Le notizie false - che ora, visto che usiamo l’inglese per tutto, sono diventate fake news - sono vecchie come il mondo. O meglio come il linguaggio. È il linguaggio, infatti, che ci permette di mentire. E la menzogna, il dire il falso, è insita nella nostra natura di esseri parlanti e sociali.
Senza farla troppo lunga, voglio solo ricordare una delle notizie false più clamorose dell’Ottocento, cioè quella degli uomini pipistrello che, secondo una testata di New York, sarebbero vissuti sulla Luna. Il giornale ci fece una serie di sei articoli a partire dall’agosto 1835 che aumentarono a dismisura le sue vendite. La scoperta, come spesso accade, fu attribuita a un’autorità non contestabile, quella di John Frederick William Herschel, forse il più famoso astronomo inglese del periodo. Peccato che Herschel fosse del tutto ignaro di aver fatto la scoperta che il «Sun» gli aveva attribuito e passò tutto il resto della sua vita – ricca di onori, come l’aver individuato le Nubi di Magellano – a smentire la notizia che comunque aveva già fatto il giro del mondo nonostante tutti i tentativi autorevoli di smontarla. Se si aggiunge che il quotidiano che pubblicò la «great moon hoax» (...)
(la grande burla della Luna), il «New York Sun», è il capostipite della «penny press», cioè della stampa popolare che sta alla base del giornalismo come lo intendiamo anche ora, si capisce come le notizie false siano strettamente legate allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa. Una malattia genetica, diciamo, che ora, in tempi di social network, si amplificata a dismisura.
La proliferazione delle notizie false, poi, aumenta in momenti di grandi emozioni sociali, come quello attuale. La paura in cui siamo immersi a causa della pandemia è un concime fertile per le bufale che per diffondersi hanno bisogno del nostro coinvolgimento emotivo, cioè della molla che ci spinge a diffonderle e a prenderle per buone a prescindere. In questi giorni, infatti, le fake news sono diffusissime. Per questo da questa settimana abbiamo una rubrica sul giornale – curata da Antonio Rinaldi – che si occupa di smontare quelle che si sono diffuse con maggior forza.
Ma oltre alle notizie false facili da smontare – no, fare i gargarismi con la candeggina non aiuta a combattere il coronavirus e ti fa sicuramente finire all’ospedale - ce ne sono altre che non sono così semplici da individuare e da rendere inattive. Sono quelle che contengono un briciolo (o anche qualcosa di più) di verità.
Sappiamo, per esempio, che la clorochina – un medicinale usato per combattere la malaria e, in tempi più recenti, per curare i sintomi del Lupus eritematoso e dell’artrite reumatoide – è usata anche come promettente terapia sperimentale per i pazienti affetti da Covid-19. E questo è un fatto. Ora vediamo come questo fatto diventa un «fattoide», cioè una bufala. Se si dice, per esempio, che la clorochina è da sola capace di far guarire le persone ammalate, cosa non vera, se ci si rifiuta di leggere la letteratura che chiede prudenza, e se non si tiene conto degli effetti collaterali, che pure ci sono e anche pericolosi come spesso accade con i farmaci realmente efficaci, si arriva al paradosso, reso noto ieri, del licenziamento di Rick Bright da parte dell’Amministrazione Trump.
La colpa di Bright, che guidava l'agenzia incaricata dal ministero della Salute Usa per lo sviluppo di un vaccino e di farmaci contro il Covid-19, è di non aver assecondato il presidente, convinto che la clorochina sia una specie di manna. La posizione di Trump è comprensibile: un decisore politico chiede agli scienziati certezze e su queste certezze poi prende le decisioni. Ma in questo caso le certezze non ci sono – e difficilmente la scienza le offre – e il presidente è troppo innamorato dell’ipotesi che ci sia da qualche parte una pallottola d’argento capace di annichilire il coronavirus per tenere conto degli altri aspetti della questione. Solo che per ora questa medicina miracolosa non c’è, come non c’è un vaccino. Quindi la clorochina diventa un talismano, cioè una variante diffusa di pensiero magico.
Anche la medicina per combattere le fake news non c’è. Come ho detto il mentire, come l’illudersi, il credere senza prove certe, sono comportamenti che fanno parte della natura umana. Ma un sano scetticismo metodologico che mette tra parentesi il nostro lato emozionale, la nostra voglia di credere, di confermare i nostri pregiudizi, di sentirci sicuri, è una buona disciplina. Magari non ci dà la patente di immunità, ma ci rende meno infettivi, in termini di notizie false o esagerate.
paolo.ferrandi@gazzettadiparma.it