza giovanile, in una prosa e con descrizioni che potrebbero essere riproposti oggi, perché poco è davvero cambiato. Non è finita. Il capitolo dal titolo Gli americani perderanno le Olimpiadi è in realtà una analisi profonda sulla differenza fra lo sport negli Stati Uniti e quello dell’Unione Sovietica, fra il Paese più sportivo del mondo e quello dove lo sport è davvero una questione di Stato. Magnifica resta la spiegazione del perché gli americani amino tanto il loro foot-ball invece del nostro (che sarebbe il soccer). Magistrale è lo stile, da vero cronista, che per farsi capire non esita a privilegiare la chiarezza alla fantasiosa costruzione dei suoi pezzi, così come li avremmo conosciuti sul «Guerin Sportivo». C’è un’ultima ragione per la quale questo libro merita di essere letto: Brera in America non è più tornato. Questione ricollegabile in qualche modo alla mafia, a una donna, a oscure minacce? Il mistero resta, ma rimangono anche le parole di Eugenio Scalfari, direttore di Brera alla «Repubblica» (dal 1982) e pronunciate, dopo aver scoperto che non voleva saperne di andare a Los Angeles per i Giochi olimpici del 1984: «Noi sessantenni dobbiamo appartenere a noi stessi. Se G.B. non vuole andare a Los Angeles non ci va. A patto che ogni giorno mi scriva un pezzo su quel che vede». Gli articoli sulla «Repubblica» sono outsiti comunque ed è stata una fortuna poterli leggere.
Fabio Monti
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