STRAJÈ
Strajè, lo è stata fino a che la sua Parma non l'ha trovata in mezzo all'oceano. Inquieta, onnivora Gianna Guerra, vulcano di energia, da nove anni di casa (ma non di «case»: pur avendone sei, non permette che siano loro ad abitare la sua vita) su un'isola vulcanica. Strajè già da ragazza, quattro decadi or sono: tra creste blu, borchie punk, musica british e amici che volevano cambiare il mondo (qualcuno, come il compianto Kampah, a modo suo l'avrebbe pure fatto). Se non proprio cambiarlo, almeno resistergli: non a caso gli incontri erano ai piedi del Partigiano. Guerra di cognome, Gianna era al fronte anche con la quotidianità.
Che significava innanzitutto uno strascico di rabbia e dolore impotente per l'amata sorellina nata con la sindrome di Down e portata via troppo presto dalla leucemia. Mettere chilometri tra sé e i ricordi era necessario per lei: cominciò a 16 anni. Londra, Amsterdam. Chiamò casa dopo venti giorni. I suoi non ne avevano denunciato la scomparsa: le misure, gliele avevano già prese... La madre le disse che il babbo era malato. «Una bugia per farmi tornare. Me l'avrebbero pagata» sorride Gianna. Presto, sarebbe stata via tre mesi, ospite di un'amica di penna di Ankara. «L'avevo conosciuta telefonando una notte a un numero a caso. Fu come giocare alla lotteria: neanche sapevo che il prefisso fosse turco».
I genitori disapprovarono. «Ma impedirmi di partire sarebbe stato un invito ad andare ancora più lontano». I soldi, li aveva: da tempo era cameraman per Teleducato. Ai suoi non rimase che aspettarla, in via Baganza, dove la figlia ribelle era cresciuta in una nostrana via Pal nel greto del torrente. La madre, Bruna Rossi, veniva da una famiglia di borgo Retto; il padre Guerrino «era uno dei capanò impegnato nei traslochi con il carretto ora esposto nella mostra dedicata proprio a quel meraviglioso mondo di “migliori tra i peggiori”». Nato nel 1929 in via Bixio, a sette anni nei cinema vendeva sigarette (lui, scugnizzo dell'Oltretorrente, già le fumava). Le scarpe, non gliele potevano comprare: così, se le inventava, tingendosi i piedi di nero. «Quelli come lui erano chiamati proprio “piedi neri”». Uomo fatto, al rientro dalla Svizzera, dove aveva lavorato come barbiere, si sarebbe tinto le mani di rosso sangue, per come gli si erano piagate a spalare sabbia dal Po. «Gli altri, che fino a poco prima avevano preso in giro il nuovo venuto, alla fine impugnarono pure il suo badile. Era lo spirito di Parma. Con quello sono cresciuta, sentendone poi la mancanza». Poche regole: «Primo rispetta; secondo non giudicare».
Gianna parla come se avesse a sua volta calzato quelle scarpe di (sola) vernice: la povertà è stata una lezione anche per lei. Quella che insegna a dare valore alle cose e anche a distaccarsene, ricordando che le più preziose rimangono senza prezzo. «Iscritta a Psicologia a Padova, lasciai - racconta -. Mancavano le possibilità». Una boccata d'ossigeno venne con la liquidazione di un'assicurazione per un incidente in scooter. Le dritte giuste, e la cifra crebbe investita in Borsa. Con quei soldi, la ventenne comprò un monolocale. Forte della piccola rendita dell'affitto, con il fidanzato partì per l'Indonesia e Melbourne, per reinventarsi insegnante di italiano. Sei mesi, e le annunciarono che Guerrino stava male. Stavolta era vero. Incinta del primo figlio, Gianna tornò, e fu accanto al padre nel suo tramonto.
Ora doveva pensare anche al piccolo Luca Yuri. E un paio d'anni dopo pure a Nikita. «Il ruolo materno mi tenne in carreggiata. Ma fu un periodo duro» racconta. Che la vita fosse anche dolore e sacrificio l'aveva scoperto presto: quelli furono gli anni del ripasso. Il futuro marito, lo conobbe un po' di tempo dopo. Titolare di Promolinea, Carlo Carra l'assunse senza nemmeno vederla, conquistato dalla sua calligrafia «estrosa». Non fu deluso: Gianna da centralinista, presto diventò «pilastro» dell'agenzia («venderebbe ghiaccio agli eschimesi» assicura lui), oltre che sua moglie. Lei stupì se stessa. «Presi fiducia nei miei mezzi. Avevo scoperto di non essere solo una casinista» sorride.
Conclusa insieme quell'esperienza di nove anni, insieme aprirono il Caffè letterario di viale Fratti, nel 2008. «Un'esplosione di gioia. Conobbi persone eccezionali: scrittori, musicisti, intellettuali». Sarebbe valsa la pena di dormire 4 ore per notte per altri 4 anni. Alla fine, però, la crisi obbligò a fare i conti non solo con il sonno perduto. Ma ciò che le era stato sottratto nella sua vecchia città, a Gianna sarebbe stato restituito con gli interessi nella «nuova Parma». Fu Carlo a scegliere le Canarie, nel 2013, ruotando il compasso sull'atlante in cerca di un luogo che consentisse rientri veloci. Lei, metropolitana da sempre, era perplessa. Si ricredette presto. Quella ripartenza era stato davvero un arrivo. «Per la prima volta in vita mia ero profondamente felice» racconta. Lontano dall'isola dei vacanzieri (e degli italiani che non sempre danno bella prova di sé all'estero), si immerse nello studio del castigliano.
Incontrò lo spirito della gente. «I canari vivono gli stranieri come invasori, ma se ti sai mettere in sintonia tra loro ritrovi la genuina ricchezza umana dei nostri vecchi. È un bellissimo melting pot. E poi lì nessuno è strano, perché lo sono tutti». La crisi che mordeva il mondo anche laggiù aveva fatto crollare i prezzi delle case. Oltre a quella che sarebbe stata la propria, Gianna ne comprò altre. «Le acquistavo dalle banche che volevano disfarsene, le risistemavo e le rivendevo. Ora ne ho tenute sei da affittare a turisti che spesso diventano amici. Tra loro ci sono scrittori che vengono a finire i loro libri» racconta.
Intanto, Tenerife l'ha conquistata sempre più con le sue strade, le curve sull'oceano, da percorrere in sella all'Harley Iron portata da Parma. Un giorno, annoiata dalla bassa velocità, diede gas e superò un corteo di 3-400 bikers al quale era accodata. «Guidate come pensionati» ribatté a chi la richiamava all'ordine. Conquistati dalla sua grinta, i Lobos del Asfalto, la fecero entrare nel gruppo. «Sono come una famiglia dal cuore grande, impegnata in progetti benefici. Non lasciano mai nessuno dietro: quando hai bisogno, sai che ci sono, al tuo fianco. Sono onorata di essere diventata il segretario del gruppo».
Più volte Gianna venne ripresa per la guida spericolata. Ma la vita la rischiò da ferma. Era in coda, quando venne centrata in pieno da un'auto che svoltava. Sbalzata di sella, rischiò di continuare a volare. Era il 28 novembre 2017. Seguirono sei mesi d'ospedale e di dolori atroci («davvero la felicità può essere anche solo assenza di male»), dopo 9 ore d'operazione. Le dovettero rifare il bacino in titanio. Intervento ingegneristico oltre che chirurgico. «Mi dissero che avevo il 30 per cento di possibilità di morire sotto i ferri». Aggiunsero che di certo sarebbe rimasta su una sedia a rotelle. «Un piccolo passo alla volta, ed eccomi qui. Ho avuto anche molto tempo per riflettere sulla saggezza dei nostri vecchi, sulla forza del proverbiale tolasudòlsa». Non è solo rinata: di nuovo in piedi, è andata oltre. «Sono una sopravvissuta. Credo di avere un grande debito con l'universo».
Anche per questo si impegna ancora di più nel trasmettere energia positiva con la riflessologia plantare-emozionale praticata agli isolani di tutto l'arcipelago che bussano alla sua porta. Poche sedute, e riesce a ridare benessere a molti. Per rimettere in sesto lei e la sua Harley, c'è invece voluto un paio d'anni. Della moto era rimasto intatto solo il serbatoio, con la decalcomania che riproduce una spada tra due ali. Uguale al tatuaggio sul polpaccio sinistro di Gianna. «Sono una fata guerriera, grata alle mie origini umili, grata alla sofferenza. L'ego ormai è volato via. E più il tuo ego va e meno ti importa dalle cose materiali. E al tempo stesso più ricevi». Gianna inquieta e sorridente. «Oggi è una giornata stupenda» è la frase di rito che ripete a ogni risveglio, affacciata sull'Atlantico. I capelli, che ai tempi del Partigiano formavano creste blu, ora sono corti corti su un lato e lunghi sull'altro. Alle ciocche sono legate penne d'uccello: quasi un'ala. Un colpo d'aria, e i pensieri prendono il volo. C'è sempre vento, laggiù alle Canarie.
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