EDITORIALE
Diciamo che, potendo scegliere a quale edizione dei mondiali di calcio rinunciare, ci è andata nuovamente bene (quella precedente del 2018 in Russia, a sua volta «saltata» dagli Azzurri al pari di questa, ci avrebbe costretto a giocare alla corte dello zar che già si stava preparando a invadere l'Ucraina dopo avere fatto le prove generali in Cecenia e in Georgia). In ogni caso, la nazionale che il prossimo 18 dicembre alzerà la 22esima Coppa Rimet tornerà a casa con la certezza di avere vinto i Mondiali, se non della vergogna, sicuramente dell'ipocrisia.
Da più di un decennio, infatti, l'assegnazione al Qatar della massima rassegna calcistica del pianeta è oggetto di accuse e di inchieste una più clamorosa e infamante dell'altra. Almeno tre grandi giornali internazionali - l'americano «New York Times» e i britannici «The Sunday Times» e «The Guardian» - le hanno documentate senza mai ricevere una smentita degna di questo nome. Mentre è assodato che nel 2010 fu la Francia dell'allora presidente Sarkozy a «consigliare» alla Fifa (cioè al governo mondiale del calcio) di assegnare l'edizione 2022 del torneo non agli Usa (dati per strafavoriti fino all'ultimo), bensì al minuscolo emirato del Golfo. Sei mesi dopo, il Qatar si sarebbe rifatto l'aviazione militare al completo comprando caccia francesi per la bazzecola di 14,6 miliardi di dollari. Primo assaggio di una abbuffata pantagruelica proseguita anche con l'acquisto del Paris Saint Germain dei vari Messi, Mbappé e Neymar, i cui ingaggi mostruosi hanno affossato definitivamente l'idea stessa del calcio inteso come sport. Ma veniamo alle, per certi versi ancora più tristi e desolanti, cronache di questi giorni. Con quell'Infantino (sapete, il tizio pelato che sembrerebbe il sosia del fondatore di Amazon Jeff Bezos ma in realtà è il capo supremo della Fifa) che nella conferenza stampa di apertura si permette di tirare le orecchie - novello messia del «Politically correct» - all'Occidente intero ergendosi a fustigatore di «3.000 anni di malefatte di noi europei» per proclamarsi, lui sì, orgoglioso e fiero di sentirsi «gay, arabo, immigrato...» eccetera, eccetera. Una sceneggiata penosa, buttata lì per tentare di distogliere l'attenzione dall'avere portato i Mondiali in un posto dove, se sei omosessuale, rischi sette anni di galera e in cui i migranti (soprattutto indiani, pakistani, nepalesi, filippini, del Bangladesh e del Kenya) sono crepati in questi anni a migliaia per costruire stadi (prima del tutto inesistenti) in mezzo al deserto, con delle paghe da fame e senza la benché minima tutela di tipo giuridico e men che meno sindacale. Per non parlare della sharia ben nota alle donne dell'Emirato, alle quali fra le altre cose è vietato di lavorare o di viaggiare all'estero senza la preventiva autorizzazione di un tutore maschile. Ma cosa volete mai che sia per i satrapi del football mondiale e per il loro iper moraleggiante numero uno prossimo ormai al suo terzo mandato. Anni di sacrifici e di privazioni enormi, s'intende! Compreso l'essersi trasferito da un anno fra i dorati palazzi qatarioti per potere seguire più da vicino l'avanzamento dei lavori (ma evidentemente non delle morti a grappolo degli operai dei cantieri degli impianti giunte, secondo il «Guardian», alla cifra mostruosa di 6.500!). E tutto in cambio di una «pagnotta» davvero modesta: circa 16 milioni di dollari, fra stipendi e bonus vari, i soldi incassati fin qui dal nostro. Ad ogni buon conto, una autentica miseria se confrontata con i 220 miliardi sempre in dollari spesi finora dagli emiri per organizzare l'evento sportivo più costoso di sempre (Olimpiadi incluse). Qualcuno, dopo avere saggiato il «confort» dei container da 500 dollari a notte piazzati fra le dune e i cammelli per ospitare le tifoserie dei vari continenti, se ne è già tornato a casa. Anche perché lì ti puoi godere in santa pace una birretta (in Qatar severamente vietata e a rischio arresto) mentre guardi le partite in TV dal divano. Ma non è il caso di infierire. Anche perché, nonostante gli sforzi davvero ciclopici profusi da Infantino e soci per rovinarlo, di mezzo c'è sempre quello che è stato definito «lo sport più bello del mondo». Ed allora onore alla nazionale di calcio iraniana, protagonista di una pagina destinata a rimanere negli annali del calcio di ogni tempo. Quei ragazzi allineati seri e silenziosi prima dell'inizio del match con l'Inghilterra, il loro Mondiale lo hanno già vinto.
E alla grande! Rifiutandosi di cantare l'inno nazionale e in questo modo rifilando il più cocente degli schiaffi agli ayatollah che, da settimane ormai, stanno facendo massacrare il loro stesso popolo. Il popolo, appunto. E non più solo le donne, dal 1979 vittime principali dell'orrida dittatura khomeinista ma a sostegno e in difesa delle quali oggi sono anche gli uomini di ogni età e condizione sociale a manifestare e a immolarsi, purtroppo, a decine e decine ogni giorno. Mister Infantino e con lui il Sovrano del Qatar hanno ancora un modo per salvarsi la faccia e salvare nel contempo i Mondiali di calcio più assurdi della storia: dichiarare il proprio incondizionato appoggio alla eroica rivoluzione in atto in Iran. Naturalmente, nessuno dei due lo farà per ragioni diverse anche se fra loro assolutamente complementari. Ma lo possono fare, ad esempio, i calciatori delle altre nazionali inginocchiandosi in diretta mondovisione prima del fischio d'inizio per i martiri iraniani. E lo possiamo fare anche noi. Dicendo semplicemente «grazie» a quegli undici eroi in maglietta e calzoncini corti che, in silenzio e con un coraggio da leoni, ci hanno ricordato che anche lo sport è vita. E soprattutto libertà.
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