† Enrico Solmi
L’edificio di San Francesco del Prato, dopo duecento anni, da oggi torna ad essere Chiesa. L’invito a Francesco d’Assisi: «Va’, ripara la mia casa che è tutta in rovina» è stato raccolto, a più riprese, dalla città che, prima l’ha sottoscritto con migliaia di nominativi, poi ha guardato con favore e simpatia la nascita e lo sviluppo del cantiere, ideato e sostenuto da un rinnovato Comitato. Settecento giorni, comprese le sospensioni per il Covid e per la rappresentazione dell’Opera Verdiana Luisa Miller, con settanta persone impegnate, sono stati sufficienti per concludere i lavori e per consentirne la riapertura, mentre ci attende ancora il recupero delle cappelle e il restauro, dopo l’avvenuto consolidamento, degli affreschi riapparsi sotto una spessa coltre.
Il centro storico completa così la sua fisionomia; la città si arricchisce di un’opera d’arte tale da giustificare, da sola, una visita e lascia di “Parma 2020- 2021 capitale italiana della cultura” un segno permanente non solo per questo restauro, ma per il significato che ispira. San Francesco del Prato rappresenta uno spaccato della storia e della cultura di Parma, intesa come un insieme per cui la persona diventa più umana. Questa chiesa ci riporta all’ardore francescano delle origini divenendo, in seguito, elemento essenziale e ispiratore della città, luogo di sepoltura per le famiglie nobili, fino ad affrontare gli eventi che cambiarono l’Europa e l’impatto con l’invasione napoleonica che la deturpa e la trasforma in carcere. Poi l’abbandono. Da luogo di culto, rappresentativo della collettività, diventa teatro di dolore, imprigionando anche persone famose come Cresci, il regicida, il nostro Guareschi, e ancor prima persone che hanno lottato per la liberazione. Ma anche scenario della carità di padre Lino e della beata Anna Maria Adorni. Si rivela una parabola della vita personale e collettiva ed esprime, con la sua storia, quella “coltivazione dell’umano” che si attua quando la cultura sa unire il bello e il buono, il giusto e il vero attraverso l’abbraccio tra lo stupore e la compassione, corde sensibili nel cuore dei parmigiani.
Collocata al centro della città - d’ora in poi si potrà ridire “dalla parte della Chiesa di San Francesco del Prato” – mostra, con la devastazione violenta che subì e le cicatrici che restano, una sofferenza antica che rispecchia le periferie esistenziali che ancora oggi ci abitano. Immediato è il riferimento al carcere che, trasferito in periferia, ne rappresenta un quartiere particolare. La lontananza non può significare disaffezione o disimpegno. Per la Santa Messa di dedicazione saranno consacrate le ostie confezionate da alcuni carcerati che settimanalmente le preparano insieme al pane e ad altri prodotti da forno che vengono offerti alle mense della Caritas e di Padre Lino.
Un significativo scambio di doni, considerando che il progetto è sostenuto dalla Caritas Diocesana e dai Frati Minori. La Chiesa si incunea nel complesso universitario e costituisce un naturale riferimento anche per il servizio che i Padri Francescani Conventuali già da tempo offrono agli studenti, ai docenti e all’intero personale. È uno stimolo a porre ancor più lo studio e la ricerca al servizio della collettività e dei più deboli, un’alleanza feconda tra chi vive le periferie esistenziali e chi all’Università persegue obiettivi significativi per il proprio futuro, ad indicare che questo non può essere disgiunto dall’attenzione nei confronti degli altri. Una vicinanza grata.
Rivive lo spirito di Padre Lino che introduceva i poveri nei pensieri e nella generosità dei potenti e dei sapienti di Parma, con quella disarmante carità eroica che lo fa il santo non canonizzato ma proclamato dalla città, invocato da ricchi e poveri. La chiesa che riapre avrà quindi una presenza che la anima e un’accoglienza pronta da questi Figli di San Francesco che, insieme ai Cappuccini dell’Ospedale e ai Minori dell’Annunciata, costituiscono una vera eccellenza della nostra città che ancora vanta le tre famiglie Francescane tradizionali, accanto a quella rinnovata di Betania. Sarà chiesa cattolica e, proprio per questo, aperta a tutti. Per le celebrazioni liturgiche ed anche per alte espressioni dell’anima della nostra città, come si realizzerà domani 3 ottobre con il conferimento della Laurea Magistrale ad honorem in Relazioni Internazionali ed Europee al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Evento che compendia la sua dedicazione, in un’unità che si ritrova nel vero bene della persona e dell’intera collettività».
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