RICORDO
Il gusto dell’acrobazia non lo abbandonò mai, nemmeno nel letto dei suoi ultimi giorni. «Sono in trattativa con Caronte» commentava lì steso a chi andava a trovarlo: un looping e un tonneau da immobile, in un sorriso e cinque parole. Se proprio doveva andarsene, farlo almeno come diceva lui... Facile immaginare questa confidenza con il traghettatore, per le volte in cui si era affacciato all’estrema soglia a terra, tra le nuvole, tra le onde o negli abissi. Destino ha voluto che Guidobaldo Dalla Rosa Prati si spegnesse 99enne nel palazzo di strada al Duomo le cui pietre sono intrise del dna di famiglia. Per puro caso nel 1926 era nato a Roma e non all'ombra del Battistero. Ma il 14 gennaio: «annunciato» da Sant'Ilario patrono di Parma («la mè citè» diceva). Viene da ricordarlo oggi: più che commemorarne la morte, avvenuta l’11 febbraio 2025, è da celebrarne la vita nel centesimo compleanno. Del resto, tanto intensa fu la sua esistenza da far pensare che, quasi per inerzia, il cammino sarebbe proceduto oltre il congedo dal mondo. E non solo per la moglie Zaira, i figli Guido, Lodovico, Maria Francesca e Vittorio e i dieci nipoti ai quali ha trasmesso valori e passioni.
Sarebbero continuati il cammino e il volo, e non uno qualsiasi. Lo sghembo su e giù del solista a bassa quota, con l’aereo che sbanda e s’intraversa, è come se fosse lui a eseguirlo anche oggi, perché fu lui a ispirarlo alle Frecce tricolori che gliene chiesero il segreto a una cena. «Giù il pedale sinistro, una bella tirata della cloche, giù il pedale destro, con la cloche spinta in avanti, a simulare il guasto». Da brividi solo a dirlo. A suggerirlo a Guidobaldo fu il vento che infuriava mentre era ai comando di un Rallye Morane a elica. «Ti va in stallo prima un’ala, poi l’altra - spiegava -. Si va contro le regole di pilotaggio, si sfidano le leggi di gravità e aerodinamica». Quello che ora, nel repertorio della Pattuglia acrobatica, è il «volo folle» nacque come «al marchéz imbariägh». Ed ebbro si finse lui, proponendolo la prima volta in una delle sue duecento esibizioni, ad Alessandria, negli anni ‘70. D’accordo con gli organizzatori, indossata una parrucca rossa, «rubò» un apparecchio (il proprio) a bordo pista, zigzagò sul prato e rullò inseguito da due poliziotti, per improvvisare un decollo tanto strampalato da sembrare un atterraggio. L’acrobazia ad alta gradazione fu resa ancora più credibile dal passaggio in cui il nostro pilotava senza mani, spuntando dal tettuccio aperto con una bottiglia alle labbra, per poi atterrare con l’elica in croce ferma, di fronte a un pubblico atterrito e divertito. Ancora si godeva gli applausi, quando gli agenti, pistola in pugno, gli intimarono di uscire dall'abitacolo. Convincerli che fosse stata una messinscena fu l'ultima acrobazia della giornata.
Il battesimo dell'aria, lo ricevette tredicenne, prima della guerra. Altri poi avrebbero volato sulla sua testa: a un bombardamento scampò rifugiandosi in un vespasiano in Ghiaia. La morte lo sfiorò più volte anche da terra. Suoi compagni di classe erano Giacomo Ulivi (vicino di banco), il conte Cantelli e il marchese Ricci. «Tutti passati per le armi dai nazifascisti» ricordava. Torturato per un mese dalle Sd a palazzo Rolli (qualcuno insinuò che lui e il padre avevano aiutato i partigiani), fu obbligato ad arruolarsi nella Guardia nazionale repubblicana. Forte della divisa, si presentò al carcere di San Francesco con un amico partigiano. «In tedesco, lui disse che dovevamo prelevare Lodovico Dalla Rosa Prati per un interrogatorio. Per farmi credere, assestai a mio padre due colpi con il calcio del fucile. Così lo liberammo».
Al marchéz imbariägh, che ubriaco non era ma marchese sì, pur se incurante dei blasoni. «Papà era un agricoltore e la mamma casalinga - tagliava corto -. Non era gente mondana, come non lo sono io: sto molto meglio tra gli amici al campo d'aviazione». Immediato, più espansivo di quanto dicesse d'essere, era sé stesso con chiunque. Nobile ben al di là dei titoli.
Il marchese azzurro, innamorato di cielo e mare («Tra i due non saprei scegliere» ammetteva), della subacquea era stato un pioniere, rischiando di morire (anche) per l'ebbrezza da ossigeno puro respirato in profondità. Poi sarebbe stato lui pescato dal pesce, sarebbe stato bloccato sott'acqua da mille imprevisti fino al limite della bombola o dell'apnea. All'isola di Cavallo (da lui «scoperta» nel 1947 e dove gli è stata intitolata una piazzetta) l'amico Vittorio Emanuele di Savoia lo salvò dalla trappola di un cunicolo sommerso tirandolo per le pinne.
Guidobaldo discendeva da un Dalla Rosa tornato da una crociata con un pezzo della croce di Cristo, donata poi ai prelati di Collecchio (da qui il nome della sagra settembrina). Suo antenato ottocentesco fu anche Guido, ricercatore, scopritore delle acque termali di Salsomaggiore, al quale è dedicato il museo archeologico di Trapani. Guidobaldo - scovatore di relitti sommersi, archeologo subacqueo inventore di attrezzi per scavare nel passato marino - ne incarnò lo spirito: pronto a sfidare le regole del pilotaggio e le leggi della gravità e a oltrepassare i limiti. Sfrenato era il suo amore per la libertà, così come la curiosità e il desiderio di superarsi ogni giorno. Vivere così può dilapidare patrimoni, ma lui, medico, seppe alternare avventure e spedizioni al gran lavoro nell'ambulatorio fisioterapico diretto sotto casa. L'antesignano del centro alla Crocetta.
Avvincente e impegnativo condividere la sua rotta: ci voleva una donna come Zaira, in grado di affrontare con lui il vuoto del cielo (a sua volta imparò a pilotare), gli abissi, le pareti delle Dolomiti e le bonacce e i sobbalzi della quotidianità. Convolati a nozze il 4 agosto del 1959, convolarono anche in luna di miele a Roma su un aeroplanino di tela.
Ancora più impegnativo dev'essere stato per l'angelo custode. Provvisto di ali, per allungare la vita al custodito dovette cimentarsi in scalate, immersioni, motociclismo... Tenere gli occhi aperti anche quando il protetto era terrestre. Capitò presto, con Guidobaldo ragazzo: mentre impugnava per la canna il fucile preso dall’armeria del padre per uccidere una vipera (facendosi passare i pallini tra braccio e torace) o mentre si ribaltava tre volte con il trattore cingolato arando i campi di famiglia. Prime della lunga serie di morti scampate nella biografia di Dalla Rosa Prati, che all’angelo custode dedicò gli affettuosi disegni nei suoi libri di memorie: «Avventure vissute in cielo, in terra, sopra e sotto i mari» (Pps) e «Il piacere dell’avventura» (Mup). Volumi scritti in tarda età, ma con lui ancora intento a collezionare nuovi capitoli. Come quando, ottantenne, sceso dal windsurf alle Maldive, calpestò un pesce pietra. «Sopravvissi perché ero vicino a riva e strinsi così forte con le mani da fermare il veleno» raccontò.
Con i voli acrobatici chiuse quasi dopo aver smesso di camminare. Ma continuò sulla sedia a rotelle, nel sole del balcone affacciato su piazza Duomo: gli bastava chiudere gli occhi, per decollare, come scrisse in una memorabile lettera alla Gazzetta nel 2021. Al termine della trattativa, avrà ottenuto dal traghettatore il privilegio di scegliere il mezzo per l'ultimo viaggio. Salendo con lui sull'aereo, Caronte avrà esclamato: «A te la cloche, Guidobaldo: fammi divertire».
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