BOLOGNA
Tre giorni da assaporare piano, perché a essere slow non è solo il food. Slow Wine ha chiuso martedì la tre giorni bolognese celebrando le vigne di un paese capace di sorprendere in ogni borgo e a ogni latitudine. Tre giorni intensi, con Sana a fare da corollario per il food e diversi momenti di incontro ad ampio respiro, come quello con il cardinale Matteo Zuppi («Buono, pulito e giusto è l’unico modo per avere futuro», ha detto l’arcivescovo di Bologna in dialogo con Carlo Petrini). Il vino dunque come responsabilità sociale con il richiamo a passare da una logica di competitività a una di condivisione e cooperazione.
Il momento resta difficile tra dazi, mozioni salutiste e cambiamenti climatici. Come ha riassunto Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, «la crisi climatica che stiamo vivendo non può più essere affrontata separando la qualità del vino dalla salute dei territori e delle comunità che li abitano. Le esperienze che ci stanno raccontando i produttori presenti alla Slow Wine Fair dimostrano che il futuro del vino passa prima di tutto dalla cura del suolo e della terra e dalla giustizia sociale».
Ma nonostante il contesto nei padiglioni di Slow Wine l'atmosfera che si respira nel passaggio tra consumatori (la domenica) e operatori (lunedì) è di un rinnovato interesse per le cantine. Affiorano storie e bottiglie che meritano essere ricordate, soprattutto quando ci si imbatte in piccolissimi produttori che si farebbe altrimenti fatica a intercettare. Perché se di tanto in tanto il nome della cantina è altisonante (Maculan, Girlan, Kutatsch, Fontodi...) la stragrande maggioranza delle cantine rappresenta realtà piccole o piccolissime.
Prendete l'Azienda Agricola Cosimo Murace, piccolissima realtà calabrese che in pochi ettari riscopre vitigni autoctoni che esprimono vini tipici del territorio, dal rosso Cosmì certificato Bivongi Doc al bianco Valle della Saetta Calabria Igt (Ansonica, Guardavalle e Malvasia Bianca).
Più vicina a noi, l'azienda Podere dell'Angelo esprime (dal 1923) il potenziale di un territorio che solitamente associamo ad altri ambiti rispetto all'enologia: il Riminese. Sulle prime colline a pochi chilometri dal mare etichette estive e felliniane ci restituiscono una Rebola da Grechetto gentile (Giulietta) in purezza fresca e sapida, oppure un Sangiovese di mare (Fulgor) adatto anche al pesce e - salendo decisamente di tono - Luis, un sangiovese di selezione parcellare pieno, elegante e longevo.
Riserva sempre sorprese la Basilicata: Musto Carmelitano (siamo a nord, vicino a Venosa) declina con rigore familiare un Aglianico biologico che convince fin dalla base per poi esplodere nel Pian del Moro con note di lampone, gelso, lavanda, liquirizia, spezie dolci.
Ampia l'offerta piemontese: da non perdere la Barbera d'Asti Bogliona di Scarpa (meglio se con qualche anno alle spalle), i sontuosi Barbaresco riserva di Bera o l'aromatica longevità della Nascetta (vitigno a bacca bianca storico da poco riscoperto) della Tribuleira.
Ancora a due passi da noi, in quel pezzo di Toscana che sa di Liguria: la cantina Boriassi ha un secolo di vita e più di 30 anni di storia in biologico. Esplora tutte le sfumature del Vermentino, con Mezzaluna, Linaro e un più audace (fin dall'etichetta) Giùcan.
E se il vino non basta, tra spirits e amari ecco spuntare la coraggiosa Ross on Wye Cider & Perry che dalla contea inglese dell'Herefordshire propone sidro di alta qualità e grande beva. Provare per credere il Raison d'Être 2019 wild ferment old cask, con impressionanti note affumicate. Questa sì che è una sorpresa!
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