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Il ricercatore parmigiano

Franco Lori: «Le risposte al vaiolo delle scimmie? Ricerca, ricerca, ricerca»

Franco Lori: «Le risposte al vaiolo delle scimmie? Ricerca, ricerca, ricerca»

di Franco Lori

07 Agosto 2022,03:01

Agosto 2022. Ancora non ci stiamo liberando del Sars CoV-2 e in queste ore la Casa Bianca ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria a causa della diffusione sempre più rapida del cosiddetto vaiolo delle scimmie (da meno di 5.000 a quasi 7.000 casi in un sola settimana). Questa misura segue a ruota quelle analoghe prese nei giorni scorsi dai principali stati Usa e fa eco alla dichiarazione della Organizzazione mondiale della sanità che la settimana scorsa ha incluso il vaiolo delle scimmie (noto universalmente come Monkeypox -MPX-) nella lista delle emergenze sanitarie globali, aggiungendosi alle altre due emergenze sanitarie globali infettive già esistenti, quelle da coronavirus e poliomielite.

Il vaiolo delle scimmie si colloca nell’ordine dopo la pandemia da Sars-CoV-2 e la guerra in Ucraina. Cosa sta succedendo? La maledizione delle dieci piaghe d’Egitto si ripete nella storia? Forse. È interessante notare come la sesta fra queste maledizioni parlasse di ulcere su animali e umani. Le pustole del vaiolo lasciano infatti ulcerazioni essiccate che possono rimanere per tutta la vita. Ed è proprio dall’Egitto che provengono le prime testimonianze di infezioni da vaiolo sulla pelle delle mummie, inclusa quella di Ramsete V. Interessanti analogie, ma coma fa la storia ad aiutarci a prevenire un'altra pandemia? Vi sono cronache che riportano che già 400 anni prima di Cristo si chiedeva ai sopravvissuti dall’infezione di prestare aiuto a chi aveva l’infezione in corso, già si intuiva che per qualche motivo chi era stato infettato aveva un rischio nettamente inferiore di essere di nuovo contagiato. Bisogna anche ricordare che la inoculazione contro il vaiolo è esistita da secoli. Consisteva nel prelevare un po’ di siero dalla pustola di una persona infetta ed inocularla sotto la cute di una persona non infetta. Se non ci si ammalava si creava una protezione contro l’infezione e, complessivamente, i gruppi di persone inoculate morivano significativamente meno di quelle non vaccinate. Ben se ne accorse il generale Washington, che nel 1766 non riuscì a conquistare il Québec perché le sue truppe furono decimate dal vaiolo, mentre gli avversari Britannici erano stati inoculati e protetti. E ben se ne accorsero gli Aztechi e gli Incas, privi di qualsiasi immunità contro il vaiolo che non esisteva nel Nuovo Mondo, e che furono spazzati via più a causa del fuoco delle febbri da vaiolo che dal fuoco dei fucili spagnoli. La pratica della inoculazione era stata importata dall’Oriente all’inizio del 1700, anche se non si sa bene dove sia nata originariamente. Parecchie cronache riferiscono della pratica corrente di inoculazione praticata ad Istanbul a quel tempo, e ben presto tale pratica si diffuse in Europa, prima sperimentata su prigionieri e poi diffusa fino alle alte corti di Europa. Maria Teresa d’Austria fu fra le altezze reali inoculate. E così nel 1757 fu inoculato uno sconosciuto ragazzino di 8 anni a Gloucester, in Inghilterra. Sviluppò modesti sintomi e fu protetto per il resto della sua vita. Il suo nome era Edward Jenner. La pratica di inoculazione prevedeva dei rischi, perché utilizzava lo stesso virus del vaiolo, nella sua forma interamente infettante. È come se oggi, per vaccinarsi contro il Sars-CoV-2, utilizzassimo direttamente l’espettorato di una persona ammalata di Covid-19. Impensabile. La svolta è avvenuta soprattutto grazie al lavoro di Edward Jenner, che ha segnato un cambiamento importante nella storia del vaiolo e di tutta la medicina in generale. Si era sparsa la voce che gli allevatori di bovini e i mungitori avessero un rischio inferiore di infettarsi di vaiolo. Una delle interpretazioni era che questi s’infettassero frequentemente con il corrispondente vaiolo bovino che non recava danni al viso ma nel contempo forse proteggeva dalla infezione da vaiolo umano. Per provare l’ipotesi Jenner prelevò il siero dalla pustola delle mani di un mungitore che si era infettato con il vaiolo bovino e lo iniettò sotto la cute di un bambino di 8 anni, che sviluppò leggeri sintomi, perse l’appetito ma poi migliorò e guarì. Un paio di mesi dopo Jenner iniettò ancora il virus del vaiolo nello stesso bambino, ma stavolta quello umano. Il bambino non sviluppò alcun sintomo e Jenner concluse che il bambino era stato protetto. E poiché la protezione era stata indotta da un virus «vaccino» (cioè della vacca) si iniziò a parlare di vaccinazione, termine ancor oggi usato invece dell’originale inoculazione. Pur non essendo stato il primo ad intuire il concetto e a praticarlo (alcuni attribuiscono questo primato a Benjamin Jesty), Jenner fu senza dubbio lo scienziato che con più tenacia sostenne l’idea e la divulgò con più forza e, come disse il controverso e cinico padre della eugenetica Francis Galton «in scienza spesso il credito va allo scienziato che ha saputo convincere il mondo, non a quello che ha fatto per primo la scoperta». Ma torniamo ai giorni nostri e al vaiolo delle scimmie, essendo partiti dal decalogo della maledizioni e piaghe d’Egitto, per stilare un decalogo di fatti di attualità: 1) MPX è una variante di un virus endemico (cioè stabilmente presente) nell’Africa centrale e occidentale; 2) la variante che si sta diffondendo in Europa e in USA privilegia l’infezione della bocca e dei genitali; 3) si sta diffondendo principalmente tra la popolazione gay, ma 4) è in grado di infettare chiunque, indipendentemente dalla attività o preferenza sessuale; 5) pur essendo meno devastante del suo antenato del vaiolo umano, può tuttavia essere ugualmente disfigurante e mortale (i primi decessi sono stati registrati in questi giorni); 6) non esiste un farmaco specifico contro MPX anche se si sta studiando la possibilità di utilizzare il tecovirimat, un antivirale originariamente approvato per eventuale uso contro il vaiolo umano in caso di guerra batteriologica; 7) il vaccino Jynneos, anch’esso preparato contro il vaiolo umano è approvato anche per prevenire l’infezione da vaiolo delle scimmie; 8) le persone adulte originariamente vaccinate contro il vaiolo umano potrebbero essere a minor rischio di infezione, anche se nessuno può affermare con certezza che siano protette; 9) i sintomi includono febbre, mal di testa anche severo, dolori muscolari, debolezza, ingrossamento dei linfonodi e lesioni alla pelle che possono ricordare quelle della varicella; 10) bisogna essere vigili e rimanere all’erta contro questa nuova minaccia. Le tre risposte a questa nuova infezione sono sempre le stesse che hanno funzionato in passato contro altre infezioni e contro ogni altra malattia: ricerca, ricerca e ricerca. Sarebbe un bella novità smentire, almeno per una volta, le amare parole di Margherita Hack: «Nel nostro  Paese  quando si deve tagliare, si tagliano la  cultura e la ricerca, ritenute evidentemente un inutile lusso».

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