PATRIZIA GINEPRI
Che sarà mai. «In fondo ho dato solo due schiaffi alla vicepreside, non ho sferrato pugni o calci». A Lodi va in scena l'ennesima aggressione a un'insegnante da parte di una madre inferocita, ma più del gesto, se è possibile, è la sua arringa a lasciare basiti. L'Italia coatta, evidentemente, dà il meglio di sé nell'istituzione scolastica, dove può cimentarsi con insegnanti di mezza età e dimostrare al mondo come si risolvono i problemi. Probabilmente vorrebbe menare anche altri soggetti: il capoufficio che obbliga a rispettare l'orario di lavoro, il vigile che multa la sosta in doppia fila. L'Italia coatta però è vigliacca, preferisce i docenti. Che di solito non vengono col machete sotto casa. La madre di Lodi vuole giustizia, stufa di prepotenze. Più o meno le stesse motivazioni di Don Vito Corleone. La verità è che nel corso degli anni vi è stata una sorta di mutazione genetica nel rapporto tra famiglie e insegnanti, è venuto meno quel patto implicito che li vedeva alleati, se non complici, rispetto all’educazione-istruzione dei ragazzi. Frequentare la scuola segna il passaggio da uno spazio privato a uno spazio pubblico governato da regole, codici comunicativi e comportamentali. Una grande fatica che gli insegnanti incontrano è proprio quella di far comprendere agli allievi (e sempre più spesso anche ai genitori) questa differenza, per non cadere nell’anomia, nell’esaltazione del narcisismo. Tra ricorsi al Tar e ceffoni, qualcuno inizia a rimpiangere l'era pre-decreti delegati.
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