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EDITORIALE

La questione salariale si risolve con le riforme

La questione salariale si risolve con le riforme

05 Giugno 2022, 12:44

In Italia salari e stipendi sono bassi. Lo sono sulla base dei confronti con gli altri paesi (7.000 euro di differenza in meno rispetto alla Germania), anche senza dover ricorrere al confronto con imprese superstar come Google dove lo stipendio medio è di 300.000 dollari all’anno.

Salari e stipendi sono bassi anche sulla base di un buonsenso verificato quotidianamente confrontandosi con il costo della vita. La politica si sta dimostrando “sensibile” rispetto al problema (senza dimenticare gli interessi elettorali), con la proposta di fissare un salario minimo.

Non bisogna dimenticare che i salari bassi sono parte integrante della nostra storia economica. L’Italia è diventato in ritardo uno stato unitario, questo ha comportato la mancanza di un mercato nazionale unico, frammentato in tanti localismi frenati dai dazi, che hanno bloccato l’aggancio dell’Italia alla prima fase della rivoluzione industriale di metà ‘800.

Il secondo dopoguerra ha poi aggravato il problema, anche se in buona fede da parte dei governi. L’emergenza politica è da sempre quello di dare un lavoro a tutti. E l’unico modo per conseguire questo obiettivo è stato quello di offrire salari e stipendi bassi.

Per assicurare l’equilibrio economico di un’impresa, il salario deve corrispondere alla produttività del lavoro impiegato. Con un salario basso viene garantita la sopravvivenza ad un maggior numero di imprese (anche quelle a bassa produttività), con conseguente aumento dell’occupazione.

Nella pubblica amministrazione poi questa politica è stata ancora più drastica. Fissato un certo livello di spesa pubblica totale, per aumentare gli occupati è bastato dividere la torta in fette più piccole, ovvero tanti commensali con bassi salari. Quelli poi che volevano arrotondare le proprie entrate comunque non avevano problemi, per il ridotto orario di lavoro e l’ampia diffusione del «nero».

Per il resto lo sviluppo correva impetuoso, trainato dalle esportazioni (competitive per il basso costo del lavoro), e da indubbie straordinarie capacità imprenditoriali (che in Italia per fortuna non sono mai mancate).

Questo modello di sviluppo, basato sui bassi salari, è entrato in crisi da almeno 25 anni. Per due motivi. Con l’aumento dei tassi d’interesse, la spesa pubblica è diventata insostenibile nel lungo termine perché si è tradotta in debito pubblico. Secondo, i bassi salari non hanno indotto le imprese a politiche di reinvestimento dei profitti in nuovi investimenti (con le solite eccezioni).

Bassi salari e pochi investimenti: una ricetta suicida.

Ed oggi questa modalità di sviluppo è destinata ad implodere. Per ragioni indipendenti dall’Italia. La globalizzazione ci ha aperto alla concorrenza internazionale dei paesi emergenti per le produzioni a basso valore aggiunto (ci sarà sempre un paese che paga salari più bassi dei nostri). Sulle frontiere avanzate della produzione non ci siamo (salvo le solite eccezioni), perché le nostre imprese (in media) non investono in innovazione da almeno 25 anni.

A questo si aggiungono i nostri problemi specifici, anzitutto demografici (troppi anziani, pochi giovani). E poi politiche sociali giustissime sul piano dei valori (tutelare le fasce più fragili), ma fortemente disincentivanti (il reddito di cittadinanza più il “nero” equivalgono dal punto di vista del reddito ad un lavoro in banca).

Non solo: del tutto nuova è la mobilità internazionale dei nostri giovani, che vanno dove lo stipendio è più elevato (e dove si acquisiscono competenze più elevate). E questo va dagli aspiranti cuochi, ai giovani nella finanza, agli ingegneri aerospaziali.

Per contro, sul fronte opposto, qualche milione di giovani che non lavorano e non studiano.

La parola chiave per avviare la ristrutturazione e rilancio del sistema Italia è sempre la stessa: riforme. Alcune - come la detassazione di profitti reinvestiti in azienda - sono già state effettuate, anche se gli effetti positivi si vedranno solo nel medio termine. Ci sono 25 anni di mancata innovazione da recuperare.

Altre riforme sono ferme. Si pensi alla scuola, nella sua ennesima versione, visto il fallimento di quelle precedenti. Di questa scuola (a parte le solite eccezioni), sostanzialmente inefficace nel qualificare gli studenti, le colpe non sono di nessuno, ma sono di tutti.

Ci vorrebbe una rivoluzione culturale. Siamo in ritardo perché il mondo questa rivoluzione l’ha già fatta.

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