EDITORIALE
Alla fine Boris Johnson ha dovuto mollare. Aveva vinto le elezioni tre anni fa, portando i Conservatori alla maggioranza più ampia in Parlamento mai registrata. Johnson si è dimesso da leader del partito, tentando di mantenere la guida del governo fino al congresso dei Conservatori previsto in autunno. Ma è improbabile, perché i Conservatori vogliono la sua sostituzione il più presto possibile, data la gravissima crisi economica che sta investendo il Regno Unito. Crescita ridotta (rispetto ai paesi omologhi concorrenti), rimbalzo dell’inflazione, sterlina in grave discesa, squilibrio nei conti con l’estero (per il crollo delle esportazioni verso l’Unione europea), una povertà molto più diffusa di quanto non riconoscano le statistiche ufficiali. Nei supermercati rubano il burro (di cui è raddoppiato di prezzo), segno evidente che le cose non stanno andando proprio bene.
Boris Johnson è stato sconfitto dal suo carattere. Laureato ad Oxford in letteratura, intellettuale sofisticato (molto bello il suo libro sull’Impero romano), estroverso, spregiudicato, playboy incontenibile, ha “esagerato” con la sua intraprendente esuberanza. Giornalista con citazioni inventate (per questo licenziato dal «Times»), autore di cronache fantasiose da Bruxelles, ricorrendo spesso a falsità vere e proprie, anche da leader politico si è distinto in questa sua attitudine, aggiudicandosi il premio di peggior primo ministro della storia britannica.
Johnson peraltro è stato buon sindaco di Londra, ha poi cavalcato la Brexit fin dalle origini, sulla cui scia aveva chiaramente individuato un’enorme opportunità per rilanciarsi come leader a livello nazionale. Ha sostituito la Teresa May, ritenuta incapace di completare la Brexit, vinto le elezioni proprio con il programma di chiudere definitivamente la Brexit. Cosa che peraltro non gli è riuscita perché è tutt’ora irrisolta la questione del confine tra Irlanda del Nord ed Irlanda che sta nell’Unione europea.
Lascia una Gran Bretagna indebolita dalla Brexit, in aggiunta alla pandemia del Covid (sottovalutata proprio da Boris Johnson, finito poi in rianimazione per il contagio) e alla guerra. Ha cercato di recuperare il ruolo internazionale del Regno Unito con il sostegno inglese all’Ucraina, ma tra enormi difficoltà a causa della inadeguatezza militare inglese. Questo sostegno non gli ha portato tuttavia molto credito in più, perché la Gran Bretagna è in conflitto con la Russia da almeno un paio di secoli.
Per un politico che prima delle elezioni aveva promesso al suo popolo che con la Brexit il futuro sarebbe stato di «latte e miele», la scoperta di una realtà ben diversa ha gelato tutte le aspettative. Come a dire: «Boris sei un ragazzo simpatico, ma qui i problemi sono troppo gravi, ed è bene che tu ti faccia da parte». Che è quello che è successo, con i Conservatori che hanno sempre fatto del pragmatismo senza ideologie la loro bandiera politica.
Boris Johnson è stato un leader divisivo, in un momento in cui l’unità di intenti è l’urgenza più necessaria.
È stato divisivo con se stesso, confondendo il suo protagonismo personale di strafottente arroganza, con gli interessi del suo paese.
È stato divisivo per il Regno Unito, concentrando tutta la sua azione politica esclusivamente sulla Brexit, che a suo tempo aveva diviso il paese con il 51% contro il 49, campagna contro città, anziani contro giovani.
Nel frattempo il Regno Unito scivolava verso nuovi e ben più seri problemi economici.
E i giornali inglesi prevedono tempi peggiori per il futuro.
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata