EDITORIALE
Nel 1982, l’anno del martirio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il giudice istruttore di Palermo Giovanni Falcone scrisse a quattro mani con il suo collega di Milano, Giuliano Turone, un saggio all’epoca rivoluzionario dal titolo «Tecniche di indagine in materia mafiosa». Il senso di quel testo, considerato tuttora e non solo in Italia una sorta di «bibbia» della lotta al grande crimine organizzato, è racchiuso nelle seguenti parole: «Segui i soldi, troverai la mafia». Ed è proprio questa la formula, passata poi alla storia come il «metodo Falcone», che doveva avere in mente Draghi quando, parlando nei giorni scorsi da Milano, ha affermato senza mezzi termini che «la mafia si espande al Nord». Draghi ha anche fatto l’elenco delle regioni «sotto attacco» (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige), dimenticandosene però una: la nostra. Con tutti i problemi di cui si deve occupare in questo momento il nostro premier, una omissione tutto sommato scusabile. Un po’ meno, nel caso chi si occupa o aspira a occuparsi della cosa pubblica sui nostri territori. Lo dico perché, in queste settimane di campagna elettorale a Parma, non mi è ancora capitato di leggere o di sentire da parte del nutrito stuolo di candidati a Sindaco il benché minimo accenno alla minaccia immanente esercitata anche a queste latitudini dal fenomeno mafioso. Eppure, appena tre settimane fa, la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine al maxi-processo «Aemilia». Vale a dire, al più grande processo mai celebrato nel Nord Italia contro la ‘ndrangheta. Che da semplice «presenza» si è lentamente trasformata in «infiltrazione» e poi in «radicamento». Come testimoniato dalle oltre 70 condanne definitive emesse dalla Suprema corte a carico di altrettanti imputati (fra cui anche imprenditori e professionisti) variamente riconducibili alle ‘ndrine calabresi e in particolare a quella dei Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone. Per i distratti o a corto di memoria, varrà la pena di ricordare che tutto ebbe inizio nel 2015 con una maxi retata che portò a 117 arresti fra le province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Modena, oltre che delle lombarde Mantova e Cremona. Da allora, gli indagati sono più che raddoppiati e sono stati necessari ben nove gradi di giudizio per arrivare alla definitiva e sotto tutti i punti di vista «storica» sentenza di cui si è appena detto. Per la procuratrice generale reggente di Bologna, Lucia Musti, la prova scolpita ora anche nel marmo che «L’Emilia-Romagna è un distretto di mafia».
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