Tregua doveva essere. E tregua è stata. La maggioranza ha salvato il ministro Alfonso Bonafede e con lui il governo Conte. Il compromesso era inevitabile: troppo pericoloso per tutti rischiare di aprire una crisi politica in questo momento. Ma è tutt'altro che un successo per questa strana compagine giallorossa, che manda in scena un altro triste spettacolo. E dimostra ancora una volta tutti i suoi limiti e problemi.
A parte i Cinque stelle più oltranzisti, da tempo non c'è più nessuno che difenda il guardasigilli. Bonafede è finito nell'occhio del ciclone per la gestione a dir poco dilettantesca delle scarcerazioni di decine di mafiosi nella fase più critica dell'emergenza coronavirus. Ma tutta la sua azione da ministro della Giustizia ha lasciato a desiderare. Nei palazzi romani, tanti accostano le sue performance a quelle di un altro “fuoriclasse” grillino, quel Danilo Toninelli che, fra una gaffe e l'altra, ha guidato il ministero delle Infrastrutture nel primo governo Conte. Ieri l'attacco più duro a Bonafede non è arrivato dall'opposizione, ma da un esponente del Pd come Matteo Orfini: «Le politiche per la giustizia di questo governo sono pessime e devono cambiare radicalmente». Difficile dargli torto. Un po' più difficile capire come nel Pd non se ne siano accorti prima. E abbiano accettato tutto per il quieto vivere di questo esecutivo. Un ministro inadeguato, hanno detto a più riprese i renziani di Italia Viva che, nonostante tutto, fanno parte della maggioranza e contano nelle loro fila qualche ministro e vari sottosegretari. Lo stesso Matteo Renzi, ieri nell'aula di Palazzo Madama, ha ripetuto chiaro e tondo che il ministro sarebbe dovuto andare a casa e ha riconosciuto ai firmatari delle due mozioni di sfiducia (quella del centrodestra e quella di Emma Bonino) di aver posto dei temi veri. Ma, per l'ennesima volta, l'ex premier ha poi fatto marcia indietro e ha spiegato che non voleva far cadere il governo. E così sono sfumate tutte le sue prese di posizione contro il giustizialismo grillino dei giorni scorsi e le minacce di andare avanti con la sfiducia nonostante tutto. C'è chi, come Carlo Calenda, è pronto a scommettere che l'improvviso dietrofront di Renzi sia dovuto a qualche posto da sottosegretario o da presidente di commissione. Ma qualche cambiamento nella compagine governativa sembra che venga ormai richiesto anche da vari esponenti del Partito Democratico tenuti a stento a freno dal segretario Zingaretti e dallo stesso premier Conte. Questo dei posti e degli equilibri della squadra di governo si annuncia il terreno di scontro delle prossime settimane. Già circolano ipotesi e scenari complicati. C'è da sperare che, fra una trattativa e l'altra, ci sia qualcuno che a Roma trovi anche il tempo per pensare a una strategia per affrontare nel lungo periodo la crisi economica dovuta alla pandemia. Le misure del decreto Rilancio stanno arrivando. In ritardo. Ma stanno arrivando. Però tutti sanno che non saranno sufficienti. Al nostro Paese servirà ben di più per superare la fase difficilissima che ci aspetta.