Antonio ha ucciso la coppia di amici giovani e belli che gli avevano affittato una delle tre stanze dell’appartamento. In pratica vivevano insieme, ma lui li vedeva con la lente dell’invidia, mostro maligno che si rintana dentro di noi e se non tenuto a bada da un’educazione alla tolleranza, al rispetto e al vivere civile, diventa un ‘giustiziere’ inesorabile di chi riteniamo responsabile della nostra pochezza al confronto della loro fortuna. Antonio vedeva sé stesso immeritatamente escluso dall’amore e dalla loro allegria, dal loro entusiasmo. Ma quali amici. Forse in preda ai morsi della gelosia, magari sentendo momenti di dolce intimità tra i due fidanzati, ha deciso di togliere dal panorama della sua esistenza la causa del proprio dolore: l’insopportabile spettacolo dei sorrisi e delle carinerie tra i due coinquilini colpevoli di troppa felicità. Poi è andato tranquillamente a una festa serale con i soliti amici. Arrestato dai carabinieri ha raccontato la propria soddisfazione per la riuscita del duplice delitto, progettato fin da cinque giorni prima: un atto che ha messo fine alla sofferenza via via alimentata dalla coppia che con i suoi riti di tenerezza e piacere faceva risaltare a contrasto la sua mancanza di autostima, l’incapacità d’amare. Ma c’è un Antonio in nuce in ciascuno di noi. Alzi la mano chi non ha mai provato invidia, seppure in maniera blanda, diciamo passiva, come una leggera increspatura di umore,alla notizia di una fortuna capitata a un conoscente, a un collega, persino a una persona cara: il nostro io ferito dall’altrui successo non fa distinzioni, giudica tutti i premiati immeritevoli ladri di fortuna.
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata