È probabile che la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che si conclude oggi al termine di una settimana di appuntamenti cruciali per il futuro dell’Europa sia stata pensata in origine dai tedeschi per cercare di riscattare l’onta del patto sciagurato (firmato sempre a Monaco nel settembre 1938 da Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) che diede sostanzialmente mano libera a Hitler accelerando così, invece di allontanarlo, lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Non a caso, fu proprio uno dei partecipanti al fallito attentato contro il Führer del 20 luglio 1944 a creare nel 1963, in piena Guerra Fredda, quello che è poi divenuto il più importante forum mondiale in materia di difesa e sicurezza. Ciò premesso, questa edizione della Conferenza potrebbe passare alla storia come il momento in cui - finalmente! - gli europei cominciarono ad aprire gli occhi sull’elefante che si sta aggirando in casa loro mettendola a soqquadro. E quell’elefante, inutile dirlo, si chiama Trump. Il massimo anche se non unico artefice - come spiegato nel documento preparatorio intitolato “Under destruction” (sotto distruzione) e aperto emblematicamente proprio dalla immagine di un pachiderma - di una politica “demolitrice”.
Pervasa da una sfiducia e da un disprezzo di fondo nei confronti delle istituzioni e delle regole democratiche. Percepite come ostacoli da rimuovere a colpi di bulldozer, pale da demolizione e motoseghe un po’ ovunque, inclusa quella Europa vissuta troppo a lungo e troppo comodamente facendo totale affidamento sulla “Pax Americana”. Il primo a prendere pubblicamente atto della fine di quest’ultima è stato, aprendo venerdì il summit, il cancelliere tedesco Merz: «Si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti». Seguito dal francese Macron, che ha gettato sul tavolo la possibilità di estendere l’ombrello atomico francese agli altri Paesi Ue. Quindi, dal britannico Starmer che, seppellendo la stagione della Brexit, ha ipotizzato la nascita di una «Nato europea» di cui anche la Gran Bretagna dovrebbe fare parte «dato che non c’è sicurezza britannica senza l’Europa e non c’è sicurezza europea senza la Gran Bretagna». L’unica a non farsi sentire almeno direttamente a Monaco è stata Giorgia Meloni, impegnata in Etiopia per un concomitante doppio appuntamento (il secondo vertice Italia-Africa e l’assemblea annuale dell’Unione africana della quale è stata l’ospite d’onore) sufficiente, di per sé, a smontare le voci di un pretesto escogitato per non ritrovarsi “schiacciata” fra troppi vasi di ferro (Trump da una parte e il trio Merz, Macro e Starmer dall’altra). È stata comunque la stessa Meloni a ribadire da Addis Abeba di essere pienamente favorevole alla nascita di una colonna europea della Nato, da non vedere però come alternativa strategica alla prosecuzione del rapporto fra Usa ed Europa senza il quale «non c’è più Occidente». Punzecchiature a parte circa il giudizio da dare sulla cultura “Maga” (tema che il nostro premier farebbe comunque bene a non sottovalutare viste le recenti novità nel panorama politico anche italiano), il «pacchetto di mischia» europeo formato da Germania, Francia e Italia più la Polonia e tutti i Paesi nordici appare più che mai compatto nell’indicare nella Russia la principale minaccia alla pace nel Vecchio Continente. Come pure nel volere continuare a fornire all’Ucraina tutto il sostegno necessario a resistere alla brutale aggressione di Mosca. Ieri, non appena salito sul palco della Conferenza, Zelensky è stato salutato da una standing ovation, bissata ancora più fragorosamente dopo che il presidente ucraino aveva ringraziato Usa ed Europa insieme al Segretario generale della Nato, Mark Rutte, per l’aiuto offerto al suo Paese e al suo popolo in guerra. Con buona pace degli uccelli del malaugurio sia di destra che di sinistra, come pure dei tanti geopolitici di ogni ordine e grado a detta dei quali l’Europa dovrebbe riuscire a fare in quattro e quattr’otto ciò che (sbagliando!) ha rinunciato a fare per 80 anni, l’impressione è dunque che la tre giorni bavarese sia servita a compiere un ulteriore passo in avanti. Se non altro per quanto riguarda la consapevolezza dei principali leader continentali, al di là delle diverse sfumature tattiche di ognuno, di non potere più assistere da spettatori alla radicale distruzione dell’ordine globale, sostituito da un altro in cui i forti fanno ciò che vogliono e ai deboli è dato solo di soffrire. Lo spartiacque - in tedesco “Zeitenwende” - di questo passaggio è stata proprio la tragedia ucraina (fra poco più di una settimana ricorre il quarto anniversario dell’inizio della invasione) che, oltre a causare sofferenze enormi agli aggrediti, ha agito da moltiplicatore di altre guerre e di altre crisi nel mondo. Sarà anche questo un caso. Ma, complici anche i sondaggi interni che per la prima volta danno Trump al di sotto della popolarità del suo predecessore Biden, ieri a Monaco il segretario di Stato Usa Rubio ha sfoderato argomenti e toni - «Tra Stati Uniti ed Europa il legame è indistruttibile» e «Abbiamo fatto errori ma li abbiamo fatti insieme» - diametralmente opposti a quelli «demolitori» usati un anno fa parlando dallo stesso palco dal vice di Trump, Vance. È ovviamente troppo presto per concludere che il dialogo fra le due sponde dell’Atlantico sia effettivamente ripartito e non debba subire altre brusche frenate come ci ha abituati a fare «quel mentitore patologico di Trump» (parole l’altra sera da Vespa della nipote Mary L.). Ma la tanto bistrattata e data per spacciata Europa sta cominciando a rialzare sia pure faticosamente la testa sullo stesso fronte - quello della difesa e della sicurezza comuni - che proprio a Monaco la vide capitolare rovinosamente. Brutte notizie per Putin e per le sue tante quinte colonne sparse, ormai, ovunque. Ma un motivo di rinnovata fiducia e speranza per quanti, in Europa e non solo, non ci tengono a finire stritolati come sassi da un nuovo super club di demolitori senza onore e senza scrupoli.