×
×
☰ MENU

editoriale

E ora lasciamo in pace quel bimbo e la sua famiglia

E ora lasciamo in pace quel bimbo e la sua famiglia

di Pino Agnetti

22 Febbraio 2026, 10:55

Vado subito al punto. Con rispetto e senza l’arroganza tipica dei detentori della verità assoluta, ma ci vado. Per dire che è arrivato il momento di lasciare finalmente in pace quel bimbo di Napoli insieme alla sua famiglia. D’accordo, lui - Domenico - non può vedere né sentire nulla dato che sono ormai due mesi che vive in coma farmacologico. E poi cosa mai potrebbe capire un fanciullo di appena due anni del trambusto scoppiato intorno a lui dopo il tentativo di impiantargli un cuore nuovo finito come sappiamo? Gli opinionisti del dolore, categoria a cui mi onoro di non appartenere, sono già lì che scalpitano e fanno la fila in attesa di potersi esibire in qualche combattuto talk-show sull’eutanasia e sul fine vita. A me personalmente, è già bastato ascoltare la mamma del piccolo Domenico dire «Ho perso ogni speranza, ora potete lasciarlo andare». Che è già come avere partecipato a un corso accelerato di bioetica. Un recente intervento su questo giornale del dottor Vittorio Franciosi, presidente del centro di bioetica «Luigi Migone» di Parma, mi ha fatto riflettere su come normalmente venga affrontato e trattato il tema della sofferenza delle persone.

Riferendosi in quel caso al suicidio medicalmente assistito, Franciosi metteva molto bene in luce la sostanziale inadeguatezza di tutti gli approcci normativi (leggi, Ddl, Dl, sentenze di Tribunali e della stessa Corte costituzionale) fin qui tentati o ipotizzati in chiave sia favorevole che contraria. Concludendo che è illusorio pensare che una legge possa fare chiarezza su materie così complesse e sfaccettate e che è la pietà umana il vero metro - ovviamente non l’unico, ma certamente quello più importante e decisivo - che alla fine può e deve indirizzarci. Quella pietà che trasuda dalle parole senza più lacrime della signora Patrizia, la mamma del suo e (come tutti i bambini del mondo) anche «nostro» Domenico. E che ci ammonisce a non lasciarci ancora una volta travolgere da un dibattito in cui la cosa più preziosa di cui disponiamo - la nostra stessa vita - diventa un feticcio partitico da agitare opportunisticamente di qua e di là a seconda delle convenienze e degli interessi di bottega. Dovere della politica, ma anche delle categorie professionali variamente coinvolte, dovrebbe essere semmai di investire per dotare la società di un personale adeguatamente formato dal punto di vista sia tecnico che culturale, mettendolo anche nelle condizioni di potere dare sempre il meglio di sé. Cosa, s’intende, sempre necessaria e auspicabile in qualsiasi campo. Che però diventa assolutamente prioritaria nel caso di chi, per professione, deve occuparsi della nostra salute e di quella dei nostri cari. Basta rivedere i passaggi, uno più incredibile e disastroso dell’altro, che hanno trasformato la già dolorosa vicenda del piccolo Domenico e dei suoi genitori in un calvario senza più vie d’uscita, per rendersi conto che siamo di fronte a qualcosa che va al di là del semplice (e come tale mai del tutto evitabile) errore umano. Essendo ormai i dettagli ampiamente noti, mi limiterò a riassumere i principali. L’equipe dell’ospedale Monaldi di Napoli incaricata di andare a prelevare a Bolzano il cuore da trapiantare su Domenico che parte con un contenitore superato invece che con uno dei ben tre (3!) moderni dispositivi ipotermici di cui dispone l’ospedale partenopeo («Non sapevano che ci fossero e comunque non siamo stati formati per usarli», diranno in seguito gli operatori che secondo la direzione erano stati invitati per e-mail a un corso di addestramento senza però mai rispondere). La presa in consegna a Bolzano dell’organo che viene messo in tre sacchetti e poi nel secchiello per il trasporto, ma poiché il ghiaccio non è sufficiente su richiesta dell’equipe napoletana quella altoatesina ne aggiunge dell’altro, che però si rivelerà essere anidride carbonica (cioè «ghiaccio secco» con cui la temperatura scende a -79°C quando la temperatura ideale per preservare un cuore destinato al trapianto è compresa fra i 4°C e gli 8°C!). Il ritorno al Monaldi della squadra che entra in sala operatoria con il contenitore che non viene aperto subito per controllare lo stato dell’organo, ma solo dopo che il chirurgo ha già effettuato la cardiectomia (l’espianto) sul piccolo Domenico. La «scoperta» che il cuore giunto da Bolzano è ormai un blocco di ghiaccio (per estrarlo dal contenitore ci vorranno 20 minuti più altro tempo per staccarlo dai sacchetti in cui era stato avvolto), seguita dalla decisione del chirurgo di procedere ugualmente all’impianto. Il resto è solo disperazione, accompagnata da una verità che non vuole saperne di saltare fuori per intera (l’intervento risale al 23 dicembre 2025 e per settimane si andrà avanti dicendo che è fallito senza precisare che intanto a Domenico era stato tolto il suo cuoricino malato sostituito con un organo irrimediabilmente «bruciato» dal freddo). C’è, in tutta questa orripilante quanto inescusabile sequenza, un odore fortissimo di burocrazia, di montagne di carte, circolari e protocolli che però, all’unica prova che davvero conti (quella «del campo»), se ne volano via lasciandosi dietro solo una inutile manciata di coriandoli. C’è l’ombra di una gerarchia che non sa o vuole farsi rispettare e magari, quando decide di farlo, manco si sogna di ascoltare il parere dei propri collaboratori (possibile che in quella sala operatoria piena di cardiochirurghi, perfusionisti, anestesisti, infermieri e tecnici nessuno abbia pensato e detto «Prima di procedere con l’espianto vediamo le condizioni del cuore nuovo»?). Così come non fa certo un bell’effetto sentire parlare di «deficit comunicativo e procedurale» per una vicenda di una simile gravità. Né aiuta granché a cambiare di umore apprendere, come da giorni sta accadendo a ritmi battenti e a reti unificate, che «l’Italia è all’avanguardia per i trapianti di cuore». Nessuno lo metteva o lo mette in dubbio. Ma sai l’effetto che il tanto solerte annuncio avrà procurato alla signora Patrizia e a suo marito. Così, mentre di ora in ora le condizioni di Domenico peggiorano e sono già iniziate le terapie volte non alla guarigione ma ad alleviargli le sofferenze, accompagniamolo anche noi in silenzio. Rispettando un protocollo che non troveremo scritto in nessuna legge o codice deontologico, in nessuna dichiarazione scientifica o di partito, ma solo andandolo a cercare in fondo al nostro cuore. È un protocollo nemmeno troppo lungo, essendo fatto di una parola sola: pietà.

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI